Stupor mundi

Cattedrale di Palermo - © Ionut David

L’estate dei miei sedici anni fu segnata da un avvenimento eccezionale. Avevo il permesso dei miei! Sì, il permesso di andare a fare campeggio con mio fratello e alcuni amici. Naturalmente i miei raccomandarono a mio fratello un controllo a vista e massima vigilanza affinché nessun moscone mi ronzasse attorno! Insomma… meglio di niente. All’epoca non era per niente facile ottenere tanta libertà.
Naturalmente lo stretto di Messina rappresentava per noi ragazzi le colonne d’Ercole. Limite invalicabile.

Fu deciso di andare il più lontano possibile. Da un paesino sulla costa in provincia di Siracusa saremmo arrivati fino a Cefalù e poi a Palermo.
I preparativi durarono più di due settimane. Tende canadesi (in prestito da altri amici), un fornello elettrico che non ne voleva sapere di fare il proprio dovere, materassini di gomma usati fino il giorno prima al mare e che odoravano di sale, due pentole prestate dalle mamme e una grande caffettiera furono il nostro equipaggiamento. I ragazzi più grandi, quelli che avrebbero guidato le mitiche cinquecento, una bianca e l’altra azzurrina, fecero un programma di viaggio di cui mi curai ben poco. Volevo soltanto divertirmi e a quel tempo avevo del viaggio un’idea vaga. Le letture che avevo fatto, dal Milione al Giro del mondo in ottanta giorni, Dalla terra alla luna a tanti altri, mi facevano pensare al viaggio come se fosse solo un’avventura. Non è così e me ne accorsi presto. Quella notte, naturalmente, non riuscii a prendere sonno. Avrei tirato su il sole con le mie mani per farlo sorgere subito. Ma il sole si prese i suoi tempi e alle sette del mattino tutto splendeva.

Cefalù
Cefalù

Eravamo stipati in otto nelle due auto. Su di una avevamo fissato un portabagagli caricato all’inverosimile. La prima parte del viaggio fu davvero un’avventura. Strade tutte curve, salite, discese, cartelli stradali col contagocce cominciarono a spaventarmi un po’. Nel frattempo, il paesaggio che scorreva lento, assolato, ora biondo, ora bruciato dal sole, m’incuriosì. Era tutto così diverso! I duecento chilometri di distanza tra il mio paese e Cefalù, senza autostrada, attraversando paesi di cui non avevo mai sentito neanche il nome, furono interminabili. Finalmente l’indicazione CEFALU’, sul cartello azzurro un po’arrugginito, apparve nel nostro orizzonte. Mi ricordo che cominciammo a cantare a squarciagola “montagne verdi” e “questo piccolo grande amore”. Quello che ricordo di Cefalù è il mare. Montammo la tenda e per due giorni non ci movemmo dal campeggio. Bagno a tutte le ore. Anche di notte. Non ci sfiorò nemmeno l’idea che ci fosse qualcosa che meritasse di essere vista. Continuammo a fare a Cefalù quello che facevamo in paese. Mare, canzoni e pane con la nutella. In fondo potevamo anche starcene a casa!

Poi partimmo alla volta di Palermo. Emidio si era preso la briga di informarsi su cosa c’era da vedere, ma tutti noi lo avevamo ascoltato con finto interesse. Montammo le tende che era notte, al campeggio della Favorita. All’epoca esisteva un campeggio proprio nel cuore del parco. Adesso non più e stanno ancora litigando per decidere quale destinazione dovrà avere.

Stabilimento balneare di Mondello
Stabilimento balneare di Mondello

Al mattino seguente, uscendo carponi dalla tenda, ebbi la prima sorpresa. Il Monte Pellegrino, tutto bianco e roccioso, si stagliava imponente davanti ai miei occhi. Palermo era sul mare. E allora? Dov’era il mare? Cosa ci faceva lì quell’enorme ammasso di roccia bianca? Non ero assolutamente preparata, né in geografia, né in storia dell’arte. E mi diede fastidio guardare uno spettacolo tanto bello senza saperne nulla, tanto che i miei campanelli della curiosità pian piano cominciarono a suonare. Emidio spiegò che non valeva la pena raggiungere Mondello, la spiaggia dei palermitani, perché avremmo impiegato troppo tempo e visto che eravamo a Palermo, tanto valeva visitarla un po’. Ragionamento ineccepibile. Tutti zitti. Messi da parte i costumi da bagno, ci avviammo in macchina, verso il centro.

