Oficina Salitrera Chacabuco

Cile, regione del Norte Grande. Una striscia di asfalto lunga 100 km in mezzo al deserto, da San Pedro de Atacama fino a Calama. Alle nostre spalle, le meraviglie del deserto di Atacama sembrano già memoria o forse sogno mai vissuto. Qui, invece, il deserto è una tavola sconfinata di polvere e sole, null’altro. Da Calama, il giorno dopo, prenderemo un volo per Santiago ed un altro ancora per proseguire il nostro viaggio verso Chiloé. Ci restano poche ore prima che cali il buio dell’inverno australe ed è l’unico momento che abbiamo per visitare Chacabuco. Prendiamo possesso della stanza in albergo e risaliamo subito in macchina per divorare altri 120 km di deserto verso sud-ovest. Se non avessi scoperto l’esistenza dello scrittore cileno Hernán Rivera Letelier, non mi sarebbe mai venuto in mente di avventurarmi in questo brandello di Cile trascurato dagli itinerari classici. Ma il suo romanzo “La Regina cantava rancheras” mi aveva davvero conquistato ed eccomi qui, sulle tracce dell’affascinante epopea del salnitro.

Dalla fine dell’Ottocento sino alla metà del secolo scorso il salnitro, utilizzato come fertilizzante e per la fabbricazione di polvere da sparo, fu un’enorme fonte di ricchezza per il Cile. E il deserto di Atacama era il più grande deposito naturale del mondo di salnitro. Sorsero così, dietro investimenti britannici, oltre 200 miniere, molte delle quali erano vere e proprie città-fabbriche. Chacabuco fu l’ultima oficina salitrera della pampa cilena ed operò dal 1924 al 1940.

A Chacabuco, le famiglie vivevano in modeste casette di legno, mentre gli scapoli alloggiavano in squallidi alveari di fango e lamiera. I minatori si spaccavano la schiena tutto il giorno a colpi di mazza e di vanga sotto il sole spietato del deserto. La sera, il vento s’alzava e la polvere di salnitro si infilava dappertutto, sotto i vestiti, nelle case e dentro i polmoni. Alla domenica, la chiesa, il campo da pallone, il cinema-teatro assicuravano un minimo di vita sociale. La notte, la disperazione veniva annegata nel robusto vino cileno e sotto un cielo cristallino avvenivano innumerevoli risse tra ubriachi. Gli scapoli, poi, non esitavano a comprare qualche attimo di felicità da un manipolo di mercenarie reclutate dalla fabbrica stessa. E sono proprio le prostitute a raccontare la vita disperata delle oficinas salitreras nel romanzo tragi-comico di Rivera Letelier, la Regina Isabel e le sue amiche, che si offrono ai minatori stanchi e sfruttati con tutta la passione di cui sono capaci, come se il loro mestiere fosse una vera e propria missione.

L’invenzione del nitrato sintetico decretò poi la fine dell’epopea del salnitro e tutte le fabbriche vennero man mano dismesse. La disperazione di un lavoro disumano che distruggeva anche gli uomini più forti si trasformò nel dramma della disoccupazione per decine di migliaia di lavoratori.

Arriviamo a Chacabuco verso le cinque di sera, con questi pensieri in testa. L’aria è limpidissima, il silenzio è assoluto, la fatiscenza del luogo ci sta già suggestionando. Scendiamo dall’auto e ci avviciniamo all’ingresso. Il grande cancello di legno è chiuso. Un biglietto di carta infilato nel battente attira la nostra attenzione. Sopra c’è scritto: “Sono venuto ieri, l’altro ieri e anche oggi. Ho sempre trovato chiuso”. Lo sconforto è davvero grande, ma prima di rassegnarci del tutto decidiamo di provare ad aggirare in macchina l’intero perimetro, nella speranza di trovare altri ingressi. La strada sterrata attorno al muro di cinta dopo pochi metri si stringe, passando a fianco di una zona recintata dal solito nastro di plastica bianca e rossa. Appesi al nastro vediamo molti cartelli tutti uguali. Ci volevano pure i lavori in corso, pensiamo. Ci avviciniamo ad uno di questi per la curiosità di leggere cosa c’è scritto sopra e ci vengono i brividi. Sono avvisi di pericolo di morte, poiché nella zona recintata ci sono ancora molte mine anti-uomo. Cerchiamo di dissimulare la paura, ma in macchina cala un silenzio di tomba. D’altronde, non capita tutti i giorni di trovarsi in una situazione del genere. Riprendiamo il percorso procedendo a passo d’uomo, facendo un’estrema attenzione a mantenere una distanza di sicurezza dal nastro di plastica bianca e rossa. I pochi minuti per fare il giro scorrono interminabili.

