Ossetia, viaggio nell’Unione Sovietica

La regione del Caucaso
La regione del Caucaso
La regione del Caucaso

Non era stata una cosa semplice, ma infine ero lì, alla Stazione di Kursk. In attesa del treno che mi avrebbe portato in Ossetia, nella più remota periferia dell’impero. Idea balzana, un viaggio in Ossetia: non so come e perché questa cosa fosse venuta in mente ad Alik, che in quel momento non era neppure ubriaco. Ma Alik, al secolo Abrin Oleg, ebreo, professione violinista, veniva dai lontani monti Altaj: strana gente, laggiù, sempre col cervello in ebollizione. Quanto a me, ero in ferie: ospite a casa sua, a Mosca, con tre mesi a disposizione. Tutto mi andava bene.

“Però prima” disse Alik, “devi fare il visto”. Come il visto? Ero già in Unione Sovietica, l’Ossetia ne faceva parte, cosa c’entrava il visto? Alik mi guardò con commiserazione, ci voleva il visto e basta. Così funzionavano le cose e che la smettessi di fare domande sciocche sul perché e il percome. Dovevo andare all’OVIR e prendere un appuntamento col colonnello Zotov, tanto per cominciare. L’O.V.I.R (Odtel Viz i Registracij) Reparto Visti e Registrazioni, era lì proprio per questo. Zotov mi avrebbe fatto qualche domanda di routine e poi mi avrebbe rilasciato il visto: più semplice di così. Mica chiedevo il permesso per andare a ficcare il naso a Arkhangel’sk, magari a Vladivostock, o in qualche altro luogo chiuso e proibito ai comuni mortali, di cui l’Unione sovietica era allora costellata. Ordjonikidze, nostra meta, era classificata come città internazionale e quindi aperta al turismo. Nessuna difficoltà, quindi. Almeno in teoria. Peccato che Alik si fosse dimenticato di informarmi dei particolari. Per esempio del fatto che presentarsi all’OVIR a mani vuote, senza neppure una stecca di cioccolato o una bottiglia di vodka, era considerato molto, molto maleducato. Infatti, Zotov si dimostrò davvero seccato della mia indelicatezza: niet, non potevo ottenere il visto, mi disse laconico, indicandomi la porta. Me ne andai seguito dallo sguardo ammonitore di Breznev, il cui ritratto campeggiava minaccioso su una delle pareti disadorne dell’ufficio. Mi si negava un diritto: forte della mia fede nella legalità sovietica feci ricorso al Ministero dell’Interno, e lo vinsi. Zotov, bacchettato da chi era immensamente più in alto di lui, fu costretto a rilasciarmi il visto.

Il treno Ossetia
Il treno Ossetia

Così, in un afoso giorno di agosto del 1979, mi trovai a bordo del treno “Ossetia”, dipinto di color rosso mattone, con vagoni letto e ristorante annessi. Faceva caldo e la stazione di Kursk brulicava di passeggeri: dal piano superiore dell’edificio, ampio e arioso, con ampie vetrate panoramiche, si vedeva agitarsi una folla eterogenea, che si muoveva senza sosta qua e là, trascinandosi dietro montagne di bagagli. Un gruppo di soldati dell’Armata Rossa, dai lineamenti caucasici, attendeva immobile sulla banchina. Il treno partì con un sussulto, avviandosi lentamente verso il Sud. A quell’andatura, non più di 50 km l’ora (velocità di crociera di tutti i treni russi, su binari a scartamento ampliato), ci sarebbero voluti due notti e un giorno per raggiungere Ordjonikidze. Beh, che problema c’era: avevamo un vagone letto e sul treno c’era un bel ristorante. Peccato che gli inservienti e i camerieri, come da prassi consolidata, si vendessero le scorte alimentari per strada. Così, mi disse Alik, non c’era mai burro, né pesce, né carne, per non parlare degli alcolici, che evaporavano magicamente fin dalla prima fermata. Bisognava accontentarsi di quello che restava: polpette e ancora polpette, sempre, a pranzo, cena e colazione. Normale, come il fatto che il provodnik (il capo del vagone) caricasse a suo piacimento tutti passeggeri che voleva e quando voleva, intascandosi personalmente il prezzo del biglietto, stabilito secondo il suo umore e le circostanze del momento. Feci osservare ad Alik che le regole su tutti treni russi a lunga percorrenza prevedevano la prenotazione obbligatoria e il divieto d’ingresso agli estranei non registrati. Alik non mi rispose neppure, continuando a fissare con ostinazione il finestrino buio. Oltre il vetro non si vedeva nulla ma io sapevo che fuori non c’era altro che steppa, un mare d’erba che si estendeva senza interruzione dall’Ungheria alla Mongolia. E laggiù in fondo, giusto prima del Mar Nero, la misteriosa Ossetia.

