Lettera aperta all’amico Mario Paluan

Caro Mario,

“L’uomo con la valigia” ripubblica gli articoli, che scrissi trent’anni fa per il giornale per il quale allora lavoravo, sul viaggio che facemmo Angelo Colli, Paolo Novaresio, tu ed io nei primi mesi del 1983 da Kampala in Uganda fino a Khartoum in Sudan.

Foto di Mario Paluan tratta dall'articolo "La valigia scomparsa"
Giovane Baggara, foto di Mario Paluan dall’articolo “La valigia scomparsa”

In questa occasione sono andato a rileggermi il tuo “La valigia scomparsa”, uscito a Febbraio 2012 nella sezione Storie. Così come la prima volta, anche adesso l’ho riletto con dispiacere e anche un po’ di irritazione. Dispiacere nel constatare che il tempo, dopo tanti anni, non è ancora riuscito a lenire la tua amarezza (“una pietra che pesa come un macigno”) per il furto che hai subito a Malakal delle tue macchine fotografiche. Un’amarezza all’epoca certamente più che giustificabile, ma che perdurando, con tutta evidenza ha finito per condizionare in negativo i tuoi ricordi; irritazione per quel tuo definire oggi quel viaggio come “pestifero, iniziato male e finito peggio”.

Iniziato male non c’è dubbio: il materiale che non arrivava, i soldi spariti, i giornalisti fuggiaschi… Ma pestifero perché? Lo definirei faticoso, difficile, a volte rischioso, sempre interessante, affascinante… Finito peggio, poi, non mi sembra proprio: grazie a Paolo e Angelo e al giornale per il quale lavoravo che ci ha garantito i rifornimenti, sei potuto arrivare sano e salvo a Khartoum, e di qui in Italia, senza altro danno che il furto. Con in più un’esperienza straordinaria e, non ultimo, un corredo di fotografie – belle da quel che vedo – che hai potuto continuare a scattare condividendo con me le mie di macchine fotografiche, magari non così sofisticate come quelle rubate, ma insomma….

Lascia che ricostruisca brevemente la vicenda del furto. A Malakal ci eravamo accampati in uno spiazzo accanto ad una missione. Dormivamo. Angelo in una macchina, Paolo ed io nell’altra, tu in una tendina. I finestrini delle auto erano aperti per il caldo soffocante. La valigetta con le macchine fotografiche era sui sedili anteriori della Land Rover di Angelo. La mattina dopo era sparita, con lei dodici uova e un cuscino. Dici: la valigetta non poteva passare dal finestrino. Sicuro? Avevi verificato? E poi: tutto è avvenuto nel più assoluto silenzio. Ci sono ladri che rubano accompagnati da una fanfara? Ancora, ti stupisci per la capacità del ladro di andarsene in bicicletta (un’ipotesi) con la valigetta, più dodici uova e un cuscino; forse non ti è mai capitato di vedere, per esempio sulla disastrata pista di Marafa in Kenya, ciclisti pedalare  con quaranta, cinquanta ananas che li sommergono. Una valigetta? Uova? Un gioco da ragazzi.

Ma non vuoi rassegnarti, non vuoi accettare l’idea che un ladruncolo qualunque abbia potuto compiere un’azione per te tanto devastante: “Il tarlo del dubbio cova ancora dopo decenni”, scrivi. E ancora: “E se a compiere il misfatto fosse stato uno di noi? Idea velenosa che ancora oggi tormenta quei ricordi. E dove si sarebbe potuto celare alla mia vista il bagaglio trafugato se non nei meandri invisibili di una delle due Land Rover”? Uno di noi. Ovviamente non tu. Paolo lo escludo io e lui esclude me: nessuno dei due avrebbe potuto lasciare la macchina, compiere il furto, tornare alla macchina, nascondere la refurtiva e rimettersi a dormire senza che l’altro se ne accorgesse. A meno che non fossimo addirittura complici… Resta Angelo. In una notte successiva, accampati nel bush vicino a due capanne abbandonate, alla luce di un fuoco di legna raccolta lì intorno, tu e lui vi siete messi a “divinare col pendolino” il nome del malfattore. Il mio incondizionato scetticismo su questo genere di pratiche mi ha spinto ad andarmene a passeggiare nel buio, malgrado i latrati degli sciacalli che si sentivano attorno. Al mio ritorno, Angelo – con una pazienza e una disponibilità che gli rendono merito – aveva già svuotato la Land Rover fino all’ultimo “meandro invisibile”. Nulla. Potevano esserci altri nascondigli inesplorati? Siamo sinceri, una Land Rover non è un castello pieno di segrete e una valigetta più dodici uova e un cuscino (a proposito, le macchine fotografiche hanno un valore, ma che se ne sarebbe fatto di questi ultimi?) non hanno l’ingombro di uno spillo.

