In barca a vela fra le isole della Thailandia

“Perché la prossima volta non andiamo in Thailandia?”, aveva proposto Marco, il nostro skipper, al gruppo di amici, tutti velisti, mentre stavamo navigando nelle cristalline acque delle Tobago Keys, le Isole Sopravento (Windward Islands) dei Caraibi.

L’idea era poi rimasta nel cassetto per due anni finché, all’inizio di quest’anno, la proposta ha ritrovato vigore e dopo un giro di mail e telefonate il gruppo si è ricostituito, pronto per la nuova avventura.

Ripetere l’esperienza di vela in un mare tropicale, alla stessa latitudine ma agli antipodi rispetto al viaggio precedente, si prospettava alquanto interessante sia dal punto di vista naturalistico che etnografico.

La tipologia del viaggio, basata quasi esclusivamente sul mare e sulla vela, escludeva l’ipotesi di visitare città iper-sfruttate dal turismo di massa come Bankog, Phunket e Patong.

Mappa del viaggio
Mappa del viaggio

La meta prevista era la miriade di isole ed isolotti che costellano il golfo compreso tra la parte est della grande isola di Phuket e la penisola thailandese, situate nel Parco Nazionale Marino di Ao Phang-Nga. L’idea di navigare tra paesaggi e spiagge da sogno sollecitava la nostra fantasia e ci faceva pregustare un viaggio più che interessante. Febbraio si prospettava ancora come periodo propizio, per i venti non umidi e relativamente freschi da nord-est, ideali per la vela. Il salto climatico, dalla neve al caldo dei tropici thailandesi, era un altro aspetto allettante.

Organizzato il viaggio, non rimaneva quindi che fare il grande balzo di sei fusi orari verso est per raggiungere il porto turistico situato nella zona nord-est dell’isola di Phuket, dove ci attendeva la nostra barca a vela di trentasette piedi (11,2 m circa), presa a noleggio.

Le dimensioni della barca ci sembrano subito un po’ al limite per un equipaggio di sette persone, contando che dovremo convivere per circa dieci giorni in spazi alquanto ristretti, in condizioni di tempo e di mare a volte non proprio ottimali.

Ed ecco il primo punto cruciale: il bagaglio. Deve essere ridotto all’essenziale: solo le cose indispensabili, niente di superfluo o in eccesso, poiché ogni centimetro cubo è prezioso. Naturalmente in ogni gruppo che si rispetti c’è sempre chi fa eccezione, nonostante le raccomandazioni del caso. E così una coppia di ragazzi del gruppo si è presentata con due valigie rigide, talmente voluminose che avrebbero potuto essere usate come scialuppe di salvataggio. Valigie che, senza fissa dimora, hanno girovagato per tutto il tempo in ogni angolo della barca alla ricerca di uno spazio dove non ingombrare.

Il primo impatto con l’ambiente locale, secondo le indicazioni forniteci da chi ci aveva noleggiato la barca, ci mette un po’ in apprensione, anche se la documentazione letta a casa aveva già suscitato qualche sospetto in proposito. Nell’area in cui veleggeremo, i porti turistici sono praticamente inesistenti: con l’eccezione di qualche raro approdo, dove approvvigionarci di cibo, acqua e carburante, ci attendono quindi una lunga serie di notti in rada.

Infine, siamo pronti per la partenza. Ecco i preparativi.
Acqua: rifornimento di circa 300 litri (forse avremmo trovato un altro rifornimento, forse su una sola delle tante isole, forse per 1000 baht, 25 euro circa, indipendentemente dalla quantità).
Gasolio: serbatoio pieno, circa 100 litri (più che sufficiente andando prevalentemente a vela, forse).
Cambusa: pianificare cibarie e bevande per 7 persone per 10 giorni non è cosa semplice soprattutto in luoghi lontani, dove i cibi non sempre sono quelli ai quali siamo tradizionalmente abituati. In pratica: taxi tipo furgone, quattro volontari e un’ora tra andata e ritorno per una corsa a un supermercato della periferia di Phuket. Scelta fra cibi vari a lunga conservazione (forse) e frutti esotici sconosciuti (alcuni dei quali sarebbero in seguito finiti in pasto ai pesci e alle scimmie).

Finalmente partiamo. La prima destinazione è un porticciolo dotato di un piccolo cantiere nautico, 20 miglia più a sud, dove forse, come d’accordo con il broker, ci ripareranno il premistoppa danneggiato dell’elica.

