Bent el-Rhia, figlia dei venti

Buganvillee e ibisco incorniciano muri e antichi portali a Gadir

Raggiunsi la prima volta Pantelleria nella primavera del 1998, ospite di Ivonne e Cesare, vecchi amici di Reggio Emilia che sull’isola avevano stabilito la loro seconda abitazione.

Fioritura di ginestre a Mueggen
Fioritura di ginestre a Mueggen

Ivonne, amante dei fiori e della natura, affascinata dalla calda bellezza mediterranea del luogo; Cesare, forse seguendo un richiamo atavico.
Suo padre aveva trascorso lì, militare, il periodo bellico, quando l’isola, “portaerei italiana” nel Mediterraneo, fu oggetto nel Maggio del ’43 di terribili bombardamenti alleati.
Avevamo accettato subito l’invito. Sara e Anna, mia moglie e mia figlia, ne erano state, infatti, subito entusiaste, come del resto io stesso, avendo scartato fin dall’inizio l’ipotesi di una vacanza di fine primavera in uno dei tanti affollati e superstellati alberghi delle canoniche proposte dei tour operator.

Fiori sulla costa della Cuddia Attalora
Fiori sulla costa della Cuddia Attalora

Arrivare sull’isola non è sempre la cosa più tranquilla, né dal mare né dal cielo, per i venti e le mareggiate che di frequente la tormentano. Così, il mio primo impatto con l’isola non fu di certo dei più calmi. Il pilota del nostro aereo, un ATR-22, aveva deciso di atterrare nonostante le pessime condizioni meteorologiche; il pilota del volo precedente, invece, aveva preferito ritornare indietro, a Trapani.
L’isola era comparsa improvvisamente sotto di noi, tra uno squarcio delle nuvole che la avvolgevano. Vedere la pista dell’aeroporto, incassata a sbalzo, in alto, fra le pareti della montagna, avvicinarsi, con l’aereo che ondeggia paurosamente in una tempesta di vento e pioggia, è certamente poco tranquillizzante.
Qualcuno tra i passeggeri, non dotato di sufficiente dose di adrenalina in corpo fu, infatti, colto da crisi isterica, impegnando non poco il personale di bordo.

Ad atterraggio avvenuto, un applauso più liberatorio che indirizzato alla bravura del pilota scaturì spontaneo tra i passeggeri, mentre il personale di terra legava le eliche per proteggerle dal vento, come per imbrigliare un animale incattivito…
Fu pressappoco così anche le volte successive che mi recai sull’isola, segno che quell’antico vulcano che fa emergere la propria vetta per ottocento metri fuori dell’acqua, risalendo per duemila metri dal fondo del mare, riesce ad imbrigliare nuvole e venti e a movimentare l’atmosfera che lo circonda.
Bent el-Rhia, figlia dei venti, l’avevano chiamata i colonizzatori arabi in epoche lontane.

Nei pressi del vecchio porto
Nei pressi del vecchio porto

Il sole, però, sa sempre prevalere sulle nuvole ed è allora che Cossyra, “la piccola”, per i Greci e per i Romani, appare nella sua estrema bellezza mediterranea, tutta avvolta dai colori caldi e intensi della sua terra e del suo mare.
Soprattutto in primavera, quando i fiori la ricoprono completamente, creando scenari di incomparabile bellezza e di contrasti inaspettati: il giallo delle infinite distese di margherite e di ginestre, il bianco degli asfodeli, il rosa delle bocche di leone, il rosso dei papaveri ed il lilla delle violacciocche che si stagliano contro il nero della lava, il blu cobalto del mare, il verde ordinato dei campi coltivati a vite ed a cappero.

Nei pressi del vecchio porto
Nei pressi del vecchio porto

Nei giorni che avevano preceduto il viaggio, pensando ai luoghi che avrei visitato, mi ero immaginato una bella cittadina mediterranea, le case imbiancate a calce con le finestre colorate dei colori del mare, addossate tra loro a cornice di un bel porto.
Il primo impatto che ebbi con Pantelleria tradì però le mie attese.
Scendendo quella prima volta dall’aeroporto verso la città mi trovai di fronte ad una realtà diversa da quanto mi aspettavo, almeno questa fu la mia impressione.

Case della vecchia Casbah bombardate nel ’43, in parte tuttora abitate
Case della vecchia Casbah,
bombardate nel ’43 e in parte tuttora abitate

Scorreva davanti ai miei occhi uno spettacolo di decadenza diffusa: le case costruite con materiali poveri, con architettura disordinata e priva di qualsiasi tipicità, mettevano a nudo, attraverso intonaci sgretolati e vernici sbiadite dalla salsedine, mattoni e crepe che dagli anni del dopoguerra, quando erano state costruite, forse non erano mai state riparate.
La mia delusione crebbe quando, percorrendo la zona del porto sul traballante ma funzionale fuoristrada di Cesare, ci inoltrammo sul lungo porto nuovo verso la periferia sud.

Barca in secca in una piazza della città vecchia
Barca in secca in una piazza della città vecchia

Lì era una sequenza di officine ricolme di automezzi sfasciati, di aree portuali costruite in parte e poi all’apparenza lasciate alla corrosione del mare, di spazi affollati di carcasse di barche e pescherecci in disarmo, forse residuo di passati trasbordi di clandestini, di miniere per lo sfruttamento dei minerali vulcanici abbandonate con i loro macchinari alle intemperie e al logorio del tempo.

“Anche questo fa parte delle peculiarità di Pantelleria” – mi disse Cesare, vedendo trasparire qualche perplessità dal mio volto intento a guardare fuori del finestrino.
“Nel passato la cittadina di Pantelleria doveva essere molto bella, con la sua casbah e con le case di pietra vulcanica, intonacate a calce, bianche o rosa o ocra e arroccate attorno alla fortezza “il Barbacane” che dà sul porto. Poi, sai la guerra, i bombardamenti e la ricostruzione… In ogni modo, le bellezze dell’isola sono altrove, sono tante, e avremo modo di andarle a scoprire” – anticipò cercando di tranquillizzarmi.

Vecchi dammusi a Cala Levante
Vecchi dammusi a Cala Levante

“Vedi, l’isola si sta trasformando velocemente, lasciando alle spalle una situazione di povertà e di abbandono per muoversi verso una sua valorizzazione basata principalmente sul turismo: questo, inizialmente orientato a una certa élite, sta diventando sempre più di massa a mano a mano che le comunicazioni con l’isola diventano più efficienti e praticabili. Oggi, l’isola è rifugio di personaggi noti del calibro dello stilista Giorgio Armani, del fotografo Fabrizio Ferri, di cantanti come Sting, Eric Clapton e Madonna, di attori come Gerard Depardieu e sua moglie Carol Bouchet, di ministri come Visco… Personaggi che (beati loro) avvalendosi di architetti famosi hanno saputo valorizzare antichi dammusi per trasformarli in fantastiche abitazioni… ”.

Nei giorni successivi ebbi, infatti, modo di ricredermi da quella prima mia impressione, sia perché, come aveva detto Cesare, la vera isola era nel resto dell’isola, sia perché, in definitiva, quello sfacelo che al primo impatto aveva colpito il mio senso estetico, faceva parte di un modo di vivere e di pensare, di una cultura quindi, che, seppur in forte fase di trasformazione, lì era venuta a formarsi per una serie di ragioni storiche diverse e che, in fondo, bisognava accettare come tale.

Bruno Bostica

 

Buganvillee e ibisco incorniciano muri e antichi portali a Gadir
Buganvillee e ibisco incorniciano muri e antichi portali a Gadir

 

Il racconto continua…