La valigia scomparsa

Cosa c’entro io con i bagagli? Viaggio con spazzolino, dentifricio e pastiglie per la cervicale. Non ho niente appresso, lo giuro. In questo senso sono un viaggiatore anomalo, al quale la sorte ha voluto riservare un tiro mancino. Uno che ha il timore di perdere qualcosa, superfluo o indispensabile che sia non fa differenza, forse è perché temo di perdere me stesso… ma non divaghiamo.

Così all’aeroporto guardano il mio sacchetto e chiedono: ma non ha nient’altro? No, tutto qua. Là dentro c’è tutto. E vado dall’altra parte del mondo. È grave? Nel sacchetto ci sono io, ridotto ai minimi termini. Io sono il mio bagaglio. Non voglio aggiungere ansia a quella che c’è già, la preoccupazione dello smarrimento diventerebbe fobia, relegandoti in una categoria singolare dello spirito. Quella in cui si riesce a fare a meno di tutto, ma non dei ricordi.
E cosa ci sarebbe da ricordare?
Dalle parti di Juba, Malakal, Kosti, tanti anni fa. Quando credevi che il destino girasse nel verso giusto, perché pensavi che così fosse scritto. Fra Uganda e Sudan, nel cuore di un viaggio pestifero, iniziato male e finito peggio, ma con l’onore della bandiera… almeno quello. Andate voi stessi a leggere cos’è successo.

Il viaggio

Le coordinate sono: anno 1982, due auto fuoristrada, un gruppo di noti giornalisti italiani in cerca di gloria e avventura.
Lo scopo è ambizioso: seguire le orme di Livingstone e Speke, rinnovando i fasti delle grandi esplorazioni africane. Il percorso si snoda dalle cascate Murchison a Khartoum in Sudan, seguendo le piste che costeggiano il padre dei fiumi, Bahr-el-Abiad, ovvero il Nilo. Ed ecco i fatti.

Il gruppo si sfalda prima della partenza per ragioni ancora oggi non chiarite. C’è chi sogna una Coca Cola ghiacciata, chi teme i colpi di mitra nella notte di Kampala, chi ha nostalgia della fidanzata, chi si pente di essersi messo in quel putiferio di caldo e di attese snervanti. La cassa col materiale utile per la spedizione deve infatti ancora arrivare via mare. Anche questo è il viaggio, che viene comunque effettuato a ranghi ridotti con: un noto inviato speciale di un importante quotidiano romano, un fotografo dilettante assetato di avventura e due driver professionisti. Fra malesseri, stordimenti e sospetti il viaggio finalmente decolla ed è subito Africa. Immensa, fascinosa, irresistibile. Pianeta alieno e conturbante.

L’aquila col cappuccio bianco che plana sul ramo più alto a bordo del fiume. Il rombo delle cascate Murchison che ti costringono alle lacrime, tanto sono emozionanti. Il cucciolo d’ippopotamo che trotta via spaventato dopo averti scorto dietro un masso mentre facevi pipì. E poi montagne di sasso, polvere d’oro sulle piste interminabili e, a tratti, il fiume che non ti abbandona, mentre ci chiediamo se il gasolio per le due Land Rover basterà sino alla prossima tappa.
Il fiume e la sua ansa in cui va in scena l’orrido spettacolo del pasto dei coccodrilli mentre azzannano la sagoma gonfia di un ippopotamo cadavere. L’immane draga che scava il Jonglei Canal non vuoi fotografarla? Tramonti e albe che ti scaraventano verso il primordio, in epoche dove gli strati del tempo sono sedimentati.

Mentre io fotografo, documento, metto a fuoco e scatto, dieci, mille immagini rubate al grembo di quella terra che si fa beffe delle tue idee e della smania di avventura. Con l’ansia di aver inquadrato bene il guerriero che per la tua bella faccia si mette a danzare per compiacerti in mezzo alla savana. È l’Africa che si prende gioco di te. Burlona, ma non sai fino a che punto. E le ragazze che raccolgono l’acqua? Le avrò fotografate bene? Veneri meravigliose, stupefacenti, e la donna con i seni scoperti e la pipa in bocca? E il pastore Dinka, fantasma impolverato al seguito della sua mandria? Con un copricapo fatto di fango rappreso, impastato di urina. Quello è stato fotografato a dovere?