Subito s’insinua nei nostri animi una delusione, che in seguito sarebbe fortunatamente svanita: il mare si presenta torbido, di un colore grigio fango, triste. Non solo: le acque poco profonde, unitamente alle maree con un’escursione di quasi due metri, avrebbero messo a dura prova le nostre capacità di navigazione, richiedendo una continua attenzione alle carte nautiche, alle tabelle di marea, all’ecoscandaglio e al navigatore satellitare.

Raggiungere quella marina non è facile per una barca con 1,8 metri di pescaggio come la nostra. Attesa l’alta marea, per procedere senza pericolo di incagliarci sui fondali fangosi, il percorso si presenta impegnativo, dovendo seguire uno stretto corridoio curvilineo segnalato da pali, largo appena una ventina di metri, che serpeggia per cinque miglia in un mare che, prima aperto, si inoltra poi in una foresta di mangrovie. Risolto in un tempo relativamente breve il problema dell’elica, con la marea montante, si riparte verso sud.

D’ora in poi il mare e il paesaggio diventano sempre più piacevoli e le isole dell’arcipelago si innalzano dall’acqua improvvise, imponenti, con una vegetazione estremamente rigogliosa e lussureggiante, che tende a ricoprire anche le pareti a strapiombo. Si naviga veloci in un mare smeraldino, appena increspato, nonostante un vento di nord-est di 20 nodi, tipico di questo periodo dell’anno. La temperatura è più che gradevole grazie all’aria relativamente asciutta, anche se il termometro segna 34 gradi.

La prima notte è alla fonda, tenendoci prudentemente al largo per la marea, in una rada a sud dell’isola di Phuket, a fianco di un’ampia zona destinata alla coltivazione delle perle. Con il tender, carico di sette persone, raggiungiamo la riva dove, per la prima volta, sperimentiamo il cibo locale in un ristorantino. Il pollo e i gamberetti fritti accompagnati da una salsa piccante non sono eccelsi, ma dobbiamo abituarci essendo un po’ il leitmotiv, con qualche variante, delle cene che consumeremo nelle sere seguenti. Notte difficile. Il vento e la corrente di marea si contrastano facendo ondeggiare in modo insopportabile la barca e mettendo tutti in apprensione per la tenuta dell’ancora. Fortunatamente, un’esperienza che non si ripeterà.

Ko Yao-Yai, peschereccio
Ko Yao-Yai, peschereccio

Il viaggio prosegue e nei giorni successivi, col favore del vento, sfila sotto i nostri occhi, un paesaggio marino unico al mondo: un susseguirsi di isole ed isolotti sui quali la natura, pressoché incontaminata, sembra essersi sbizzarrita a scolpire gli scenari, le forme ed i colori più bizzarri. Pinnacoli calcarei, resti di antichi depositi marini emersi milioni di anni fa, lavorati dai fiumi e dalle maree, si ergono imponenti per centinaia di metri sulla superficie del mare, ora blu intenso ora smeraldo, sfidando il cielo e la gravità. Spiagge bianchissime create dal mare, che per millenni ha lavorato conchiglie e coralli, occupano piccole e grandi insenature circondate da altissime pareti a strapiombo e da una lussureggiante vegetazione tropicale, che si spinge fino a pochi metri dal mare.

Nel nostro girovagare tocchiamo la grande isola di Ko Yao-Yai, separata a nord dalla sorella Ko Yao-Noi da uno stretto e poco profondo canale, che percorreremo al ritorno con grande attenzione e non poche difficoltà. Posta nel centro del golfo del Phang Nga, l’isola è caratterizzata da una dorsale montuosa ricoperta da una vegetazione rigogliosa ed è abitata da una popolazione di religione mussulmana dedita principalmente alla pesca, alla coltivazione della palma da cocco e al turismo.

