Viaggio sul Mekong

Fiume Mekong
Phnom Penh. Risciò presso il Palazzo Reale
Phnom Penh. Risciò presso il Palazzo Reale

Il viaggio parte dall’estremo nord della Thailandia, nel Triangolo d’Oro. Navighiamo sul Mekong, esplorando i villaggi delle minoranze etniche laotiane (tra Laos, Birmania, Vietnam e Yunnan si contano varie decine di gruppi etnici differenti), proseguiamo per Luang Prabang, deliziosa e decadente cittadina coloniale, dirigendoci poi verso sud. L’itinerario tocca Vientiane e That Luang Stupa, quindi l’antica capitale Champassak, Siphandone e l’isola Khong; poi la Cambogia, piccole cittadine con rovine khmer, quietamente adagiate sul Mekong (Stung Tren, Kratie) fino alla capitale Phnom Pen. Quindi Siem Reap, l’imponente complesso di Angkor e i suoi innumerevoli palazzi e pagode oramai avviluppati nell’abbraccio indissolubile della giungla. Il viaggio termina nella rutilante e in un certo modo altrettanto interessante Bangkok. Sicuramente, uno degli itinerari in Asia più densi di storia, fascino e scoperte naturalistiche e architettoniche. (Viaggio intrapreso alla fine del 2007)

Triangolo d'Oro
Triangolo d’Oro

I delfini dell’Irrawaddy

Questa volta “il colpevole”, se così lo vogliamo definire, è davvero facile da individuare: Amitav Ghosh. E, se qualcuno desidera la prova definitiva, eccola: “The Hungry Tide“, uno dei suoi romanzi più belli, pubblicato in italiano col titolo “Il Paese delle maree”. Sì, la storia fantastica della biologa marina di origine indiana che dagli Stati Uniti ritorna in India alla ricerca del delfino dell’Irrawaddy (e del proprio passato), mi aveva davvero affascinato tanto da spronarmi a organizzare un altro viaggio in Indocina perché il delfino (Orcaella brevirostris) è in via di estinzione e si trova solo nel delta del Gange e nell’arcipelago di Khong Island, ai confini tra Laos e Cambogia. Il viaggio era stato progettato per unire da un lato la mia passione assoluta per quelle regioni dell’Asia, da me preferite per l’eleganza e la dolcezza delle popolazioni, per la grande diffusione di un pacato buddhismo e per la varietà di piante tropicali, profumi speziati, colori brillanti e sapori agro-dolci. Dall’altro, mi consentiva di soddisfare l’ovvia curiosità naturalistica di chi è abituato a vivere nella frenesia delle metropoli occidentali.

Fiume Mekong
Fiume Mekong

Così, insieme a mia madre (appassionata viaggiatrice anche lei) abbandono i freddi invernali del nord Italia per partire alla volta di Laos e Cambogia, attraversandoli quasi per intero in navigazione sul Mekong, nella speranza di avvistare questi misteriosi mammiferi acquatici dal colore grigio tenue, che possono raggiungere e superare i due metri di lunghezza. Dai villaggi laotiani del Triangolo d’Oro (ai confini tra Thailandia, Birmania e Laos), percorriamo il grande fiume verso Luang Prabang, da qui raggiungiamo in volo Vientiane, per poi riprendere la navigazione fino a Champassak, l’antica e ormai abbandonata capitale del Laos, sede del magnifico tempio di Vat Phu, patrimonio dell’Unesco e una delle vestigia più affascinanti dell’antica cultura khmer, che troverà il suo apogeo nel grandioso complesso di Angkor.

Laos. Estrazione linfa dalle palme
Estrazione della linfa dalle palme

Al confine con la Cambogia, il Mekong raggiunge il suo punto massimo di larghezza, circa 14 km nel periodo delle piogge, trasformandosi in una sorta di immensa laguna, costellata di isolotti in buona misura disabitati: non a caso la regione porta il nome di Siphandone, ovvero “Le quattromila Isole”. Qui si trova anche Khong Island, dove dormiremo un paio di notti. Tutto intorno a noi una fitta vegetazione e palme altissime, fino a 20 metri. Dal tronco sottile di questi alberi, incisi nella sezione superiore dai funambolici contadini laotiani, si ricava un liquido denso che, dopo essere stato filtrato, cotto e lasciato essiccare, fornisce una sostanza zuccherina scura molto saporita. Per inerpicarsi su queste palme non bisogna soffrire di vertigini e l’esercizio richiede una buona dose di temerarietà, muscoli d’acciaio e un’agilità felina. Un’esibizione acrobatica che lascia senza parole!

Fiore di banano
Fiore di banano

Dopo aver assistito alla preparazione di questo strano zucchero, ci imbarchiamo su un natante di legno che, in quanto a norme di sicurezza, da noi non otterrebbe neppure il permesso di essere calato nei bassi e sabbiosi fondali del mar Adriatico. Come sempre, confido nel Santo Protettore degli Incoscienti: senza fare troppe smorfie ci accomodiamo a bordo, si salpa. L’acqua è liscia, quasi oleosa, verde scuro. Rare imbarcazioni a motore simili alla nostra, fendono il fiume lentamente, sfiorando isole e isolette dal nome breve e musicale: Done Net, Done Khone, Done Som
Noi siamo concentratissime, perlustrando la superficie delle acque alla ricerca del mitico delfino: pare che nella zona ne siano ormai rimasti solo 85 esemplari. I delfini dell’Irrawaddy si nutrono di piccoli pesci, muovendosi nel labirinto di isole e canali che precede le vicine cascate, spesso incappando nelle reti tese dai pescatori.

Tempio di cultura pre-khmer in Laos
Tempio di cultura pre-khmer in Laos

Dopo una decina di minuti, finalmente ne avvistiamo uno ma è così timido e lontano che è inutile tentare di avvicinarlo né di scattare foto. Continuiamo tenacemente la ricerca ed eccoli di nuovo: a soli 100 metri di distanza dalla barca c’è un’intera famiglia, che subito scompare sott’acqua! Il pomeriggio trascorre così: giriamo in lungo e in largo per i canali, ogni tanto intravediamo i delfini, purtroppo sempre troppo lontani per riuscire a osservarli con agio. Spreco decine di foto, confidando nel teorema di Bernoulli, o legge dei grandi numeri, che sostiene che all’aumentare della frequenza dei tentativi, aumenta anche la probabilità di successo. Questo almeno in teoria, evidentemente le leggi della statistica non si applicano alla fotografia poiché non riesco a combinare un bel nulla. Mi rassegno, smetto di fotografare e mi abbandono alla contemplazione del paesaggio. I delfini, a quel punto, sembrano capire che non corrono alcun pericolo e le loro apparizioni, sempre più ravvicinate, si moltiplicano. Alla fine riesco a vederne uno in modo chiaro: grande, pacifico, ben più grosso dei delfini agili e scattanti che siamo abituati a vedere nel nostro Mediterraneo. Il tramonto rosato dalle tinte pastello, viene rapidamente assorbito dal buio di una notte senza luna.

L’indomani mattina riguardo i numerosi scatti fatti il pomeriggio precedente, rendendomi conto che dei delfini dell’Irrawaddy non c’è davvero nessuna traccia: la loro presenza resterà solo nella mia memoria.
In ogni caso… grazie Amitav.

Luisa Piazza

 

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