Kerala e il Periyar Tiger Reserve

Reti da pesca nelle Backwaters
Reti da pesca nelle backwaters
Reti da pesca nelle backwaters

Il viaggio si svolge nell’estate 2006 nel Kerala, lo Stato dell’India di sud-ovest con il più elevato tasso di alfabetizzazione (98%) di tutto il Paese, e famoso per la tradizione di medicina ayurvedica. Zone collinari ricche di foreste, piantagioni di tè e le cosiddette backwaters, un dedalo infinito di canali che si addentrano tra isolotti abitati e non, ricchi di chiese e templi indù, solcati da lunghe imbarcazioni di origine cinese che trasportano il riso. La scrittrice Arundathi Roy ha ambientato qui il suo bellissimo e terribile romanzo “Il Dio delle piccole cose”. Le backwaters sono un luogo davvero unico, fascinoso, connotato da un’elevatissima mescolanza etnica e religiosa, con una forte presenza anche di comunità cristiane e cattoliche (leggenda vuole che San Tommaso sia stato seppellito qui). Il Kerala è un’India insolita, lontana dalle situazioni di terribile miseria che affliggono altre regioni del sub-continente, dotata di una dolcezza tropicale profumata di spezie e caratterizzata da atmosfere fuori dal tempo.

Dopo il monsone, meglio non passeggiare nella foresta…

Shalimar Spice Garden
Shalimar Spice Garden

La fine del monsone era in ritardo di quattro giorni quell’estate, e quattro giorni possono essere davvero tanti se sei in vacanza. Soprattutto, ahimè, se hai una data fissa per rientrare a casa. La pioggia aveva già rovinato la nostra permanenza a Munnar: immaginate di trovarvi in uno splendido cottage, immerso nel verde di bellissime coltivazioni di tè che si estendono a perdita d’occhio su dolci colline. Nessuna costruzione intorno e… pioggia, pioggia ininterrotta, senza tregua, senza speranze. Di certo non potete andare a spasso nel fango a guardare le deliziose piantine, bagnandovi fino al midollo! Un giorno e una notte chiusa nel cottage mi aveva reso irrequieta e infine fatto decidere di cambiare il programma di viaggio. Lasciamo la nostra confortevole dimora con un obiettivo: visitare la Periyar Tiger Reserve, una fantastica riserva naturale, gestita dal governo del Kerala dove, con un po’ di fortuna, avremmo potuto avvistare uno dei rarissimi esemplari di tigre sopravvissuto alla crudeltà umana. Che meraviglia! Certo, difficilissima da vedere, ma se per sorte incontriamo una tigre a faccia a faccia come ci comportiamo? Bah, vedremo al momento, mi dico lasciando che lo spirito da piccola esploratrice prevalga sul mio (limitato) buon senso. Così l’indomani siamo in viaggio per la riserva. Leggiamo tutto il possibile sulla nostra guida, che per sfizio intellettuale ed esercizio linguistico, è in inglese. Lingua che capisco molto bene, ma mi sfugge il significato di una parola mai sentita prima: leeches, ovvero “beware, after the rain you are likely to get across lechees..” Mah, che significherà “lechees”, cosa c’entra con la pioggia, e perché bisogna fare attenzione? Decidiamo di ignorare l’avvertimento.

elZattera sul fiume del Periyar Tiger Reserve
elZattera sul fiume del Periyar Tiger Reserve

Arriviamo nella zona protetta, dove ci attendono due ranger locali, omoni scuri con i baffi e in completo cachi che sembrano usciti da un libro illustrato dell’Ottocento. Ci fanno indossare dei gambali di plastica e ci informano che attraverseremo il fiume Periyar su una zattera. Da lì, proseguiremo a piedi nella foresta alla ricerca della tigre. Giuliana, la mia compagna di viaggio, sembra un po’ perplessa. Io invece non sono per niente preoccupata. Mi accomodo sulla zattera, fatta di tronchi di legno uniti con corde e collegata a due grosse funi che attraversano il fiume. Niente remi né pertiche: per passare da una riva all’altra dovremo tirare metro per metro le funi, facendo così avanzare la zattera. Bene, sono su un guscio di noce in mezzo ad un fiume sconosciuto, a dieci ore di volo da casa, nessuno ci conosce, l’inglese del nostro accompagnatore è molto approssimativo: forse dovrei preoccuparmi, ma trovo il tutto davvero magnifico! Forse, aver letto troppe volte Salgari da bambina mi ha bacato il cervello per sempre….