Le immense cartine topografiche della città occupavano quasi tutto l’abitacolo delle “mitiche”. Quella fu la prima volta che quelle strane linee che poi erano strade e i cerchietti che indicavano le piazze, ebbero un senso concreto. Applicavo la teoria alla pratica. Quello che avevo imparato a scuola non era poi tanto inutile! Posteggiammo in centro e il mio primo vero viaggio mosse i primi passi.

Piazza Pretoria o della vergogna
Piazza Pretoria o della vergogna

I ”Quattro canti”, il crocevia tra Via Maqueda e Via Vittorio Emanuele, furono il primo impatto. Le sculture barocche in doppio ordine a ogni “canto”, angolo, raccontavano una parte della storia della città. Avrei saputo in seguito che è chiamata piazza “teatro del sole”, perché dal suo centro si può vedere il sole dall’alba al tramonto. E poi Piazza Pretoria adorna di statue. Nude. I palermitani fecero presto ad attribuirle un altro nome: Piazza della vergogna.

Le chiese e le strade ci fecero dimenticare il mare. Quello che avevo studiato a scuola e letto sui libri, diventava concreto. La storia, con le invasioni, le sue dominazioni e le rivoluzioni, si poteva leggere direttamente sulle cupole delle chiese, come a San Giovanni degli Eremiti con il suo chiostro. Nata come chiesa di culto cristiano divenne moschea nel periodo arabo, per poi ritornare una chiesa cristiana. La bellezza dell’arte scritta sulle facciate dei palazzi e nelle sue piazze. Dai greci in poi, tanti popoli sono passati da questa terra, e tutti hanno lasciato la loro impronta. Impronta che ha saputo amalgamarsi con le altre rendendo un unicum multiforme e complesso.

Chiosco Ribaudo
Chiosco Ribaudo

Il passaggio dalle cupole arabe ai palazzi di stile liberty, alle compatte costruzioni normanne è quanto mai armonico. Le sue tante chiese raccontano, non solo la fede di un popolo che non ha voluto perdere la sua identità in altre religioni ma, anche l’evoluzione che l’arte ha compiuto col passare del tempo. E così la cultura dei greci, dei romani, degli arabi, dei normanni, degli angioini, degli spagnoli, si è fusa insieme in un vivace caleidoscopio dai colori brillanti e nitidi. Vivaci come tutta la città, con i suoi mercati come quello della Vucceria e di Ballarò.
Il grande Guttuso, nel suo celebre dipinto, ha reso magistralmente il movimento che non è disordine e confusione ma folla di gente e di colori. Da quella tela sembrano uscire anche le voci e gli odori, che rendono unici quei mercati, sospesi tra il mondo arabo e la modernità del tempo presente. Inutile fare un elenco di tutte le chiese, degli oratori e dei palazzi che meritano una visita, per non parlare delle feste, come “u fistinu” in onore di Santa Rosalia e del teatro dei pupi. Qualsiasi guida turistica ne dà ampie informazioni.

Palazzo dei Normanni
Palazzo dei Normanni

Riprendo con i ricordi dei miei sedici anni e seguendo i pensieri, ritorno a quell’estate assolata. Lo stupore che mi aveva colto nell’entrare nella Chiesa della Martorana ancora me lo sentivo dentro che già ci stavamo avviando verso Palazzo dei Normanni. Qui rimasi bloccata. Lo splendore dell’oro della Cappella Palatina, con gli avvenimenti narrati da tutte le splendide tessere dei mosaici, mi obbligò a riflettere. Ero partita da casa convinta che divertirsi fosse soltanto mare e canzoni, ma il primo squarcio di mondo che vedevo mi stava per prendere e per non lasciarmi più. Troppo bello per essere ignorato, per non essere visto e conosciuto. E non perché fosse Palermo, ma perché cominciai a capire che il mondo è bello. Tutto. Il mare è fantastico ma, al mondo c’è dell’altro. E questo ”altro” nel giro di un paio di giorni mi aveva fatto cambiare alcune idee che mi ero fatta sul “viaggio”. Stavo per capire che viaggiare è conoscenza. È l’accumulo di un tesoro che nessun ladro potrà rubarci, perché è dentro i ricordi. Viaggiare non è soltanto desiderio di avventura, esperienze e incontri, ci metto pure quel piccolo brivido quando capita l’imprevisto e che al ritorno ci farà sorridere, ma molto di più. Lì all’interno della Cappella Palatina, ebbi coscienza della voglia che stava per impadronirsi di me. Voglia di bellezza.

