Barche e pescatori panteschi

Barca in secca al porto vecchio

Le barche di Pantelleria. Tutte eguali nella forma, di legno, nel loro armo particolare, a vela latina e con il bompresso ritto a puntare il mare, colorate di mille colori che richiamano quelli accesi, quasi violenti dell’isola. Sembravano quasi addormentate, le lance pantesche, cullate dalle brevi onde sollevate dalla lieve brezza della sera affiancate una accanto all’altra alla banchina del porto vecchio.

Le lance pantesche riposano pigre al calar della sera
Le lance pantesche riposano pigre al calar della sera

Ho chiesto a Cesare da dove nasceva questa tradizione per la vela a Pantelleria.
“Da sempre popolazione più contadina e coltivatrice che gente di mare – mi spiegò Cesare – i Panteschi stabilirono però nei secoli passati intensi traffici commerciali per scambiare i loro prodotti, principalmente vino e capperi, con quelli a loro necessari provenienti dai vari paesi del bacino Mediterraneo: porcellane e maioliche francesi nei porti della Tunisia, stoffe e vestiti nei porti del Tirreno, Napoli e Genova, caffè e zucchero a Malta. L’uso dei velieri per effettuare questi commerci ha nel tempo radicato nei panteschi la passione per il mare e per la vela che oggi permane viva e rinnovata attraverso una tipica barca, la Lancia Pantesca. Durante l’estate, la lancia diviene lo strumento di accanite sfide e regate che intendono rinnovare l’antica tradizione di quando, reduci dai loro commerci, i naviganti Panteschi si sfidavano su barche analoghe per raggiungere primi la banchina del porto”.

Testimonianze di drammatici episodi dell’immigrazione
Testimonianze di drammatici episodi dell’immigrazione

Allineati, ai margini del porto nuovo, ho visto gli scheletri dei “barconi della speranza”, testimoni della disperazione di lontane popolazioni in cerca di un’improbabile fortuna. Una volta barche dai mille colori e dalla forma slanciata per fendere le onde, appartenute a flotte da pesca di porti lontani dell’altra sponda del Mediterraneo, forse ritorneranno a nuova vita per trasportare prossimi turisti alla ricerca degli splendidi paesaggi costieri dell’isola.

Barca in secca al porto vecchio
Barca in secca al porto vecchio

Le barche dei pescatori locali popolano il mare di Pantelleria. Ce ne sono di tutti i tipi e di tantissime forme e colori. Colori intensi, violenti, con accostamenti forti ed allegri che solo le genti del Mediterraneo sanno trovare rispecchiando la luminosità di questo mare. Colori che si mescolano in un’armonia continua con quelli dell’isola. Sia quando, lontano della bella stagione queste barche riposano in secca nel mezzo di un prato fiorito, sia quando si rispecchiano nelle acque cobalto del mare o quando in porto attendono si quieti la minaccia di un improbabile temporale.

Colori mediterranei nel porto di Scauri
Colori mediterranei nel porto di Scauri

Un giorno di pesca. Eravamo seduti sulla duchena, la caratteristica terrazza del dammuso circondata da una panca in muratura, intenti a sorseggiare un bicchiere di squisito e profumato passito mentre il sole, in un infuocato tramonto si tuffava in mare proprio dietro Cap Bon, sulla costa tunisina. Improvvisamente, ricordando la nostra vecchia e comune passione che aveva allietato in anni passati le vacanze in Corsica, chiesi a Cesare quando ci saremmo recati al mare per una battuta di pesca. “Domani mattina”, disse, lasciandomi interdetto per la prontezza della sua risposta, tanto che non ebbi il coraggio di andare oltre nelle domande.

All’indomani sul presto partimmo con il fuoristrada e con un’unica attrezzatura che Cesare aveva portato con sé: una scatola di polistirolo. “Questo è quello che ci serve” – aveva detto Cesare pigiando sull’acceleratore in direzione della città. Giungemmo al porto vecchio quando la cittadina cominciava a risvegliarsi, disordinata come sempre, nel frastuono delle motorette, delle auto e dei furgoncini dei commercianti e degli artigiani che iniziavano una nuova giornata. Le due pescherie, affacciate alla piazzetta del porto, semplici locali addossati al muro della diga frangiflutti, sembravano aspettarci con tutto il loro ben di Dio appena pescato ed esposto in bell’ordine: gamberoni, aragoste, dentici, san Pietro, orate, pesci e molluschi da frittura.

Pantelleria, la pescheria di Rino
Pantelleria, la pescheria di Rino

Cesare avvicinandosi buttò l’occhio esperto su entrambe riuscendo a giudicare da dieci passi di distanza quella che aveva le prede migliori. Si teneva buoni entrambi i commercianti servendosi qualche volta dall’uno qualche volta dall’altro, secondo la bontà della merce che proponevano. Quella mattina la scelta cadde su Rino. Nella sceneggiata della compera-vendita del pesce che seguì non so chi si dimostrò il più bravo: Rino elogiava la bontà e la freschezza dei diversi tipi di pesce e proponeva nel suo dialetto locale, ricette e modi di cottura, cercando però, al contempo, di orientare la scelta verso quello che riteneva più vantaggioso vendere; Cesare gli teneva testa cercando, nella sua parlata emiliana e con gestualità di uomo di grande comunicativa, di mettere sulla bilancia il pesce più pregiato spuntando il prezzo migliore. Fu così che tra una battuta e una ricetta furono riempiti diversi cartocci di gamberoni rossi, di calamaretti e moscardini, di tranci di pescespada. “Anche questa mattina abbiamo fatto un’ottima pescata” – disse Cesare riponendo il pesce nel contenitore di polistirolo – “ora si tratta di cucinarlo a modo”

Prima di rientrare, fu inevitabile una visita di rito al Tikirriki, il bar sul lungo mare, per un ottimo caffè accompagnato da una squisita pasta dolce locale a base di ricotta. Capii che Cesare ormai era entrato a far parte dell’anima di Pantelleria, conosceva quasi tutti i personaggi che entravano e uscivano dal bar: l’aitante comandante della capitaneria del porto, il vecchio sensale, l’architetto, Gigione il maresciallo dell’esercito, Franco il giovane e simpatico pilota della barca del giro turistico dell’isola….