Per ingannare il tempo ci spostammo nel vagone ristorante, rassegnati alle solite polpette. Invece era anche peggio. Nessuno ci degnava di uno sguardo: l’attenzione di tutti, camerieri compresi, era rivolta al tavolo situato verso il fondo del vagone. Laggiù, circondato dalla sua corte, si ergeva la mole di Suslan Anoiev, campione di lotta dell’Unione Sovietica e del Mondo. Capelli neri a caschetto, 150 chili di stazza, Anoiev piluccava distrattamente dai molti piatti ricolmi di cibo che facevano bella mostra sul suo tavolo. Ogni ben di dio, schiere di bottiglie di vodka e cognac armeno comprese. A noi invece nulla. Fu solo dopo reiterate proteste e un’ora di attesa che uno svogliato cameriere sbatté sul tavolo un piattino delle famigerate polpette. C’era per caso della birra? No, non c’era, sbuffò il cameriere, riguadagnando rapidamente la sua posizione al tavolo di Anoiev.

Ordjonikidze
Ordjonikidze

Arrivammo a Ordjonikidze alle sette del mattino del secondo giorno di viaggio. Ordjonikidze aveva un aspetto piacevole, ampia ed estesa, con case basse e ampi viali alberati. La parte centrale della città, servita da un reticolo di vie tramviarie, era di stile neo-classico e liberty, tipico della Russia meridionale. C’erano anche la moschea e il Teatro dell’Opera, dove – mi disse Alik – suonava suo padre come primo violinista. Ordjonikidze mi parve bella e rilassante, almeno fino a quando l’autobus non raggiunse le periferie, una distesa anonima di blok, caseggiati grigi tutti uguali, senza alcuna grazia. Alik mi disse che dentro gli appartamenti quell’uniformità si spezzava come per incanto: l’arredamento cambiava secondo la terra d’origine dell’inquilino e le tradizioni della sua stirpe. Per esempio, entrare in casa di un calmucco, un kazako o un daghestano significava quasi certamente trovare una stanza riservata ad accogliere la yurt, la grande tenda di feltro usata dai nomadi dell’asia centrale. Se non in casa, ce n’era sicuramente almeno una in cortile.

Passeggio a Ordjonikidze
Passeggio a Ordjonikidze

Eravamo stanchi morti e non vedevamo l’ora di arrivare a casa dei genitori di Alik, dove ci aspettava un buon pranzo e il meritato riposo del viaggiatore. Ma Ordjonikidze era bloccata da rumorosi festeggiamenti, le strade sbarrate e ingombre di tavoli e tavolini: l’intera città banchettava all’aperto, incurante della paralisi del traffico. Eravamo capitati nel pieno di un funerale: ma non uno qualunque, bensì quello del generale Pliev, originario della zona e famoso per aver detto in faccia a Stalin (e morendo nonostante tutto di morte naturale) che l’avanzata dei nazisti era colpa delle sue insensate scelte strategiche. Arrivammo a casa in enorme ritardo. E le sorprese non erano finite: sul tavolo mi aspettava una perentoria convocazione all’OVIR locale. Era la vendetta di Zotov che mi attendeva al varco, 2000 chilometri a sud di Mosca. Come mai non ero andato a registrarmi? Che cosa avevo fatto nel frattempo? Dopo interminabili discussioni e una solenne ramanzina fui inaspettatamente graziato e mi fu concesso di continuare il viaggio. Per celebrare il lieto evento andammo a cena al ristorante Sad (letteralmente “Il Giardino”). Il posto era bello, un giardino appunto, e nell’aria echeggiavano le note di Sulikò, una lacrimevole canzone locale che parla di amore, morte e tradimento. Avevamo appena iniziato a mangiare quando iniziò la rissa, scoppiata improvvisamente per motivi imperscrutabili a chiunque non fosse nato e cresciuto in Ossetia. Fuggimmo prima che arrivasse la milizia, lasciando le pietanze nel piatto, affamati e ormai rassegnati al fatto che Ordjonikidze non ci voleva. Anzi ci odiava.

