Indonesia, inferno degli elefanti

Catene ovunque

Gli animali indonesiani, creature piccole e grandi, non possono contare su alcuna gentilezza e simpatia né dal regime indonesiano e né da parte della gente comune. Qui, gli animali non sono considerati “amici”, non sono amati, né ammirati, e certamente non sono protetti.
Nella migliore delle ipotesi, sono considerati una fonte di reddito, o di alimento; nel peggiore dei casi, un fastidio da contrastare, persino da sterminare.
In Indonesia è rimasta ben poca compassione per le persone, figuriamoci per gli animali. In questo paese sono stati perpetrati dal 1965 tre genocidi, cominciando dal massacro di due-tre milioni di militanti di sinistra, atei, intellettuali e membri della minoranza cinese; massacrati a sangue freddo. Altri due genocidi – quelli di Timor Est e Papua – si sono susseguiti poco dopo.
Al presente l’Indonesia è teatro di costanti aggressioni etniche, sociali e religiose un po’ ovunque, in tutto il suo territorio – da Java a Ambon, Sumatra e Sulawesi, Kalimantan e Sumbawa. Sembra che sia in continua guerra con se stessa, con Madre Natura e con la propria coscienza.

Catene ovunque
Catene ovunque

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Massacrare gli animali, distruggere il loro habitat, invadere il loro territorio, tutto è lecito e ammissibile qui, a condizione che renda denaro sonante o faccia risparmiare.
In Indonesia, la gente muore per disastri naturali e provocati dall’uomo. Regolarmente, l’ONU la classifica come il Paese più soggetto alle catatrofi naturali sulla Terra. L’intero arcipelago è stato devastato, spogliato delle sue foreste e di qualunque altra risorsa naturale. Frane, degrado del suolo e dei litorali, e un inquinamento sfrenato, sono le logiche conseguenze di questo trend.
Gli animali, anzi ogni creatura vivente, anche la natura stessa, oggi non hanno neppure un’importanza secondaria; vengono al terzo posto – considerati irrilevanti sia dalle vittime che dai carnefici.

Greenpeace ha designato l’Indonesia come la prima nazione al mondo nella classifica della deforestazione. Questo vasto arcipelago occupa il terzo posto tra i maggiori produttori di gas serra al mondo, soprattutto a causa della distruzione delle foreste pluviali e dell’alta densità di carbone delle sue torbiere. Alla fine del 2009, l’Indonesia e stata considerata responsabile dell’8% degli scarichi globali di anidride carbonica .
Difficilmente una simile combinazione di circostanze potrebbe rappresentare un paradiso per il regno animale.

Il famoso orangutan è confinato in enclave sempre più ridotte – il suo habitat completamente compromesso – poiché ben pochi alberi sono rimasti nel settore indonesiano dell’ immensa isola del Borneo (qui chiamato Kalimantan).
La brutalità verso gli animali in Indonesia è talmente comune, che nelle città e nei villaggi nessuno dà più la minima importanza.
Si va dal costringere le scimmie a ballare, il muso coperto da riproduzioni in plastica di maschere tradizionali giavanesi, nel caotico, e tristemente noto, traffico di Giacarta, fino agli orrendi metodi di tortura dei macelli halal, che hanno indignato l’opinione pubblica australiana a tal punto che nel 2011 il governo ha imposto un divieto di esportazione di bestiame vivo in Indonesia, nonostante il fatto che di conseguenza l’industria del settore abbia perso centinaia di milioni di dollari. Il divieto è stato una risposta alla grande ondata di furore pubblico e politico dopo la messa in onda di un video girato da attivisti per i diritti degli animali, che mostrava un trattamento e una macellazione del bestiame brutale e inutilmente dolorosa.
I rinoceronti sono stati quasi totalmente uccisi dai bracconieri, eccetto quei pochi nascosti chissà dove nel folto degli striminziti lembi di foresta rimasti a Sumatra e a Giava Ovest.
Il litorale marino nei pressi di Giava è pieno di veleni. I fiumi, alcuni dei quali tristemente classificati come i corsi d’acqua più inquinati della terra, sono intasati di immondizia, che è causa di inondazioni durante la stagione delle piogge, poiché solo minime quatità di acqua riescono a scorrere liberamente.
Non ci sono pesci che riescano a sopravvivere in un ambiente del genere, come vi sono pochissimi uccelli che vivono intorno a certe enormi aree di Sumatra, Giava e Kalimantan, un tempo coperte di foreste pluviali incontaminate, ora pianure senza fine coperte da chiazze nere di residui tossici provenienti dalle piantagioni di olio di palma e di gomma.
I flussi migratori della lucertola più grande del mondo – il drago di Komodo – sono stati tagliati. Dopo che l’UNESCO ha dichiarato l’area sito del patrimonio mondiale, sono iniziate le appropriazioni illegali di terra, funzionari corrotti hanno costretto i locali ad emigrare da funzionari corrotti, e quindi l’industria del turismo ha lanciato sul mercato i suoi progetti miliardari.

