Torino, mia cara

Luglio 1990: “Lei sa che la sede di lavoro è Torino, vero?”
Era la terza volta, in un mese di incontri e colloqui di selezione, che i vari interlocutori di una grande società torinese di servizi mi ponevano la stessa domanda.
E io rispondevo sempre: “Sì, certo”.
Oramai avevo maturato la convinzione che Torino nascondesse qualcosa di terribile, spaventoso, non confessabile a nessuno, men che meno a una siciliana errante come me che, dopo vari trasferimenti in risalita verso Nord, alla fine stava approdando nella capitale sabauda.

Il mio percorso di selezione oramai volgeva al termine e, dopo la solita domanda “Lei sa che la sede è Torino, vero?” e prima della firma definitiva del contratto di assunzione, il capo della selezione decise che fosse opportuno che io facessi un giro in centro: “Vada in via Roma, è molto elegante e ci sono le migliori boutique della città”.
E così, perplessa per questa reticenza assoluta sui misteri della città, ma anche molto incuriosita, inizio  la mia prima esplorazione di quella che sarebbe diventata la mia città adottiva e che ancora oggi rappresenta la mia “casa-dolce-casa”.

È l’estate 1990 – siamo in pieni Mondiali di calcio – la sera della mia passeggiata era in programma la partita con la Scozia e via Roma pullulava di tifosi dai visi dipinti e dalle bandiere della loro squadra sulle spalle, chiassosi e un po’ ebbri, dotati di bottiglie di birra regolamentari.
Tifosi che facevano uno strano contrasto rispetto alle “Madame” torinesi “bon chic-bon genre” che facevano shopping nella via elegante della città.
Lo stile: capelli lisci, mèches biondo chiaro, cerchietto, gioielli quasi nulli, tranne un classico filo di perle al collo, gonne al ginocchio e ballerina chiusa, il tutto in tinte molto neutre.

Lo confesso: quel pomeriggio, io ero totalmente fuori posto, con i miei sandali romani (orrore, mostrare il piede nudo in città, in quegli anni!), il colore solare del mio abbigliamento fuori ordinanza, i capelli ramati e l’abbronzatura marina.
Avessi dovuto valutare Torino in quel momento, non credo che avrei espresso un giudizio molto positivo.
E, in aggiunta, tutti i miei amici sparsi per l’Italia che stupiti per la mia scelta, mi scoraggiavano: “Dopo Venezia, Bologna e Roma, ma come farai a vivere nella grigia Torino?!”.

E invece, sfidando ogni previsione stereotipale, il grande Amore tra me e Torino scoppierà qualche settimana più tardi, quando, come sfida personale, iniziai a trascorrere ogni pomeriggio dopo l’orario di lavoro e tutti i week end, cercando di  scoprire quello che, durante la selezione, non avevano osato dirmi.
E questa avventura alla scoperta di Torino mi divertì moltissimo.
Un percorso di scoperta ininterrotto – con momenti di euforia e di ebbrezza  – che mi portò, nel giro di due mesi, a diventare la consulente delle mie colleghe per tutto ciò che riguardava shopping di nicchia, piccole botteghe di riparazioni, nuovi localini, negozi di specialità etniche e regionali…

Nello sviluppare le mie relazioni sociali, al di là della proverbiale e adorabile gentilezza piemontese e i vezzi linguistici di derivazione francese – pardon, anzichè scusi, giusto come esempio -, la prima cosa che avevo notato era la fissazione sui tre temi obbligati di qualunque conversazione:
1) la magia, nera e bianca, che circonda ogni luogo;
2) gli oroscopi, senza il mio astrologo personale, sembrava io non avessi capito nulla del mondo;
3) la nobiltà e i Savoia, Emanuele, Vittorio e Carlo in abbinamenti variabili sono onnipresenti nella toponomastica cittadina, che confusione mi provocavano tutti quei nomi simili!

A seguire, mi aveva colpito l’innato “understatement”, quella capacità di essere naturali e persino un po’ sotto-tono nei rapporti con gli altri, di non ostentare mai né ricchezza né blasoni familiari, all’opposto di quanto avveniva invece in altri luoghi dove avevo vissuto in passato.
Certo, l’eccesso di understatement ha spesso condotto i torinesi a non riuscire a promuovere la città, a non fare attività di marketing dei propri tesori e a non saper mettersi in mostra… ma questo, per fortuna, era un male curabile, come gli anni pre- e post- Giochi Olimpici Invernali del 2006 avrebbero ben dimostrato, facendo della città una meta turistica sempre più apprezzata e nota a livello internazionale.