Sulla strada per Kabardino-Balkharia
Sulla strada per Kabardino-Balkharia

Bisognava andarsene, almeno per un po’. Infatti, il giorno dopo partimmo per una gita nei dintorni. Destinazione: la regione di Kabardino-Balkharia. Mezzo di trasporto: un vecchio autobus ungherese, con la placca “Ikarus” mezza smangiata. L’autista era un tipaccio con baffi alla mongola, coppola in testa, sciatto e sbrigativo: a lui ci si riferiva con l’appellativo di komandir, l’equivalente del capo-vagone (o provodnik) sui treni. Solita storia: impossibile trovare i biglietti ufficiali, li aveva tutti lui e se li vendeva a caro prezzo. I passeggeri sopportavano il quotidiano sopruso con aria rassegnata: era così, così era sempre stato e così sarebbe stato nei secoli a venire. Erano quasi tutti contadini, delle nazionalità più diverse. C’erano Karachaj, Circassi, Kabardini, Ceceni, Ingusci, Daghestani, Tatari e tutta la rassegna dei popoli che costituiscono il mosaico etnico della regione caucasica. Mancavano i Georgiani, per cui gli Osseti nutrono un odio viscerale, totalmente ricambiato con gli interessi. Tutti, nessun escluso, erano stracarichi di borse, valigie, fagotti, sacchi di patate e ceste in cui si dibattevano polli vivi, conigli, anatre e oche starnazzanti. Il komandir ritirava i soldi, ficcandoseli direttamente in tasca, e poi autorizzava il prescelto a salire. Facemmo lo stesso e partimmo.

Tra i monti del Causaso
Tra i monti del Causaso

Tutto intorno a me si estendeva il grandioso e magnifico paesaggio montuoso del Caucaso. Beh, era stato faticoso giungere sin qui, ma finalmente eravamo in Ossetia, per la geografia moderna, la Colchide, la terra del Vello d’Oro, di Giasone e degli Argonauti per gli antichi Greci: mito che ormai resisteva solo sui pacchetti di sigarette, che si chiamavano appunto Zolotoje Runo, “Vello d’Oro”, appunto.

Un po’ più in là, dove ora sorgono le città di Stavropol e Krasnodar, era la Tauride. Ovunque leggende e storie, che dal fantastico scivolavano improvvisamente nella realtà: i monti del Caucaso ne hanno prodotte a centinaia. Soprattutto il monte Kazbek, che con i suoi 5047 metri è una delle vette più alte della catena.

Verso il monte Kazbek
Verso il monte Kazbek

Alle sue rupi era incatenato Prometeo, colpevole di aver rubato il fuoco agli dei per darlo agli uomini. Per i Cristiani qui è nascosta, chissà dove, la culla di Cristo. Il profilo della montagna, che a me ricordava irresistibilmente il Monviso, per gli Osseti riproduce invece il profilo della mitica Tamara, regina di Georgia dal 1160 al 1212 e protagonista di una delle più celebri età dell’oro del mondo classico. Non solo discendente della regina Tamara era il generale di fanteria Pyotr Bagration, uno degli eroi della battaglia di Borodino contro Napoleone (tutto tornava: avevo visto qualche settimana prima una stazione della metropolitana di Mosca che portava il suo nome).  Tolstoj ne parla nel suo capolavoro, Guerra e Pace. Sempre Tolstoj percorse la grande Strada Militare Georgiana, ovviamente chiamata qui Ossetina, traendo ispirazione per il suo romanzo sui Ceceni Adzhi Murat. Il Caucaso era un buco nero, un varco spazio-temporale verso infinite altre dimensioni. “E il naufragar mi è dolce in questo mare”, come diceva Leopardi, che qui non c’entrava proprio nulla.

Ormai era tempo di tornare. Ordjonikidze mi pareva scialba, una cittadina qualunque, che nulla aveva a che fare col passato rigoglioso della regione. Facemmo uno spuntino al bazar, a base di panini con carne e cipolle. Ottimi, se non mi fosse venuta la diarrea, che mi portai dietro per tutto il viaggio di ritorno fino a Mosca. Un vero guaio: ma l’infido Zotov questa volta però non c’entrava. Per la cronaca, seppi in seguito che era stato promosso generale e infine epurato da Gorbaciov.

L’O.V.I.R invece esiste ancora. L’Ossetia, già divisa in due da Stalin (che assegnò il nord alla Federazione Russa e il sud alla Georgia), dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991, è stata oggetto d’interminabili contese territoriali, spesso sfociate in guerre sanguinose. Nell’agosto 1998 la Georgia bombardò Tzinkhvali, la capitale, dando inizio a un conflitto armato che provocò l’intervento della Russia, chiamata in causa dal fatto che gli Osseti del sud mantenevano nazionalità e passaporto russo. Oggi l’Ossetia è uno stato indipendente e autonomo sotto la protezione di Mosca.

 

Gianni Canepa

Nato a Torino nel 1950. Dopo aver ottenuto il Diploma Superiore in lingua russa presso l’Università statale di Mosca, ha soggiornato per oltre dieci anni nell’ex-Unione Sovietica, lavorando per varie ditte italiane come interprete e responsabile della logistica. Residente per lungo tempo a San Pietroburgo e Mosca (dove si è sposato), ha viaggiato sia per lavoro che per diletto in Kazakhstan (distretto degli Altaj), in Uzbekistan, in Ucraina, in Bielorussia e nelle varie repubbliche che compongono la regione caucasica. Conosce perfettamente il russo tecnico e commerciale parlato e scritto. Si interessa di geopolitica ed è profondo conoscitore della storia, della cultura e della letteratura russa.

 

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