L'inferno degli animali
L’inferno degli animali

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A Sumatra, gli elefanti superstiti, quelle grandi e gentili creature così profondamente rispettate in tante nazioni in tutto il mondo, sono trattati con disprezzo e brutalità sconcertanti.
Le loro rotte di migrazione sono state bloccate, anzi l’intera area che recentemente è stata riconosciuta come il loro habitat naturale, è stata violata, e irreversibilmente distrutta. Si potrebbe dire che questo è un crimine contro i più grandi mammiferi che abitano la terraferma, ma l’Indonesia se ne frega ogni giorno di più delle leggi fondamentali della decenza umana, e ‘crimine’ è un qualcosa che viene definito secondo il capriccio del momento, senza una logica.
Parlare di ‘tortura degli animali’ qui, soprattutto nei villaggi, provoca in risposta solo sorrisi cinici e falsi. La gente è stata torturata; torturata per decenni. E allora? Non importa a nessuno! Perché qualcuno dovrebbe preoccuparsi degli animali?
Confusi e frustrati, allora gli elefanti devastano i campi coltivati. A Sumatra ci sono stati casi in cui hanno attaccato i villaggi. La micidiale ‘rappresaglia’ è sempre dietro l’angolo: la società indonesiana è incline ad ‘azioni punitive’, alla ‘giustizia popolare’ e al linciaggio. La gente è vittima di questi orrori regolarmente, gli animali sempre. Se ne ha notizia periodicamente da internet e dai giornali locali: animali, elefanti compresi, braccati, uccisi, e tagliati a pezzi. Immagini raccapriccianti mostrano quelle enormi, fiere e sagge creature, macellate, private delle zanne, con le teste fracassate, immerse nel proprio sangue.

Il cliché è terrificante e ciò che accade sembra essere irreversibile: l’habitat degli elefanti si sta riducendo, di pari passo con l’espandersi delle piantagioni di olio di palma e di alberi della gomma. Affamati, scacciati, confusi, gli elefanti diventano preda della disperazione, alcuni addirittura impazziscono, e invadono le risaie e i villaggi. Immediatamente si formano unità d’intervento locali di contadini annoiati e assetati di sangue, e gli elefanti vengono brutalmente massacrati.
Un simile approccio è, già da molti anni, impensabile, anche in molte nazioni africane tra cui il Kenya, la Tanzania e l’Uganda, dove il governo sta cooperando con il resto del mondo, cercando di proteggere la fauna selvaggia. Spesso ciò succede per ragioni ben diverse dall’altruismo, poichè molti parchi naturali in Africa orientale fanno pagare l’ingresso ai visitatori stranieri fino a 100 dollari americani a testa e gli animali rappresentano i principali mezzi per procurarsi valuta estera. Ma ciò che conta veramente è che ciò succeda! Gli animali di grossa taglia, inclusi elefanti e rinoceronti, sono protetti dai bracconieri persino dalle forze armate nazionali.

