Un pezzo di storia che se ne va

Lettere dallo Yemen, di Beatrice de Filippis

27/04/2015   ore 14.35

Caro Paolo,
in questo momento Sana’a è presa di mira.
Sta tremando il pavimento da quasi un’ora.
La fase due della missione è uguale alla prima, sostanzialmente.
I bombardamenti non sono cessati da nessuna parte.

Le scuole, almeno nella capitale, avrebbero dovuto riaprire questa settimana.
Ma l’Arabia Saudita deve essersi chiesta cosa avessero in mente questi yemeniti e ieri è arrivato il monito con il bombardamento di una scuola a Hadda, zona residenziale di Sana’a. Scuola privata.

E avanti così: fatto saltare un pulmino di civili a Lahj (sud dello Yemen), attacco alla riserva d’acqua Shamlan a Taiz, Saada continuamente sotto il fuoco aereo (45 incursioni solo nel pomeriggio  di sabato), abitazioni fatte esplodere nel villaggio agricolo di Dhamar, raid aerei a Mareb, attacchi via mare ad Aden e so che sto dimenticando molti altri scempi ma tanto, come dici tu, in Italia nessuno ne parla.

Ho cercato di capire cosa stia succedendo negli ospedali.
Mi è bastata la prima risposta ricevuta da Atthawra Hospital, uno degli ospedali principali di Sana’a: “Abbiamo finito le medicine e, soprattutto, manca l’ossigeno. Non possiamo più operare”.
A questo punto, c’è solo da sperare di non rimanere feriti.

Un intero popolo è nelle mani di un giovane Ministro della Difesa che, da oltreconfine, gioca sulla pelle degli yemeniti pensando la guerra sia un videogioco e che i morti non siano realmente morti, il dolore non esista e il sangue versato nulla.
In questi giorni ci è risultato più chiaro cosa ha portato alla fine della fase uno, Decisive Storm.
Contrariamente a quanto affermato dalle fonti saudite sugli obiettivi raggiunti, sembra che l’Iran la mattina del 21 Aprile avesse preso contatti con l’Unione Europea minacciando un intervento via mare dal Golfo di Aden.
Le diplomazie di tutto il mondo si sono rincorse fino a quando gli Stati Uniti non hanno imposto ai sauditi il cessate il fuoco immediato.

Gli yemeniti, nonostante tutto, hanno questa fede infinita, totale, assoluta in Allah.
Il Profeta Maometto affermò:
“Se hai un problema, vai nello Yemen, troverai la soluzione. Se lo Yemen ha un problema, Dio si occuperà della soluzione”.
Aspettano.
E, se noti, gli yemeniti non hanno ancora reagito.

Beatrice

 

07/05/2015  ore 07.18

Caro Paolo,
perdona il silenzio.
Non abbiamo più corrente. Ogni tanto arriva per dieci minuti, mezz’ora, ogni 2-3 giorni.
È finito il carburante. Siamo senza acqua. Non abbiamo più gas.
Abbiamo cominciato a raccogliere l’acqua piovana e la gente cucina (anche nel mio palazzo, e presto toccherà anche a me) a cucinare con la legna.

I bombardamenti non sono cessati. Stanotte su Sana’a si è scatenato il putiferio. Temo per la Città Vecchia.
Ogni missile che piove dal cielo è una crepa aggiuntiva, un pezzo di storia che se ne va.
L’aeroporto viene costantemente bombardato per evitare che venga riaperto. Per bloccare ogni aiuto umanitario. Per togliere la speranza.
Saada, solo ieri, ha avuto 100 raid aerei.

Ti accludo una foto scattata qualche giorno fa.
Presumo i sauditi ieri abbiano fatto polvere delle macerie.
Quarantun giorni così.
Sotto le bombe, a dormire per terra nella stanza più sicura (o meno esposta) con i materassi alle finestre e il pavimento che trema.

Teniamo duro. Non abbiamo altra scelta.
Un abbraccio, Beatrice

 

Lettere dallo Yemen, di Beatrice de Filippis