Ko Phi-Phi Li
Ko Phi-Phi Li

Scendendo verso sud raggiungiamo le isole Ko Phi-Phi, un vero paradiso terrestre e uno spettacolo indimenticabile per i nostri occhi. Spettacolari pareti verticali si tuffano nel mare, nel quale si riflettono con un impressionante effetto scenico le striature variopinte delle rocce calcaree, in un succedersi continuo di infinite sfumature di rosso e ocra. Gigantesche stalattiti dalle forme più imprevedibili si staccano dalle pareti verticali, fino a lambire il mare. E su quelle balze, arditi cacciatori di nidi di rondine (richiestissimo e pregiato cibo per i cinesi) si cimentano, sfidando la gravità, in un duro e pericoloso lavoro, arrampicandosi su improvvisate corde e scale di bambù sospese nel vuoto per decine di metri. Visto dal mare è uno spettacolo emozionante e affascinante al tempo stesso.

Ovviamente la bellezza dei luoghi fa sì che l’arcipelago sia una meta privilegiata del turismo, sia locale che internazionale. Fortunatamente siamo in un parco nazionale, così non notiamo alcun deturpamento di tipo edilizio, poiché i resort e i villaggi turistici, costituiti principalmente da bungalow, sono ben integrati e nascosti nella macchia circostante. Ma i turisti ci sono, eccome! Soprattutto quelli pendolari-giornalieri, che affollano in massa le acque dell’arcipelago. Centinaia di imbarcazioni percorrono in lungo ed in largo i bracci di mare tra le isole, scaricando sulle spiagge migliaia di persone, prevalentemente asiatici (cinesi?). Le imbarcazioni sono essenzialmente di due tipi: i più comuni sono i caratteristici “long-tail boat”, belle barche in legno dalla linea filante sulle quali è stato adattato un motore di auto, collegato ad un albero di trasmissione lungo parecchi metri e terminante nell’elica. Le altre imbarcazioni sono soprattutto grossi e potentissimi motoscafi, che montano fino a cinque motori fuoribordo da 300 cavalli e che sfrecciano sul mare apparentemente senza alcuna regola, carichi di turisti. Quasi inesistente è invece il turismo nautico come quello da noi praticato, incontrando poco più di una decina di barche nei giorni della nostra permanenza.

Ko Phi-Phi Don
Ko Phi-Phi Don

Le spiagge e questi luoghi incantevoli si popolano durante il giorno di torme di turisti schiamazzanti che vengono a volte letteralmente spinti in mare direttamente dalla barca, vicino alla spiaggia, con il salvagente al collo a sguazzare per un po’ come tante papere. Poi, verso le quattro del pomeriggio tutta quella bolgia dantesca ritorna da dove è venuta, e allora il paesaggio riacquista la sua spettacolare bellezza, consentendoci, ancorati in rada, di godere la quiete della natura e i fantastici rossi tramonti sulle isole dell’arcipelago. Anche le scimmie, che vivono in diverse colonie nelle foreste interne delle isole, riprendono il possesso delle spiagge con i loro giochi fatti di corse e di urla. La maestosa aquila di mare compie un ultimo volteggio in cielo prima di ritirarsi nel suo nido sulle pareti a picco, mentre in mare, al largo, si accendono le potentissime luci verdi delle lampare dei pescatori.

Ko Phi-Phi Don è una delle poche isole che, oltre ad avere una baia riparata per l’attracco notturno delle imbarcazioni per turisti e natanti commerciali, è caratterizzata da un animato insediamento, popolato da genti di religione prevalentemente mussulmana. Qui facciamo rifornimento di cibo e soprattutto di acqua, essendo le riserve ormai agli sgoccioli dopo le frequenti (e fuori luogo) docce giornaliere di una delle coppie, soprannominati “i doccia”, appunto.

Ko Pak-Bya
Ko Pak-Bya

Abbandonata Ko Phi-Phi Don, risaliamo verso nord, toccando le stupende spiagge delle isole di Ko Mai Phai, Ko Kai (Chicken islands), Ko Pak Bya e di Ko Hong Krabi (hong significa laguna interna). Lasciamo la barca all’ancora e ci avventuriamo con il tender, attraverso una stretta fenditura nella roccia, nello spettacolare specchio d’acqua interno, generato dal cedimento della volta di un’antica grotta e circondato da altissime pareti dove enormi stalattiti fanno da sipario. Le rive sono ornate da macchie di mangrovie, che si sostengono con le radici aeree, affondate tra le rocce e l’acqua.

Su tutte le isole visitate, dato che la temperatura dell’acqua è intorno ai 32 gradi, non ci perdiamo un po’ di snorkeling: i coloratissimi pesci tropicali e gli svariati tipi di coralli, duri e molli, ci danno l’impressione di nuotare dentro ad un acquario. A differenza dei mari di Sardegna e Corsica, l’acqua, pur avendo in superficie bellissimi colori turchese e smeraldo, non ha la stessa limpidezza e trasparenza e appare leggermente torbida, forse a causa delle particelle di calcare in sospensione.