Guardiani ben addestrati e veterinari che hanno sviluppato una profonda conoscenza degli animali, sono in aumento e cosituiscono il personale dei centri di riabilitazione, dei parchi nazionali e dei santuari naturali in tutta l’Africa orientale.
Ma in Indonesia, come in Congo (paese lacerato dalla guerra civile più brutale sulla terra), il governo non tenta neppure di fermare il massacro subito dagli animali. Non c’è da stupirsi che l’UNESCO abbia  contrassegnato col colore rosso i siti naturali del patrimonio mondiale sia nella Repubblica Democratica del Congo che nell’indonesiana Sumatra, definendoli ‘a rischio’. E’ certamente un provvedimento inusuale, per lo più riservato ai siti delle nazioni al collasso.

Catene, elefanti e il loro aguzzino
Catene, elefanti e il loro aguzzino

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Nel gennaio del 2013, dopo aver seguito sul campo l’ennesimo brutale conflitto indonesiano, ero stanco e depresso. Stavo scrivendo un lungo articolo da pubblicare sull’edizione londinese del Critical muslim, sull’intolleranza dell’Islam indonesiano e la sua assidua collaborazione con l’imperialismo occidentale e i suoi interessi nella regione.

Presi un aereo diretto a Sumatra Sud, per indagare sull’uccisione avvenuta  lo scorso anno di circa una dozzina di abitanti di un villaggio indù, e l’incendio di circa 500 case a Sumatra meridionale, presumibilmente da parte di una folla di 15.000 fanatici religiosi.
Sentivo il bisogno di una pausa – almeno di un giorno. E pensai che la cosa migliore da fare a Sumatra fosse visitare uno dei parchi naturali, godendo della compagnia dei maestosi elefanti, in uno dei ‘centri di conservazione dell’elefante’.
Ho scritto, girato film sull’Indonesia, per circa 15 anni, ma una volta ogni tanto sono ancora preda di questi momenti di ingenuità. Certo, avrei dovuto sapere che non ero in Thailandia, dove gli elefanti sono amati e rispettati, dove sono coccolati.
Ma immagino che fossi troppo stanco e troppo ‘innocente’, e così andai.

Dopo più di due ore di guida da far rizzare i capelli, arrivai al cancello del Parco Nazionale Way Kambas. Dopo aver pagato una tassa d’ingresso nominale e aver atteso il ‘permesso speciale’, mi fu permesso di entrare con l’auto.
All’interno del parco, lungo la strada, c’erano diversi ruderi di torrette di osservazione, che probabilmente in passato erano state utilizzate per l’osservazione degli elefanti e di altri animali, ma ora erano circondate da filo spinato e prive di scale d’accesso. E c’era una sorta di mostruoso canale che passava lì accanto, parallelo alla strada.
Mr. Sugeng, un dipendente dell’ “Elephant Eco Lodge”, situato vicino all’ingresso del Parco Nazionale Way Kambas, poi mi spiegò:
“Per isolare gli elefanti dai villaggi, il governo ha scavato un canale lungo 27 km.” Mossa brillante!

Godendosi la cavalcata
Godendosi la cavalcata

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E quindi arrivammo al Centro di Conservazione degli Elefanti.
Più precisamente, a qualcosa che avrebbe dovuto essere chiamato “Centro di Tortura degli Elefanti”, o anche peggio.

La prima cosa che notai furono un gran numero di quelle creature possenti, sellate e cavalcate da famiglie in gita, a volte 4 o 5 persone per ogni elefante, le donne intabarrate nel velo, che urlavano nei loro telefoni cellulari. I turisti locali sembravano divertirsi, scattavano fotografie. Gli animali apparivano passivi, stanchi, spaventati e depressi.
Ad alcuni mancavano le zanne; altri avevano ferite sulla testa e in altre parti del corpo.
Al nostro arrivo, un nutrito branco di elefanti fu fatto uscire dalla foresta. Con orrore mi resi conto che erano incatenati l’uno all’altro. E avevano catene alle gambe, e corde qua e là lungo il corpo.
Gli uomini (non c’erano donne) che avrebbero dovuto custodirli e proteggerli, in realtà stavano correndo a fianco di quelle grandi e spaventate creature, urlandogli contro, facendo schioccare le fruste, e agitando bastoni di legno con l’estremità in metallo appuntito, simili a giganteschi chiodi.

