Yemen, a dieci mesi dalla guerra

Sana'a, Città Vecchia dopo il bombardamento del 12 giugno 15

Il 2015 è passato alla storia come l’anno in cui lo Yemen è stato distrutto.
Non esiste più ciò che noi conoscevamo.
Dal 26 marzo 2015, costantemente, lo Yemen è sotto assedio, bombardato con armi più o meno legali, affamato, assediato, assetato, violentato.

Dei ventisei milioni di abitanti, oltre diciannove milioni non hanno accesso all’acqua (non parliamo di acqua potabile), quasi quindici milioni non hanno di che mangiare, oltre quattordici milioni necessitano assistenza sanitaria, quasi tre milioni sono rifugiati interni.
Da marzo, 1.800.000 bambini non sono riusciti a tornare a scuola.
O perchè la scuola non esiste più, o perchè non ci sono insegnanti o perchè è stata convertita in alloggio per sfollati.

La mancanza di carburante – e conseguentemente anche di corrente – rende impossibile qualsiasi forma di vita normale. A partire dagli ospedali.
Sotto il fuoco dei bombardamenti sono caduti indistintamente ospedali, scuole, centri servizi, industrie, allevamenti, strade, ponti, aeroporti, porti, magazzini, centri storici, quelle poche infrastrutture che c’erano.
Nulla si è salvato. Nemmeno i matrimoni, i funerali, i mercati, i villaggi di pescatori. Centinaia di migliaia le case distrutte.

Spostarsi per cercare un luogo sicuro è impossible perché non esiste la benzina e perché, fondamentalmente, nulla è sicuro.
Nemmeno le strade. Lasciare lo Yemen non si può.
Il Paese confina con l’aggressore, l’Arabia Saudita, e l’Oman è troppo distante da raggiungere.
Bisogna attraversare il deserto, la zona dell’Hadramawth in mano ad Al Qaeda.
Resta l’alternativa del mare con i trafficanti d’anime che chiedono prezzi esorbitanti (e le famiglie yemenite sono numerose) per portarti poi in Eritrea, Somalia o Djibouti. Posti da cui in genere si fugge.

I morti, la cui conta è approssimativa, si aggirano intorno agli 8000 e sono al 90% civili. Oltre un migliaio i bambini.

I prezzi, grazie anche all’embargo severissimo imposto dall’Arabia Saudita (entra poco o nulla nel Paese, che già importava il 90% di ciò che consuma), sono triplicati. Chi aveva il lavoro lo ha perso nei primi tre mesi dell’aggressione.
A luglio si diceva che lo Yemen, dopo 5 mesi di guerra, fosse paragonabile alla Siria dopo 4 anni di conflitto.
Di mesi ora ne sono passati 10.
Storie di ordinario dolore e orrore. La Guerra, si sa, è fatta solo di questo.

E in questo panorama apocalittico, rimane inspiegabile l’accanimento con cui la Coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita abbia raso al suolo, o distrutto, o danneggiato il patrimonio culturale dello Yemen.
In una terra dove tutto è storia, dove il progresso o la tecnologia non sono mai arrivate, in quel piccolo mondo antico rimasto uguale a se stesso da migliaia di anni, si  è voluto distruggere l’espressione artistica e religiosa dello Yemen.

Saada, la roccaforte degli Al Houthi (in un paese dove sciiti e sunniti pregano insieme, non chiamiamoli ribelli sciiti, per favore) è la zona che maggiormente ha sofferto.
Essendo stata designata zona militare dalla Coalizione, ogni bombardamento ha motivo di essere, si autogiustificano i sauditi.
Non passa giorno che non piovano bombe. Saada, pertanto, non esiste più.
Fondata nel IV secolo a.C. era il centro del Regno Mineo. Sembra che i primi grattacieli al mondo siano stati edificati proprio qui.
Il villaggio di Rahban, alle porte della città, è stato polverizzato e con esso le sue case secolari a più piani.
Indecentemente è stata bombardata anche la famosa moschea Al-Hadi dove si racconta che il cammello del Profeta Maometto si sia fermato a riposare.

Nel governatorato di Al Jawf, a nord est di Sana’a, è stata bombardata parte della  muraglia di Baraqish, ex capitale minea fondata nel VI sec. a.C e abitata sino al 1800. La muraglia aveva protetto la città per oltre 2500 anni.
Non è stata risparmiata neanche la grande diga di Mareb, forse la più antica al mondo, in piedi da oltre 2800 anni e considerata una delle meraviglie archeologiche e ingegneristiche di tutti i tempi.
Il Regno Sabeo aveva prosperato proprio grazie alla raccolta delle piogge monsoniche contenute dalla diga.
Il bombardamento è stato scientifico: si è colpita la chiusa settentrionale, la meglio conservata.

Nella Città Vecchia di Sana’a, con i suoi 3000 anni di storia e una magia che parla anche solo osservandola in foto, ha – ad oggi – perso 19 abitazioni.
Non è un danno collaterale: si è voluto colpire sapendo che sarebbe seguito il logico effetto domino.
La Città Vecchia non ha combattenti, non è zona militare, non ha magazzini d’armi.
La notte del 12 giugno, mentre la Coalizione bombardava il Ministero della Difesa (l’edifidio risale al periodo ottomano) che si trova tra la porta istituzionale di accesso alla Città Vecchia – Bab el Yemen – e Sayla (il canale-strada che attraversa Sana’a da nord a sud), ho perso i miei vicini di casa.
Un missile è caduto sulle case di fronte alla mia. All’interno della Città Vecchia. Nelle mura. I miei vicini.
Come si esprime un dolore simile? Non lo so. Non ho ancora metabolizzato quella notte.

Come si può far capire che l’unicità della Città Vecchia sta nel fatto che gli yemeniti in quelle case costruite da generazioni lontane di loro parenti hanno il loro tessuto storico, la loro vita?
Che quelle case non sono state erte per diventare, creare città-museo o cartoline?
Che si sta distruggendo con precisione chirurgica il passato, il lascito di un popolo intero?
A nulla è valsa la protesta dell’UNESCO e l’orrore espresso da mezzo mondo tanto che, il 19 settembre, è stato raso al suolo un altro palazzo della Città Vecchia.
L’Ente Nazionale yemenita che si occupa della conservazione del patrimonio artistico ha sinora confermato che sono stati distrutti più di venti monumenti storici e siti archeologici, tra cui sei città antiche, sei castelli, tre musei, due moschee, quattro palazzi, quattro mura tra Mareb, Aden, Dhamar, Sana’a, Saada, Hodeidah, Taiz, Hajjah, Zabid e Shabwa.
L’intero paese a guardar la cartina.

Ogni singola bomba caduta sullo Yemen ha incrinato o danneggiato o distrutto.
Ogni singolo Scud o Cruise o Tomahawk, bomba al fosforo e all’uranio impoverito, missile, ha irreparabilmente piegato mura, sfondato soffitti, divelto porte, nebulizzato, fatto crollare. Per sempre.
Nell’ultima settimana su Sana’a sono state sganciate le infami cluster bombs, le bombe a grappolo, quasi a ribadire il concetto che l’arsenale è ben fornito e che i crimini contro l’umanità sono ciò con cui la popolazione deve fare i conti.
Chi sta perpetrando quest’infamia ha nome, cognome, indirizzo.
Non si tratta di ignoti col volto coperto, sventolanti bandiere nere.
E gli yemeniti sono stanchi. Soprattutto del silenzio del mondo e l’apatia delle Nazioni Unite.

Beatrice de Filippis

Un ricordo di Sana’a, da I bagagli di una vita di Beatrice de Filippis
foto Donatella Olivero