Notiamo che in ogni angolo dell’arcipelago è sinistramente presente il ricordo dello tsunami del 2004, che provocò migliaia di vittime e terrificanti effetti sul territorio, fortunatamente ormai in gran parte cancellati. Un po’ ovunque, a monito, svettano torri munite di sirene e cartelli con le indicazioni sulle vie di fuga, che illustrano il comportamento da tenere in caso di emergenza.

Tramonto sul canale di Ko Yao
Tramonto sul canale di Ko Yao

Si riprende a navigare, risalendo ancora verso nord e affrontando con l’alta marea i bassi fondali del canale che separa le due isole Ko Yao. Pontili lunghi centinaia di metri si protendono dalla terra ferma verso il centro del canale, per permettere alle imbarcazioni che compiono servizi di collegamento tra le isole di attraccare senza il rischio di arenarsi. Percorriamo il canale con il motore a velocità ridotta, tenendo costantemente d’occhio carte nautiche e strumentazione, onde evitare spiacevoli problemi. Con l’approssimarsi della notte ci ancoriamo in prossimità di un pontile e con il tender scendiamo a terra in cerca di cibo, ormai scarso a bordo. Un locale si offre di condurci in un villaggio. Contrattato e concordato il prezzo, saliamo sul suo pick-up e al buio, a una velocità impressionante su una stretta strada nella foresta, raggiungiamo l’animato villaggio mussulmano di Ta Khai. Qui facciamo le nostre compere e in un ristorantino, accompagnati dello stesso personaggio, gustiamo un’ottima cena, forse la migliore di tutto il viaggio.

Superato il canale, entriamo nella vera zona del Parco Nazionale di Ao Phang-Nga e in prossimità dell’isola di Ko Hong siamo avvicinati dall’imbarcazione dei guardiani del parco, che riscuotono il pagamento per la visita (200 baht, circa 5 euro, a persona).

Ao Pang-Nga National Park
Ao Pang-Nga National Park

Lo spettacolo è davvero incredibile: decine di pinnacoli calcarei si innalzano per centinaia di metri dalla superfice del mare, creando uno skyline veramente unico. La diversa distanza e la leggera foschia dell’aria creano per ciascuno di essi una diversa sfumatura di colore dando alla scena un senso di profondità sorprendente. Sono le James Bond Island, così rinominate da quando questi luoghi furono scelti come location per il film  “L’uomo dalla pistola d’oro”, con Roger Moore nei panni della famosa spia internazionale.

A Ko Hong caliamo ancora una volta il tender per visitare la laguna, meta prediletta dei canoisti, che con la loro imbarcazione sono gli unici che riescono ad attraversare una strettissima fenditura che dà accesso ad un secondo, bellissimo, laghetto interno.

James Bond Island
James Bond Island

Siamo ormai alla fine del viaggio e ne approfittiamo per raggiungere e visitare un’ultima perla dell’arcipelago, il villaggio mussulmano di pescatori sull’isola Koh Panyee. L’insediamento, impropriamente chiamato Sea Gipsy Village, è interamente costruito su palafitte ed è sovrastato da un imponente pinnacolo di calcare. La sua peculiarità ha portato turismo di massa, numerosi ristoranti e una moltitudine di negozi di souvenir. L’abitato, nonostante tutto, ha comunque conservato gran parte delle sue caratteristiche originali, riscontrabili nella costruzione e manutenzione delle palafitte, nella vita della comunità, dedita alla pesca, e al mantenimento delle vecchie tradizioni.

La sera prima del rientro ci coglie un violentissimo temporale tropicale. Fortunatamente siamo già all’ancora in una baia abbastanza riparata, ma la pioggia è fittissima, quasi un muro d’acqua che riduce a zero la visibilità, e le raffiche di vento impressionanti. Cattivo tempo insomma, giusto per ricordarci che il nostro ormai prossimo rientro non sarebbe stato indolore: in Italia ci attendeva ancora l’inverno, con il nord imbiancato da una nuova nevicata.

Bruno Bostica

 

Clicca qui per visualizzare la fotogallery a schermo intero