Mai nella mia vita avevo visto trattare così gli elefanti. Mai nella mia vita li avevo visti brutalmente incatenati, picchiati e umiliati .
Corsi incontro ad uno dei ‘custodi’. Che cosa stava facendo con quell’arma terribile?
“I bastoni sono necessari per controllare gli elefanti!” rispose, sputandosi tra i piedi.
Guardai indietro e vidi un altro gruppo di elefanti che si avvicinava, con i ‘custodi’ che li cavalcavano. Uno di essi stava picchiando un elefante sulla testa, con quel chiodo gigante, senza ragione apparente!
Gli elefanti furono quindi costretti a fare il bagno in uno lurido lago artificiale, scena che durò solo un paio di minuti. Mentre si immergevano nell’acqua, in circostanze normali una delle loro attività preferite, erano tenuti incatenati. I bastoni con i chiodi erano costantemente e minacciosamente agitati verso di loro. Gli elefanti sembravano tristi, infinitamente tristi.

Ricordai la gioia che avevo provato nei santuari degli elefanti nella Tailandia del Nord – gli elefanti che correvano verso l’acqua di torrenti vorticosi. Custodi amorevoli che si recavano al lavoro, ridendo, li accompagnavano e li insaponavano – i loro “amici” – li grattavano e li massaggiavano, per quasi mezz’ora. Poi gli elefanti iniziavano a spruzzarsi l’acqua addosso, con le proboscidi levate alte nell’aria. La bocca aperta, come se ridessero. E a modo loro probabilmente ridevano…

Qui, a Sumatra, si erano appena bagnati nel sudiciume; gli avevano urlato contro, li avevano minacciati, picchiati e incatenati.
Mi sentivo male solo a guardarli. Non sono uno scrittore ambientalista, sono un corrispondente di guerra, e un romanziere. Non ho esperienza di questo argomento. Ma intuitivamente sapevo che ciò era folle, disgustoso. Gli elefanti mi guardavano dritto negli occhi. Stavano chiaramente implorando il mio aiuto. C’erano decine di persone nelle vicinanze, ma avevano scelto me, intuendo in qualche modo che ero l’unico in grado di fare qualcosa per aiutarli. Gli elefanti sono intelligenti, molto intelligenti; questo lo sapevo.

Tornai di corsa alla macchina, tirai fuori le macchine fotografiche e iniziai a lavorare. Cominciai a fotografare, deciso a divulgare quelle immagini in tutto il mondo.
In qualche modo, pensai, i due eventi erano collegati: l’uccisione di contadini innocenti la cui unica colpa era quella di aderire ad una fede diversa non professata dalla maggioranza, e l’orribile trattamento degli elefanti.
Dopo che gli animali furono costretti a lasciare la pozza, i custodi gli saltarono in groppa, mettendosi in mostra, bastoni in mano. Si piazzarono sul dorso degli elefanti, a gambe divaricate, urlando in continuazione.

Questo fu il mio giorno di riposo in Indonesia! Assolutamente un classico! Ci si sistema in un hotel sulla spiaggia giusto per venire a sapere che è stato costruito su un terreno rubato. Si guardano i notiziari e si assiste all’ennesima aggressione contro i non credenti o la minoranza sciita musulmana. Si fa un giro in campagna, in cerca di un po’ di fresco, e ci si imbatte in fiumiciattoli nerastri pieni di sostanze chimiche tossiche. Si vorrebbe riposare, ma si finisce per lavorare. Si vorrebbe trovare requie dalle storie, ma alla fine le storie vengono a cercarti.
L’Indonesia è la quarta nazione più popolosa al mondo, e allo stesso tempo la più religiosa della terra – un arcipelago enorme e deprimente, dove per molti, lunghi decenni è stato imposto il fondamentalismo di mercato, distruggendo le culture tradizionali, sostituendole con un vuoto morale ed emozionale senza fondo, terrificante.

Abbracciato alla sua unica zanna
Abbracciato alla sua unica zanna

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“Gli stranieri difficilmente vengono qui”, mi disse il signor Sugeng. “Trovano tutto ciò assolutamente deprimente e inaccettabile… il modo in cui gli elefanti sono trattati. E quello che hai visto si suppone debba essere una sorta di miglioramento rispetto ai vecchi tempi – dopo che numerose organizzazioni internazionali sono venute qui a tenere conferenze su come trattare gli animali. Ma qui, anche i ranger del parco non sono dalla parte degli animali; fanno le cose a modo loro”.

