Solo il cessate il fuoco. Null’altro importa

26/05/2015  ore 9.49

Caro Paolo,
il lungo silenzio è dovuto alle 3 ore di corrente la settimana.
Ora la situazione è migliorata: abbiamo un’ora di erogazione ogni sera.

È successo.
Quanto temevamo e sapevamo in cuor nostro sarebbe successo, si è materializzato.
Il nostro piccolo mondo antico, la Città Vecchia di Sana’a, è stata colpita. Aggredita. Bombardata. È stato osato tanto.
Il nostro piccolo mondo antico, quel lavoro d’uncinetto di vicoli, palazzi merlettati a gesso e finestre d’alabastro, di vicoli labirintici d’arti e mestieri, mercati di spezie, lanterne e tappeti, di scuole, moschee, biblioteche, gallerie d’arte, tutto il mondo conosciuto da millenni e in qualche modo sempre uguale a se stesso, ha vissuto un inferno.

La fase due, Restoration Hope, è stata di una violenza inconcepibile.
Costantemente, per ore intere, in qualsiasi momento del giorno e della notte, gli aerei della morte sono piombati su Sana’a bombardando indiscriminatamente abitazioni, uffici governativi, basi militari, montagne, strade, ponti macchine in movimento, cisterne d’acqua, aeroporto, moschee, cimiteri.

Si è dormito a singhiozzo, buttati per terra, cambiando stanza a seconda della direzione degli aerei.
Si è dormito in cucina schiacciati tra mobiletti e frigorifero, in corridoio, nel sottoscala.
Si è dormito molto poco. A momenti. A sospiri. Vestiti.
Appena il rumore assordante degli aerei si faceva vicino, abbiamo lanciato ciò che avevamo in mano per correre da una stanza all’altra.
Abbiamo fatto cose senza senso. A casaccio.
Si è cominciato a vivere una paura che pensavo non si potesse provare, cui non immaginavo si potesse sopravvivere.
Dal 21 aprile fino al 10 maggio, sempre così.
Con la notte il momento più angosciante: tutta Sana’a, e il paese intero, al buio.
Sotto le bombe e il fuoco yemenita di risposta.
Ma razzi, colpi di mortaio e cannone poco possono contro una forza aerea.
La notte tra il 10 e l’11 maggio, per 5 ore intere su Sana’a sono piovuti missili.
Alle 4 del mattino è stata raso al suolo il palazzo presidenziale, residenza dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh.
La Città Vecchia ha tremato.

Lo stesso giorno, alle 10 di mattina un boato assordante ha squarciato la città.
Ali Abdullah Saleh, in televisione, stava parlando alla nazione tra le macerie di casa.
I sauditi, pensando fosse una diretta televisiva, hanno lanciato un missile sulle macerie.
Con tutta la loro tecnologia, non immaginavano che lo Yemen non ha più i mezzi per dirette televisive e che il messaggio era stato registrato di primo mattino.
In quell’attacco lo Yemen ha perso giornalisti e cameramen venuti a filmare.

Lo stesso giorno, alle 4 del pomeriggio gli aerei sono arrivati ad una velocità impressionante sulla Città Vecchia.
Il tempo di correre in cucina per rendermi conto che due missili avevano colpito i piedi di Naqham, la montagna che protegge la Città Vecchia a ovest.
Il palazzo non smetteva di tremare.
Si udiva il rumore dei vetri che scoppiavano mentre le esplosioni si moltiplicavano.
Altri aerei stavano arrivando. Non era più il momento di rimanere in casa.
Ho preso i cani di corsa, il passaporto e, mentre altri missili stavano piovendo sulla montagna, credo di aver urlato mentre facevo le scale di corsa per arrivare a piano terra.
Ero senza scarpe e le scale costellati di vetri rotti.
Ci siamo ritrovati tutti all’ingresso.
Ciò che è seguito è stato un pandemonio di boati, sibili di missili, aerei, polvere, fumo, tizzoni ardenti che piovevano dal cielo, mura che tremavano, suoni secchi e fortissimi.
Non si respirava.
 Molti pregavano.
 Le madri consolavano i figli. 
Si piangeva.
 Si abbracciava chi ci stava vicino.
Sentire una bambina di 8 anni piangere e urlare: “Mi ammazzano!! Muoio!” e non trovare parole giuste di conforto, parole convinte, mi ha spaccato lo sterno.
I sauditi avevano colpito un magazzino di dinamite e gas.
100 morti, non si sa quanti dispersi e 300 feriti.
L’ospedale Al Thawra è stato colpito e distrutta la banca del sangue.
Finché un missile – si parla dell’ennesima arma chimica – non ha attraversato Sana’a, a filo della Città Vecchia, scoppiando su Nakham.
Molte case, quelle più antiche del centro storico, non hanno retto la pressione.
Sono crollati soffitti, scoppiate le vetrate di alabastro, piegate le qamarya – le finestre merlettate di gesso e vetri colorati -, piegate porte, sollevate scale.
Era la fine del mondo, il nostro mondo.
Oltre agli aerei, quell’esplosione apocalittica, sentivo scoppi continui e missili in ogni direzione.
Ciò che ho scoperto successivamente è che nella montagna il governo custodiva missili.
L’impatto dei bombardamenti li ha fatti schizzare sulla Città Vecchia. Ovunque.
Uno è atterrato a Bab el Sabah, di fronte all’Arabia Felix Hotel.