Pesce San Pietro in padella
Pesce San Pietro in padella

Al pesce ci pensò Ivonne, maestra di cucina mediterranea (naturalmente anche di quella emiliana, questa però espressa al meglio a casa, a Reggio). Non mancò di certo la supervisione di Cesare prodigo di consigli e di assaggi. I profumi e i sapori della pasta all’aragosta, degli spiedini di gamberoni rossi, del pescespada alla siciliana e poi, per completare il capolavoro, le cassate pantesche e il profumo e il gusto rotondo del passito di Giovanni Ancona. Il pranzo finì, come tanti altri che seguirono, lasciando chi coricato sulla duchena, chi sprofondato in uno sdraio, tutti comunque avvolti in un dolce torpore, mentre il sole si tuffava ancora una volta dietro Cap Bon.

I pescatori, quelli veri. Da qualche mattina Cesare dalla duchena del dammuso scrutava il mare con il binocolo, nella speranza di vedere rientrare il Maristella, un grosso peschereccio attrezzato per la pesca d’altura che da Sciacca, in Sicilia, si portava sulle secche di fronte alla Tunisia.

Peschereccio nel porto di Pantelleria
Peschereccio nel porto di Pantelleria

Come tutti i grossi pescherecci delle flottiglie di Sciacca e di Mazara utilizzava Pantelleria come scalo per trasbordare il pescato sui TIR che via traghetto raggiungevano la Sicilia e quindi il continente. I pescherecci potevano così riprendere subito il mare e l’attività di pesca.

Cesare aveva conosciuto il comandante e l’equipaggio del peschereccio l’anno precedente, al porto, quando aveva chiesto loro di poter acquistare una cassetta di pesce azzurro. Avendola avuta praticamente gratis aveva ricambiato la cortesia invitando gli uomini del Maristella a pranzo a casa sua, il giorno successivo. Fu un grosso successo, una festa per tutti. L’equipaggio, in un battibaleno fece sparire un’intera pentola di ragù alla bolognese, senza aspettare che Ivonne finisse di scolare la pasta, e subito dopo un’intera scorta di bistecche seguì la stessa sorte. Le tre cassette di sarde e di acciughe che l’equipaggio aveva portato con sé per ricambiare l’ospitalità finirono successivamente sotto sale nei recipienti di vetro, sapientemente preparate da Ivonne.

Trasbordo del pescato dal peschereccio Maristella
Trasbordo del pescato dal peschereccio Maristella

“È lui, è il Maristella! – urlò Cesare passandomi il binocolo. Un peschereccio azzurro, slanciato, con la gru posteriore per le reti, seguito da una scia infinita di gabbiani, quindi di buon auspicio, si dirigeva veloce verso il porto di Pantelleria…. Incontrammo due ore più tardi, in città, il nostromo Tonino ed il suo aiutante e gli abbracci e baci, quelli di amici che non si vedono da tempo, terminarono davanti a un caffè e una birra al solito bar del porto.

“Quest’anno la pesca è scarsa, la fatica è molta e il maltempo ci perseguita, siamo costretti a spingerci sempre più ai limiti delle acque territoriali”, disse Tonino, tra un sorso di caffè ed una boccata di fumo. Il suo volto bruciato dal sole e dalla salsedine lasciava trasparire i segni della fatica e dello sconforto, malcelati dal sorriso di chi in ogni modo sa accettare quello che è frutto di un lavoro duro e onesto, scarso o abbondate che sia.

Frittura di pesce e vernaccia offerti dal comandante del Maristella
Frittura di pesce e vernaccia
offerti dal comandante del Maristella

Fummo poco dopo ospiti sul peschereccio, mentre l’equipaggio iniziava le operazioni di scarico del pescato e del contemporaneo carico dello stesso su un enorme camion frigorifero. “Solo ottocento cassette contro le tremila delle pescate migliori, non vale la pena tutta questa fatica, due giorni e due notti in mezzo ad un mare incattivito” ci disse il capitano in un misto fra italiano e siciliano mente ci faceva salire a bordo per visitare la barca: argani, verricelli, reti pesanti, gruppi elettrogeni, la barca con le “lampare” e poi la plancia di comando con una strumentazione modernissima.

Il cuoco di bordo si avvicinò con un enorme vassoio di gustosissimo fritto misto appena cucinato che ci offrì accompagnato a dell’ottimo vernaccia. Fummo tutti sbalorditi quando, subito dopo quello spuntino, lo stesso cuoco, con una velocità impressionante pulì una secchiata di sarde. “Queste sono per voi”, disse porgendoci il recipiente – “potete anche non metterle tutte sotto sale, sono ottime anche crude, passate nell’aceto e lasciate macerare qualche ora in olio extra vergine, aglio e qualche pezzetto di peperoncino”. Ed era vero. Realmente squisite. Il capitano ci propose unirci a loro per la battuta di pesca della notte successiva. Ci lasciai il cuore dalla voglia, ma quel giorno purtroppo per noi erano finite le vacanze.

Bruno Bostica

 

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Qui si vende di tutto, oggi però è chiuso
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Il racconto continua…