Secondo “EleAid”, un’organizzazione coinvolta nella conservazione in Asia dal 2002, i principali problemi che affliggono gli elefanti selvatici in Indonesia sono: perdita di habitat, conflitto uomo-elefante e bracconaggio.

EleAid chiarisce :
La risposta del governo indonesiano a questi crescenti problemi è stata assai inusuale. Prima di tutto è stato proposto di eliminare il problema degli elefanti sparandogli addosso. Tuttavia, le proteste da parte del pubblico internazionale e nazionale hanno portato all’accantonamento di questi piani. In alternativa, le autorità stanno catturando e trasferendo altrove, oppure addomesticando, gli elefanti selvatici…
La situazione attuale e futura per gli elefanti di Sumatra è particolarmente desolante. L’isola ha subito rapidi cambiamenti negli ultimi 25 anni e ciò ha avuto un effetto catastrofico sull’habitat dell’elefante selvatico. Il conflitto uomo-elefante è una questione importante e l’elefante sembra avere pochi amici.

Anche nell’estrema parte settentrionale di Sumatra – Aceh – il conflitto tra uomini ed elefanti è in aumento. Come mi ha spiegato il dottor Salmawaty, docente presso l’Università di Syiah Kuala Aceh: “Ad Aceh, c’è ancora il bracconaggio. E negli ultimi anni, si moltiplicano i casi di elefanti che impazziscono e distruggono i villaggi. Ciò accade perché noi, esseri umani, abbiamo totalmente distrutto la natura e l’habitat degli elefanti. Non c’è da stupirsi che essi si vendichino!”

Nel maggio 2010, News.co.au riportato:

I guardacaccia hanno comunicato all’AFP che il mese scorso oltre 10 persone hanno partecipato all’uccisione di un [elefante] maschio di 15 anni in una piantagione di palme da olio nella zona di Tamiang Hulu nella provincia di Aceh.
“Un testimone oculare ha raccontato che, una volta rimosse le zanne, l’elefante è stato tagliato a pezzi e poi gettato nel fiume,” è stato riferito.
Nel grande arcipelago i conflitti tra esseri umani e animali sono un problema crescente, poiché le foreste vengono distrutte per il legname o per far posto alle palme da olio, costringendo gli animali come gli elefanti e le tigri a un contatto ravvicinato con la gente.
Secondo il gruppo ambientalista WWF ci sono circa 2400-2800 elefanti di Sumatra in Indonesia. Sono i più piccoli tra gli elefanti asiatici.

Mi precipitai da Mr. Alamsyah – uno dei ranger del parco, che dormicchiava presso il cancello d’ingresso al Parco Nazionale Way Kambas. Gli riferii ciò a cui avevo appena assistito. Si strinse appena nelle spalle, aprendo lentamente gli occhi: “Bastoni chiodati? Catene? Cosa c’è di sbagliato in questo? Gli elefanti devono essere costretti a obbedire ai loro custodi”.
Questa ossessione dell’obbedienza! In Indonesia nessuno osa ribellarsi contro il regime, contro la famiglia, il clan, o la religione. Piuttosto, anziché affrontare il rischio dell’incertezza di una scelta di libertà, si sacrificano l’amore, l’identità e l’orgoglio.
Ma gli elefanti sono nati liberi. E o vivono liberi oppure muoiono. Se imprigionati, appaiono ancora vivi, ma in realtà non lo sono.
Dopo il 1965, questo enorme paese ha creato campi di concentramento per coloro che hanno rifiutato di piegarsi. Ha riempito le prigioni di milioni di persone che hanno rifiutato di abbassare la testa. Ora anche gli animali sono imprigionati nei campi di concentramento.