La macchina fotografica è “il solo bagaglio”

Ma tutto questo che c’entra col bagaglio? C’entra eccome.
Per un fotografo dilettante la macchina fotografica è il solo bagaglio importante: rinuncerebbe al cibo, all’acqua, per quegli scatti che ritraggono una bellezza sovrana e sfuggente che se la ride di te e della tua tecnologia. Le macchine fotografiche sono i miei utensili, fragili strumenti di lavoro e unico fardello consentito. Gli strumenti che mi tengono legato alle meraviglie sciorinate in quei paraggi. La Nikkormattrobustosa e forte”, dotata di un teleobiettivo per ritratti, il favoloso Vivitar 135 mm, più grande di un pugno. La scattante Nikon FE, leggera e nervosa con un corredo di obiettivi che farebbe gola a Robert Capa.

E se perdessi tutto? Ma non scherziamo! E se perdessi quel ben di Dio, il mio bagaglio? Se perdessi i filtri colorati, i cavi lunghi per l’autoscatto, i treppiedi telescopici e poi pennelli vellutati e rullini. Ma non diciamo eresie!

Intanto il viaggio prosegue, senza la necessaria serenità e l’entusiasmo che dovrebbe presiedere a ogni impresa.
Ci si scambia accuse silenziose, affilate come lame, ci si avvelena l’animo pensando a chi attribuire la responsabilità degli innumerevoli inciampi, imprevisti e grane che ci hanno preseguitato fin dal giorno della partenza. Eravamo in otto, siamo rimasti in cinque: si avanza, lentamente, a ranghi ridotti. Pensiamo a chi ha disertato e perché: forse se ne sta ai bordi di una piscina a Nairobi? Forse si è preso paura? O i tre giornalisti che ci hanno abbandonato senza un saluto non erano adatti all’impresa? Burloni al punto da aver fatto sparire i soldi della cassa comune, custodita in una casa di Kampala. Accuse? Ma no, solo qualche perplessità e alcune domande irrisolte.

La caserma di Malakal, brulicante formicaio, è un gran cortile. Con me c’è Paolo, uno dei driver, esperto di cose e fatti d’Africa, a introdurmi presso il commissario. Cerchiamo di spiegare. La valigetta rigida in alluminio è stata trafugata senza aprire la porta dell’auto, passando magicamente attraverso il minuscolo finestrino della porta anteriore destra. I conti non tornano: il finestrino è più piccolo della valigia, come è possibile? Tutto è avvenuto nel silenzio più assoluto, visto che il nostro amico che dormiva sul pianale ricavato nel retro della macchina non si è accorto di nulla. Inoltre sono anche scomparse dodici uova avvolte nella carta di giornale e un cuscino. Il ladro se ne è andato via in bicicletta col suo ingombrante e fragile bottino, probabilmente in bilico sulla testa, visto che aveva le mani occupate. Troppi particolari misteriosi, troppe incongruenze. Quelli sgranano gli occhi. Si guardano. Forse mi tratteranno in cella per accertamenti, forse faremo baldoria insieme, tutto può succedere.

Prima uno, poi due, infine sei poliziotti ascoltano la triste storia del pallido turista a cui è sparito il bagaglio. Avete capito bene. La borsa non c’è più. Nefasti presagi, oscure defezioni, e infine la borsa sparita. Che altro? Futuro compromesso. Il mio. Mi allungano un foglio dattiloscritto in inglese e arabo, poi un altro. Da compilare con cura. Le indagini sul crimine cominceranno presto. Chi ha rubato la Nikkormat? Chi è stato a trafugare quel tesoro racchiuso nella morbida custodia? Forse è già in vendita in qualche mercatino di Malakal, suggerisce Paolo per tirarmi su il morale.

Ingoiato da una notte troppo lunga il bagaglio, al sicuro in una delle Land Rover, ha preso il volo, gettando lo scrivente nella voragine d’angoscia. Una pietra che pesa come un macigno sulle ambizioni frustrate di un aspirante reporter.
Il tarlo del dubbio cova ancora dopo decenni. E se a compiere il misfatto fosse stato uno di noi? Idea velenosa che ancora oggi tormenta quei ricordi. E dove si sarebbe potuto celare alla mia vista il bagaglio trafugato se non nei meandri invisibili di una delle due Land Rover? Fantasie, naturalmente. Forse opera di magia. In Africa, mi è stato detto, tutto può succedere.

 Fotogallery di Mario Paluan, Sudan – Sudan del Sud

Mario Paluan. Nato a Torino nel 1952. Ha lavorato per dieci anni al quotidiano La Stampa e due anni alla FIAT. Nel 1980 ha pubblicato il libro fotografico “Torino una e mille”, con testi di Giovanni Arpino. Oggi vive a Milano, dove co-produce una rivista di informazione industriale. Ha viaggiato in Marocco, Kenya, Uganda, Sudan, Afghanistan, Nepal, India, Indonesia e Cuba, realizzando reportage giornalistici e documentari fotografici e video.

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