Ho tanta rabbia addosso

21/04/2015  ore 18.59

Caro Paolo,
non ho parole. Perché tutti voi, in Italia, state dimostrando un interesse e una solidarietà di cui abbiamo sete immensa.
È come se ci fosse rimasta solo la speranza di essere ascoltati.

Non saremo certo noi a far fermare questa coalizione satanica, le bombe, gli spaventi, i feriti, i morti, missili, le bombe al fosforo (new entry in questo girone infame), la sete, la mancanza di benzina, gas, corrente, medicine.
Ma sapere che qualcuno sa, sa di noi, calma.
È una delicata speranza.

Dalla settimana scorsa siamo senza corrente.
Ieri notte è arrivata per un’ora e altrettanto oggi pomeriggio. Ci siamo sentiti fortunati.
L’acqua rimane il grosso problema.
L’erogazione, che generalmente avviene una volta la settimana da parte del governo, è bloccata da oltre 15 giorni.
Mancando il carburante, la centrale non funziona.
Chi ha i soldi chiama l’autobotte per riempire la cisterna.
Ma costa 15 dollari, se non di più. Sono tanti per gli yemeniti.
Allora si va a piedi alla moschea vicino a casa, con le taniche.
Resta inteso che quando parlo di erogazione d’acqua, intendo acqua comunque non potabile.
Per la luce, viviamo anche senza. Siamo abituati. Retaggio della primavera araba.
Eppoi le candele si trovano ancora.

È stata una settimana pesante.
Venerdì scorso, appena gli imam hanno chiamato alla preghiera, sono iniziati bombardamenti pesanti a sud di Sana’a.
Il target era l’ingresso della montagna Nakham, quella che sovrasta la città vecchia.
L’accesso alla montagna era (parlo al passato perché non è rimasto nulla) preceduto da una caserma strabordante armi, cosicché, a ogni bomba, le esplosioni si auto generavano.
Ma quello è stato l’antipasto. Il primario interesse della coalizione era il deposito d’armi all’interno della montagna stessa.
Un deposito labirintico che risale al periodo ottomano.
Inaccessibile.

Alle 4 del pomeriggio la Città Vecchia ha oscillato.
Ho visto le persiane alzarsi, la poltrona dondolare. Avevo vento in casa.
Da Hodeida, sul Mar Rosso – dicono – hanno lanciato un missile Cruise alla base della montagna. I miei vicini l’hanno visto.
Io ho solo avuto la sensazione che la casa si afflosciasse dopo l’impatto.
A mezzanotte le esplosioni continuavano.
All’una è stato lanciato un altro missile.
Ma, rispetto al Cruise, lo spavento è stato minimo.
Sabato mattina era rimasto solo fumo.
La montagna di Nakham ha una roccia di una durezza simile al diamante. Forza 13.
Dicono che gli yemeniti siano uguali: impossibile spaccarli.

Ieri è stata però la giornata peggiore a Sana’a. In assoluto la peggiore.
Alle 10 di mattina ero al supermercato.
Da un po’ si sentivano i colpi di cannone yemeniti ma il supermercato, nella via principale, in centro a Sana’a, doveva bastare a farmi sentire relativamente tranquilla.
Eppoi è successo. Un boato pazzesco. Il soffitto che crollava. Polvere ovunque.
La gente non ha urlato. Paralizzata, ho visto che tutti, senza fretta, composti, in silenzio, lasciavano i carrelli e uscivano.
Mi sono spostata di poco. Stavo bene.
Poi ho visto che la mano sinistra mi oscillava. Non riuscivo a controllarla. Mi sono appoggiata al carrello. Ho cominciato a piangere.
Sono una che resiste. Un po’ di Nakham ce l’ho anch’io.
Ma era entrato un missile (piccolo mi è stato detto) nel supermercato.
E giusto due giorni prima a Saada, a nord, la roccaforte degli Al Houthi, la coalizione aveva bombardato il mercato delle spezie e verdure.
Quello che mi ha fatto cedere è stato l’attacco alla gente che va a fare la spesa.

Nel frattempo, si è avvicinata una donna somala. Bellissima e altissima.
Mi ha preso la mano per fermarmela.
Le ho chiesto scusa per quelle stupide lacrime.
Lei mi ha solo stretto a sé. Poi ha alzato l’indice al cielo. Dove sta Allah.
Con il sorriso più sereno che ho visto da quel maledetto 25 marzo.
E mentre succedeva tutto questo, poco lontano, a sud est di Sana’a, la montagna di Faj Attan, è stata colpita da un Cruise. All’uranio impoverito. Dicono lo stesso tipo di missile usato da Israele nel Sud del Libano nel 2006.
Dozzine di persone morte sul colpo. Oltre 300 feriti.
La zona interessata è vicino alle Ambasciate dell’Iran e dell’Indonesia. Zona residenziale.
Le ambulanze non sono bastate. Si è usato di tutto per trasportare i feriti. Pick up, mini bus, taxi. Chiunque avesse un po’ di benzina ha messo a disposizione la macchina.
Ieri sera sono arrivati sms di richiesta sangue.
Con 14 milioni di persone senza cibo e acqua, di quale sangue stiamo parlando???

Ho impiegato due ore a tornare a casa. Non so bene perché.
Mi sono fermata a riprendermi dal mio amico ottico.
È di Aden. Mi ha detto che ha iniziato a dare il sonnifero al figlio di 3 anni.
Non dorme più la notte. Aspetta i bombardamenti.

Da Zubairy St, la via principale di Sana’a, alla Città Vecchia, la strada era costellata di vetri rotti. La velocità e l’impatto del missile sulla montagna avevano lasciato il segno.
Nel mio palazzo ce la siamo ancora cavata bene.
Vetri rotti dal vicino al secondo piano e pochi danni da me, all’ultimo.
Intanto ho messo il nastro adesivo sui vetri. Tante X. Limita i danni in caso di esplosione.

Ieri pomeriggio la mia piccola Samah, che in arabo vuol dire “cielo”, la mia piccola vicina di soli 8 anni, mi ha detto: Non devi avere paura Beatrice. Abbi fede in Allah.
Piccola Samah, non ho paura.
Ho tanta rabbia addosso. Una rabbia che voglio tu e la signora somala non conosciate mai.

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