A parte alcuni dettagli trascurabili (era l’83 e non l’82, eravamo rimasti in quattro e non in cinque, il viaggio è cominciato a Kampala e non alle cascate Murchison), ci sono altri passi del tuo scritto che mi preme puntualizzare.

Parli di un viaggio che prosegue fra reciproche accuse, animi avvelenati, mancanza di serenità e entusiasmo. Vero solo in parte, quella parte che ci ha visti impantanati a Nairobi prima e a Kampala poi. Ma una volta partiti, serenità e entusiasmo a me non sono mancati. Se a te sì è un altro motivo di cui dispiacermi. Altra cosa. Paolo e Angelo “driver professionisti” (autisti?): quanto meno riduttivo e ingrato. Se proprio serve una definizione direi “viaggiatori professionisti”, ma per noi sono stati soprattutto compagni preziosi e guide sicure. Senza di loro chissà se avremmo raggiunto indenni la nostra mèta. Infine un aspetto che, confesso, tocca la mia suscettibilità. Eravamo “un gruppo di giornalisti in cerca di gloria e avventura”? Non so dirti degli altri, ma io – e come me Antonio Fulvi, ne sono assolutamente sicuro – ero lì, pur conscio di fare un’esperienza affascinante, per ottemperare all’incarico ricevuto dal mio giornale. Per fare il mio mestiere insomma, con onestà intellettuale e dedizione, così come mi hanno insegnato tanto tempo fa i miei maestri. E spero di esserci riuscito. Quanto al comportamento dei “disertori”, inutile interrogarsi: evidentemente avevano del giornalismo una concezione diversa dalla mia.

Insomma, Mario. Rassegnati alla realtà e seppellisci i ricordi sgradevoli, tieniti stretti soltanto quelli belli. Lo scrivi tu stesso: l’Africa  immensa, fascinosa, irresistibile; l’aquila pescatrice al bordo del fiume; l’emozione del rombo delle Murchison; il cucciolo di ippopotamo che trotterella via… Questo è quanto c’è da ricordare.

Con affetto

Fabrizio M. Ricci

 

La Valigia scomparsa, di Mario Paluan
Cosa c’entro io con i bagagli? Viaggio con spazzolino, dentifricio e pastiglie per la cervicale. Non ho niente appresso, lo giuro. In questo senso sono un viaggiatore anomalo, al quale la sorte ha voluto riservare un tiro mancino. Uno che ha il timore di perdere qualcosa, superfluo o indispensabile che sia non fa differenza, forse è perché temo di perdere me stesso… ma non divaghiamo.

Così all’aeroporto guardano il mio sacchetto e chiedono: ma non ha nient’altro? No, tutto qua. Là dentro c’è tutto. E vado dall’altra parte del mondo. È grave? Nel sacchetto ci sono io, ridotto ai minimi termini. Io sono il mio bagaglio. Non voglio aggiungere ansia a quella che c’è già, la preoccupazione dello smarrimento diventerebbe fobia, relegandoti in una categoria singolare dello spirito. Quella in cui si riesce a fare a meno di tutto, ma non dei ricordi.
E cosa ci sarebbe da ricordare?
Dalle parti di JubaMalakalKosti, tanti anni fa. Quando credevi che il destino girasse nel verso giusto, perché pensavi che così fosse scritto. Fra Uganda e Sudan, nel cuore di un viaggio pestifero, iniziato male e finito peggio, ma con l’onore della bandiera… almeno quello. Andate voi stessi a leggere cos’è successo (qui il resto).

 

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