Distruzione delle foreste a Kalimantan
Distruzione delle foreste a Kalimantan

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Circa 15 anni fa, documentai la guerra in Sri Lanka. Stavo andando da Colombo verso una delle zone di battaglia, a Batticaloa e Trincomalee, devastate dal conflitto.
C’era un posto di blocco prima della zona di guerra, e si stava facendo buio. L’uomo al comando dell’avamposto, un graduato dell’esercito, un colonnello, aveva l’aria di essere completamente pazzo, con gli occhi iniettati di sangue e un’espressione disperata sul volto.
Fui costretto a trascorrere un’intera notte a bere con lui. Insisteva, urlandomi contro: “O si beve o non si va da nessuna parte!” Bevemmo.
Era un disastro: gli mancava un dito; sua moglie era scappata. Ma dopo avermi raccontato di sua moglie, non volle parlare d’altro che di elefanti per tutta la notte.
Il loro destino sembrava essere legato, almeno per come la pensava lui, a quella orrenda guerra.

Beveva e poi piangeva, parlando degli elefanti. Forse piangeva per la moglie, o per tutte le persone che erano scomparse mentre era al comando di quella zona, ma in verità stava dicendo ciò che segue:
“Abbiamo rovinato tutto, amico. Abbiamo anche interrotto e sbarrato le strade degli elefanti. E’ la cosa più terribile che un uomo possa fare. Hanno vagato per questa terra per millenni, erano qui molto prima di noi. Loro sono i veri proprietari e il simbolo di questa terra. Adesso ci spariamo addosso l’un l’altro dove loro hanno vagato in pace per millenni”.

Ubriaco marcio, nel cuore della notte, gli chiesi: “Allora, cosa fai quando succede, comandante? Che cosa fai quando passano gli elefanti?”
Si chinò verso di me, sputandomi le parole in faccia: “Dico ai miei uomini di smettere di sparare, maledizione!”
“E’ ‘gli altri’?” chiesi.
“Smettono, anche loro. Quando passano gli elefanti, tutti quanti aspettiamo!”

Guardai negli occhi uno degli elefanti di Sumatra, semisommerso nell’acqua sporca. Erano occhi molto saggi, tristi e imploranti. Era un elefante femmina, incatenata. Non lontano da lei c’era il suo cucciolo, senza dubbio nato in cattività.
In quel momento, per qualche ragione, mi ricordai di quella notte a Sri Lanka e di un comandante mezzo matto. E dopo tutti quegli anni fui improvvisamente sopraffatto da una sensazione di certezza, che egli in realtà non era pazzo, o non del tutto pazzo. Ho dimenticato così tante cose di quella guerra, ma ricordo ancora quella notte e gli elefanti dello Sri Lanka, che emergevano, come giganteschi fantasmi, dalla giungla impenetrabile.
Quel comandante non era completamente pazzo, sapeva che stava commettendo dei crimini, ed era paralizzato dall’orrore. In modo strano, stava cercando di conciliarsi col mondo, risparmiando gli elefanti.
Ma quei perfidi ‘custodi’ di Sumatra erano completamente pazzi, complici nel terribile progetto di distruzione del proprio paese, prestandosi alla tortura di una tra le più belle creature nate su queste isole. Lo stavano facendo senza rimorso, senza capire, e senza compassione.

Belli e fieri. Elefanti nell'Amboseli National Park, Kenya
Belli e fieri. Elefanti nell’Amboseli National Park, Kenya


Andre Vltchek

Indonesia: They Also Murder Elephants
Counterpunch, edizione week-end, 1-3 marzo 2013.
Traduzione di Paolo Novaresio

 

Andre Vltchek. Romanziere, regista e giornalista investigativo. Si è occupato di guerre e conflitti in dozzine di paesi. La sua discussione con Noam Chomsky  è da poco andata in stampa col titolo On Western Terrorism’ [Sul terrorismo occidentale] . Il suo romanzo politico, acclamato dalla critica, ‘Point of No Return’ [Punto di non ritorno] è stato recentemente ripubblicato ed è disponibile. ‘Oceaniaè il suo libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico meridionale. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e il modello fondamentalista di mercato s’intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear[Indonesia – L’arcipelago della paura] (Ed. Pluto, Londra). Ha appena completato il suo documentario “Rwanda Gambit” [Il gambetto ruandese] sulla storia del Ruanda e il saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto sul suo sito web o via Twitter.

 

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