Porta Nuova
Porta Nuova

Anche gli altri amici manifestavano, ciascuno a modo suo, lo stupore. Maria sussurrava “ mamma mia, quant’è bella!”. Mio fratello mi disse che gli amici che ci avevano prestato la tenda erano stati pure loro a Palermo e avevano raccontato con entusiasmo dei luoghi che avevano visitato. Aveva pensato esagerassero un po’. Invece doveva ricredersi. Io me ne stavo zitta, cercando di osservare tutti i particolari. Tornando a casa avrei cercato sui libri per conoscere meglio ciò che in quel momento stavo ammirando. Quando uscimmo dal Palazzo dei Normanni mi sembrò che avessimo un po’ tutti gli occhi più sorridenti. Ci avviammo verso la Cattedrale passando sotto Porta Nuova e oltrepassando la Loggia delle Incoronazioni.
L’ultima tappa del nostro viaggio fu nel cuore di Palermo. Eravamo tutti molto contenti ed Emidio, che ci aveva guidato, sembrava il più soddisfatto e non si tratteneva dal dire: che vi avevo detto? Palermo è tanto bella e ci sono tante cose da vedere e voi volevate andare al mare! Se per una settimana non facciamo i bagni che fa, moriamo ahh? Infatti, eravamo tutti molto “vivi”, attenti e contenti. Il nostro viaggio aveva avuto un taglio diverso da quello che un po’ tutti pensavamo, ma credo che ci segnò tutti allo stesso modo. La scintilla della passione per il “viaggio” si era accesa in tutti noi.

Cattedrale di Palermo
Cattedrale di Palermo

Entrammo nella Cattedrale. Emidio continuò a fornirci tutte le informazioni che poteva. Lo seguivamo con attenzione. Il nostro viaggio terminò nella navata destra, davanti alla maestosa semplicità delle tombe imperiali che custodiscono i resti mortali di Costanza d’Aragona e quella di Federico II, lo Stupor Mundi. Cominciai in quel momento a capire cosa volesse significare. Quell’uomo dalla profonda cultura e sensibilità estetica, dotato di un ingegno poliedrico, l’imperatore che aveva fatto edificare tanti castelli, uno più bello dell’altro, sarà per sempre lo stupore del mondo. Perché la bellezza stupisce e tutti rapisce.

Quando più grande e più matura sono ritornata a Palermo, ho dedicato un’intera giornata a Palazzo Abatellis. Mi sono seduta sul classico sgabello di velluto rosso e sono rimasta ferma ad ammirare. Il custode sottovoce mi ha chiesto come mai stessi lì ferma tutto quel tempo. Gli ho detto che ero venuta apposta per quel quadro di Antonello da Messina. Dopo un po’ il custode si è seduto come me sull’altro sgabello. Certo che è bella davvero… l’Annunciata…
Lo sguardo misterioso della Vergine era fisso su di me. Mi sembrò di vedere una persona viva. La mano, sollevata sullo scrittoio, sembrava invitarci a guardare con calma, a stupirci di fronte a tale maestria. Ritornai con i ricordi a quella prima volta a Palermo e alla Tomba di Federico II. Lo ringraziai in cuor mio per essere stato quello che i libri di storia raccontano.
Stupor Mundi gli si adatta davvero bene.

Brunella Li Rosi

 

Cattedrale di Palermo - © Ionut David
Cattedrale di Palermo – © Ionut David

 

I racconti di Brunella Li Rosi pubblicati su Luomoconlavaligia.it

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Una notte al museo
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Sua Maestà l’Etna
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