La sera gli aerei della morte sono riapparsi per bombardare colpendo pure il Palazzo (ottomano) della Sicurezza Nazionale tra le porte di Bab el Shoub e Bab el Salam, sempre nella Città Vecchia.
Era la sera dell’11 maggio, una data importante: il governo saudita aveva assicurato il cessate il fuoco a partire dal 12 maggio, della durata di 5 giorni.
Ma a mezzanotte il girone dantesco non era finito.
A ogni scoccare dell’ora aspettavamo speranzosi il silenzio e invece continuavano i raid aerei.
Il cessate il fuoco, satanicamente, è arrivato alle 23 del 12 maggio.
Sono seguiti 5 giorni di relativa calma su Sana’a. Giorni di quasi normalità, nonostante tutto.
Purtroppo, terminato il cessate il fuoco, le giornate sono tornate a essere fotocopie dei momenti orrendi già vissuti.
Ci hanno bombardato per 13 ore consecutive, hanno colpito altri magazzini d’armi (sempre in città), lanciato missili su residenze di privati, sull’Accademia Aeronautica in centro a Sana’a, colpito nuovamente la Sicurezza Nazionale. Nulla è cambiato.
Un pomeriggio abbiamo pensato volessero radere al suolo Sana’a. Agli aerei si erano aggiunti i missili lanciati via mare.

Oggi 26 maggio saranno due mesi che siamo sotto le bombe senza possibilità di reagire, scappare, trovare riparo.
Non abbiamo dove andare; nessun luogo è sicuro.
Fonti diplomatiche parlano di un imminente cessate il fuoco.
Erano previsti colloqui di pace a Ginevra a partire dal 28 maggio ma, notizia di ieri, vi sarà uno slittamento nella data.

Nel frattempo la delegazione degli Houthi è in Oman per trovare un accordo con i paesi del Golfo.
I punti cardine della loro richiesta sono: cessate il fuoco immediato (e definitivo), apertura degli aeroporti e porti, cessazione del supporto da parte dei sauditi di Al Qaeda (legata al partito dell’Islah yemenita) a Mareb, Taiz ed Aden, inizio di un iter di pace tra le parti yemenite.

Va altresì sottolineato che alcune tribù Yemenite al confine con l’Arabia Saudita sono entrate nel paese dell’aggressore.
Hanno invaso grosse fette di terra (le sempiterne contese Najran, Jazan, Asir), preso un’importante base militare (con tanto di armi e carri armati), attaccato una sede dell’Aramco, sequestrato militari tra cui un principe della casa regnante.
Le notizie danno gli yemeniti ora a Dharan. Non si tratta di invasione yemenita dicono i clan tribali coinvolti.
Solo di un avvertimento.
Notizia passata inosservata: alcuni giorni fa gli USA hanno chiuso e smantellato una loro base militare in Arabia Saudita.

Da oltre una settimana non dormo più in casa.
Viviamo tutti al piano terra e al primo piano.
I vicini hanno aperto i loro appartamenti alle famiglie che stanno ai piani superiori.
La mia mansarda è ovviamente il luogo più infernale di tutti in fase di bombardamento.
Aspettiamo solo il cessate il fuoco. Null’altro importa.

Come mi diceva un vicino di casa: “Esistono ancora tanti obiettivi da bombardare: i giardinetti pubblici, le scuole vuote, altri ospedali, il parco giochi, le persone in coda a prendere acqua alla moschea, i cortei funebri, le ambulanze… oh ce n’è, ce n’è….”
E intanto ci chiediamo perché il mondo non reagisca, non si indigni, non parli di noi.
Si sa che questa è una guerra scomoda, e pure difficile da raccontare.
Ma il silenzio sta ammazzando, più o meno velocemente, una nazione intera.

Un abbraccio Paolo. Grazie di tutto.

Beatrice

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Fonte Democracy Now!