Il terreno minato riporta i nostri pensieri al secondo motivo che ci ha spinto quaggiù.

Chacabuco rimase chiusa per più di trent’anni, finché, con l’avvento al potere di Pinochet, questa miniera venne riutilizzata come campo di concentramento per prigionieri politici. Negli anni 1973-1974, più di 1800 persone furono recluse a Chacabuco. La fuga era impossibile: chi fosse riuscito ad aggirare il reticolato elettrificato, le mitragliatrici delle torri di guardia e la cintura minata, non avrebbe comunque potuto sopravvivere a lungo in mezzo al deserto. Riaffiorano alla mente i racconti di Roberto Zaldivar, un ex-prigioniero sopravvissuto che, con il ritorno della democrazia in Cile, decise di tornare a vivere in questa miniera abbandonata, diventando guardiano e custode della memoria di questa tragedia finché la vita glielo permise. Pensiamo alle sofferenze dei prigionieri, in gran parte giovani. La fame, il caldo torrido di giorno ed il gelo di notte, gli orrori delle torture subite quotidianamente, i morti.

Niente da fare, non esistono altri varchi. Torniamo al cancello e rubiamo qualche misera istantanea tra le fessure della recinzione, pur di portare a casa un documento. Stiamo rimontando in macchina con tutta la nostra delusione quando vediamo arrivare un fuoristrada scuro, una camioneta, come dicono laggiù. Scende una ragazza bionda dall’aspetto straniero e si dirige verso il cancello. La osserviamo con sufficienza e, come magra consolazione, pensiamo che è andata male pure a lei. La biondina, ignara dei nostri pensieri maligni, prende un mazzo di chiavi dalla borsa ed apre il cancello. Corriamo verso di lei, per non rischiare che svanisca nell’aria come una fata morgana. Era la nuova custode. Ci spiega in buon inglese che in questi giorni è chiuso perché lei è a casa malata, ma oggi aveva un appuntamento importante con un regista cinematografico per la realizzazione di un lungometraggio. Se ci basta una visita veloce, fino a che cala la luce, possiamo entrare. La sfortuna si trasforma in miracolo e l’Oficina Salitrera Chacabuco per un’oretta è tutta e solo nostra.

Entriamo lentamente in questo scenario irreale, storditi da tutti questi pensieri e dal volgere degli eventi. Abbiamo timore di profanare la sacralità di questo luogo con le nostre fotocamere al collo che ci fanno sentire tanto turisti.  La desolazione è accentuata dall’assenza di altri visitatori e dalla luce che si fa man mano debole e radente nel crepuscolo invernale. Camminiamo confusi tra larghe strade polverose, scheletri di case, alberi riarsi, resti rugginosi di macchinari abbandonati. In un silenzio surreale, le macerie urlano ancora le fatiche e gli orrori di cui sono state testimoni. La lunga teoria dei vecchi pali della luce guida il nostro sguardo verso l’infinito smisurato del deserto, dorato dagli ultimi sforzi di un sole stanco.

Usciamo un poco frastornati da Chacabuco che comincia a fare buio. S’alza già il vento gelido della notte, le mani tremano e le ultime foto scattate al deserto intorno a noi, sotto ad un cielo che si tinge di indaco, sono tutte mosse. Non so se è colpa del freddo o dell’emozione.

Dimenticavo di dirvi una cosa: la biondina era davvero straniera, una ragazza tedesca di Dresda. Durante un Erasmus aveva conosciuto un ragazzo cileno di queste parti e deciso di mettere radici quaggiù, nel bel mezzo del nulla, diventando così la nuova custode di questa città-fantasma. E se questo non è amore…

Roberto Taberna

Nato a Torino nel 1956. La laurea in discipline tecniche ed il lavoro in campo aeronautico non gli hanno sottratto il piacere della lettura, né precluso l’utilizzo del congiuntivo, per cui ama definirsi con ironia ingegnere umanistico. Ha iniziato a ‘viaggiare’ in giovine età all’ascolto di deboli stazioni radiofoniche da tutti i continenti, scoprendo la world music ai tempi in cui non era ancora stato coniato il termine. Viaggia quando può e fotografa, per affinità elettive, gente comune e luoghi marginali, ai quali la vita e le guide di viaggio non hanno ritenuto opportuno elargire grassetti e stelline.

 

 

 

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