Fiori tropicali
Fiori tropicali

Infine approdiamo sull’altra riva e inizia l’avventura: saliamo su una collina, poi ci addentriamo tra la vegetazione che diventa sempre più fitta. Il terreno è scivoloso, la pioggia di questi giorni ha trasformato il suolo della giungla in un’enorme distesa di melma, appiccicosa e molliccia. Camminare senza cadere a ogni passo è una fatica immane. Imperturbabile, il ranger ci mostra le impronte degli animali sul sentiero: scimmie, uccelli dai nomi stravaganti, addirittura un elefante (non vorrei proprio trovarmelo dinnanzi, mentre sono in questa situazione difficoltosa). Ma della tigre proprio nessuna traccia. Continuiamo: fronde, rami spezzati, saliscendi, e una miriade di tracce di piccoli animali, ovunque. Alberi altissimi, odore di vegetazione umida, caldo infame senza un alito di vento. Saliamo, scendiamo, risaliamo, riscendiamo… dopo circa due ore e mezzo di questa ginnastica siamo stremate. Forse, che la tigre brilli per la sua assenza non è poi così male: e se la incontriamo? Il ranger che ci accompagna non ci ispira grande fiducia, nonostante il suo fucile a tracolla (o forse proprio per questo). Ecco, se a un certo punto ci si parasse dinnanzi la mitica belva, che faremmo? Mica possiamo chiudere gli occhi, sperando che e non ci veda e se ne vada via tranquilla…. Uhm, forse avrei dovuto pensarci su meglio, prima di coinvolgere di nuovo la mia amica nell’ennesima mirabolante avventura. Insomma, sono afflitta da pensieri contrapposti: dopo l’ennesimo avvistamento di scimmie e nessuna emozione memorabile, decidiamo che è meglio tornare indietro. La tigre sarà per il prossimo viaggio.

Ridiscendiamo la collina, ci imbarchiamo nuovamente sulla zattera e mentre siamo a metà del fiume, sento un urlo. Giuliana si alza di scatto e grida: “Ma cosa sono queste cose nere che ho attaccate addosso?! ” Guardo lei, poi me stessa: i nostri gambali di plastica sono letteralmente brulicanti di strani vermi, neri e sottili… il ranger, sorride e dice con nonchalance: “Lechees, they are typical, after heavy rain”… e ad un certo punto, mi si squarcia il velo: le miseriose leeches sono SANGUISUGHE! Dopo la pioggia, come diceva la guida, la foresta ne è piena. Vorrei svenire sul colpo, ma mi costringo a mantenere un certo aplomb, davanti a quell’idiota che se la ride e non ci aiuta per nulla. Arriviamo sull’altra riva, scendiamo e ci togliamo subito i gambali animati, per scoprire che, ahinoi, non erano a tenuta stagna: le scarpe da ginnastica della mia amica sono state infiltrate dalle truppe nemiche, ed io vedo con orrore che le mie bellissime espadrillas pervinca mostrano tracce sospette. Bene, togliamo le scarpe e proviamo a far pulizia: Giuliana a un certo punto si arrende e regala le sue scarpe al ranger, che sorride soddisfatto, poi indossa un paio di comode buste di plastica e decide che lei rientrerà così nel nostro magnifico (e disabitato) hotel. Io non mi do per vinta, e nel turbinio di pensieri e repulsioni che mi attraversano, ho un vero un flash-back salgariano: così chiedo al ranger di portarmi del sale. Ne prendo due manciate e le metto nelle mie espadrillas, dopo un attimo vedo che gli immondi vermetti si contorcono e si arrotolano su se stessi, poi crollano a terra stecchiti. Hurrah, allora funziona davvero! Faccio un doppio passaggio di sale, pulisco bene l’interno delle scarpe, e sono pronta a ripartire. Ho salvato le scarpe, ma in realtà, non ce la farò a riportarle con me in Europa: il ribrezzo è davvero troppo forte e, a fine viaggio, le regalerò a una delle inservienti dell’hotel.

Due nuove lezioni di viaggio:

  1. se qualcuno ti avverte con un solenne “beware” di qualcosa a te ignoto, è davvero meglio cercare la parola sconosciuta su un dizionario;
  2. dopo la pioggia, mai più passeggiate nelle foreste tropicali!

 

Luisa Piazza

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