Ancora, ero rimasta stregata dal gusto estremo nell’arte del presentare i cibi.
Il caffè accompagnato da un mini cioccolatino o da un chicco di caffè ricoperto; gli aperitivi torinesi, veri mini-pasti, caldi, freddi serviti con ogni attenzione ben prima che si diffondesse la moda anni 2000 degli aperi-cena.
Il delizioso caffé Mulassano dove, nel 1925, fu inventato il tramezzino; e la storica gelateria Pepino, dove nel 1939 fu inventato il Pinguino®, il famoso gelato con lo stecco ricoperto di cioccolato.
E che dire della delizia suprema: la pasticceria mignon, dove le mitiche chantilly, eleganti e invitanti tra i due strati di chou dolce, farcito della bianca crema a base di panna, realizzate in una dimensione lillipuziana – pari ad una moneta da 1 € di diametro – sono tali da rendere più facile un compromesso con ogni desiderio di mantenere la linea…

Una volta inseritami meglio, un’ulteriore riflessione sulla tipicità della città mi si era materializzata: la gerarchia sociale torinese è molto connessa all’indirizzo di residenza, laddove a Milano è connessa alla professione svolta; a Roma al tipo di amicizie/salotti frequentati; e in Sicilia alla famiglia di appartenenza.
Pertanto, la domanda apparentemente banale: “Dove abiti?” nasconde, in realtà, una più complessa mappatura sociale: establishment alla Crocetta, in Crimea e alla Gran Madre; borghesia agiata al Cit Turin e Borgo Po; radical-chic al Quadrilatero; borghesia d’antan ma anche ambienti etno-bohémien senza patinature, in San Salvario.

Nel mio rapporto con i luoghi e i palazzi della città, mi sono resa conto sin dall’inizio che Torino a prima vista non è dotata di una bellezza folgorante, non declama a voce alta il proprio passato né i propri tesori, come fa invece Roma.
No, questa è una città piena di fascino, elegante e un po’ fuori dal tempo, dotata di una bellezza sottile che ti prende ora l’intelletto, ora il cuore, che ti entra dentro lentamente e ti lega a sé, una città che richiede, però, un impegno personale per essere scoperta.
Un fascino sobrio, a volte alternativo, con sorprese nascoste, ricco di spunti colti che accomuna la città ai suoi abitanti, dotati di uno stile molto diverso dal resto d’Italia.

Il primo strato della città, in bella mostra e alla portata di tutti, rappresenta la Torino più nota: piazza San Carlo il salotto buono e le sue Chiese gemelle; Palazzo Reale con la Chiesa di San Lorenzo e i giardini reali; Piazza Castello con palazzo Madama, la Mole, il Castello del Valentino, il Borgo Medievale, la Chiesa della Gran Madre, una sorta di Pantheon in versione ridotta che si specchia sul Po.
Tutti bellissimi, tutti fanno bella mostra di sé in prima fila ma, proprio per questo, nessuno di questi comporta alcuno sforzo di ricerca, né il piacere della scoperta.

C’è, poi, un secondo livello più intimo e sussurrato: le vie strette del Quadrilatero, l’obelisco (l’unico in città) di piazza Savoia; le facciate dei palazzi nobiliari in via delle Orfane e in via Bellezia, la calma ovattata della settecentesca caffetteria della Consolata e dei suoi tavolini tondi di marmo; la deliziosa piazza Emanuele Filiberto, uno dei luoghi della movida sabauda, dalle facciate barocche eleganti a un passo da Porta Palazzo;  le bifore e trifore di reminiscenza medievale in piazzetta Tasso; e a pochi passi, il palazzo con il piercing; il magnifico cortile di Palazzo Graneri della Roccia, sede del coinvolgente Circolo dei Lettori; i tetti di ardesia in corso Re Umberto e in Corso Vittorio, come se fossimo a Parigi;  le stravaganze Liberty e le ”case delle fate” poste intorno alla più famosa palazzina Fleuri la Feneuil, nel Cit Turin, il quartiere art-nouveau accanto alla stazione di Porta Susa.
E, ancora, il campanile svettante della Chiesa di santa Zita, che per il coraggioso mix di colori – turchese, rosso aranciato, finiture in oro – e per la forma, ricorda un minareto in versione multicolor.
E il Chiostro della Chiesa della Consolata con la sfilata, toccante, degli ex-voto dei fedeli di questa Santa poco nota e ispiratrice delle omonime missioni africane.
E le bancarelle di Porta Palazzo, primo mercato alimentare della città per dimensione, ipercolorato, multietnico, pieno di cibarie di ogni genere e provenienza.
E il languore del Po che attraversa la città, visto dai Murazzi.

C’è infine un terzo livello più impalpabile e sfuggente, fatto di luci, colori, impressioni, che è legato al mutare delle stagioni: i fiori nelle aiuole e le piante sui ponti che vengono rinnovati a seconda del periodo (tulipani, primule, petunie, geranei), in assonanza con il mutare dei colori delle foglie dei numerosi  parchi della città.
E, da novembre, le installazioni delle Luci d’artista creano atmosfere irreali e quasi fiabesche: il viola fluorescente della chiesa dei Cappuccini di Rebecca Horn; la fascinazione matematica del Volo dei Numeri di Mertz, con la serie di Fibonacci i cui numeri rossi e blu si inerpicano sulla guglia della Mole.
Tra le numerosi altre installazioni luminose che, a sorpresa, colorano piazze e vie cittadine, la mia preferita: Tappeto Volante di Daniel Buren, una distesa di piccoli cubi bianco-rosso-blu sospesi su piazza Conte Verde, come fossero lì pronti a portarti verso mondi immaginari.
Ma anche, la luce celeste pallido striata di rosa che, nelle albe frizzanti d’inverno, illumina le montagne, confondendosi con le nuances altrettanto tenui della neve che ricopre le vette.
E il giallo chiaro venato di verde, tipico della luce del foen il vento caldo euforizzante che, quando soffia dalla Val di Susa verso la città, rende ogni cosa più nitida, così che potresti toccare tutto con le tue dita, dalla Basilica di Superga alla Mole, senza muoverti di un passo per quanto sembra tutto vicino.
E poi, il blu cobalto chiaro dei tramonti di giugno, quando avvicinandosi al solstizio d’estate il sole saluta la città alle 21:30 e le regala, nell’ora successiva, una luminosità compatta, palpabile, avvolgente, trasformando la città in un set cinematografico un po’ evanescente.

Difficile sintetizzare l’essenza sfaccettata e poliedrica di Torino, o trovare un fil-rouge che racchiuda tale caleidoscopio di storia, di vocazioni, di contrasti, senza perdersi un po’.
Torino, la città laica e intellettuale, multi confessionale e socialmente impegnata che ha espresso grandi personaggi: Avogadro, Cavour, Carlo Alberto, Cesare Balbo, Massimo D’Azeglio, Don Bosco, Piero Gobetti, Rita Levi Montalcini, Norberto Bobbio, il gruppo Abele e don Ciotti…

Torino dei binomi, talvolta dei contrasti: Torino della Piccola Casa della Divina Provvidenza (detta “Cottolengo” in memoria del suo fondatore) e dello storico, raffinato Ristorante Il Cambio; delle montagne ma anche dei circoli nautici; dei caffè storici settecenteschi e degli scenari dell’horror dei film di Dario Argento.
Torino delle lotte operaie, del terrorismo, e quella delle grandi famiglie industriali.
Torino degli squatter e dei centri sociali occupati; delle prime libertà civili (Carlo Alberto e le lettere patenti) e della Biennale democrazia; Torino Spiritualità e dei Rave-party; Torino della Sacra Sindone e quella dei Valdesi, degli Ebrei, delle chiese Ortodosse…

Torino della cultura e dell’arte: Il Museo Egizio, il secondo più grande al mondo, e dei Musei di arte contemporanea; delle Fondazioni Sandretto e della Mertz; del Cinema e dei vari festival; dei gruppi musicali (Subsonica, Mau Mau, Statuto, Fabio Barovero)…

Torino, abbastanza metropoli da poter passare inosservati e avere tante opzioni tra cui scegliere; ma non troppo metropoli da restare bloccati nel traffico, né da perdere in qualità della vita.
Torino che ha imparato a muoversi, smentendo il tradizionale epiteto del “bugianen” (colui che non si muove), città che sta rafforzando le proprie specificità, puntando sulla cultura, la gastronomia e l’arte, finalmente affrancandosi dalla sindrome da sorella minore rispetto all’amata/odiata Milano.

Il mio viaggio a Torino dura dal 1990, inframmezzato da numerosi viaggi altrove e varie scoperte nel mondo.
Eppure, la fascinazione per la mia città adottiva rimane invariata, tanto che talvolta mi chiedo come sia possibile amare un luogo così profondamente, con la testa e con il cuore, senza perdere in obiettività di giudizio.
E agli scettici incontrati nel corso degli anni che hanno dubitato dei miei racconti entusiasmanti, non mi resta che dire: venite e provate!

Luisa Piazza

 Torino, immagini di Giorgio Enrico Bena