Cosa sta succedendo in Mali?

Agli inizi degli anni 80, a Como operavano circa cento aziende che producevano foulard, sciarpe e cravatte, in seta, lana e fibre sintetiche.
Il lavoro non mancava, anzi. Ogni azienda, almeno tra le medio piccole, si era specializzata nella produzione di determinati articoli destinati a ben specifici mercati. Chi produceva seta naturalmente aveva il baricentro a Parigi, New York, Tokio sedi delle maison più prestigiose, quindi i titolari delle aziende produttrici frequentavano regolarmente queste città, mentre chi si era specializzato in fibre sintetiche aveva come interlocutore principale la grande distribuzione con sedi nei paesi più industrializzati del mondo, Dusseldorf, Berlino, Londra, New York, ma anche Parigi, Bruxelles, Toronto.
La mia azienda, essendo una delle ultime costituite, aveva trovato il proprio core business in mercati nuovi, dove le vecchie società non avevano ancora piantato radici. Tra questi, uno mi aveva affascinato, quello africano dove ho iniziato a operare nel 1980 e ho continuato sino al 1992 quando differenti fattori economici-finanziari hanno reso le nostre merci non più competitive rispetto all’offerta indiana, cinese, tailandese e turca.
In quegli anni milioni di foulard hanno lasciato la convalle comasca per destinazioni misteriose, almeno nel nome, Bamako, Cotonou, Lomé, Accra, Ouagadougou…, milioni di foulard, in alcuni anni, ogni mese!
Un mondo colorato, affascinante e difficile, a volte ingenuo, a volte pericoloso, ma popolato da personaggi di altissimo spessore morale e fiuto commerciale, un mondo che ho frequentato e amato per anni e che ho continuato a frequentare anche quando i motivi professionali erano venuti meno.

Timbuktu, la moschea Sankore nel 2007
Timbuktu, la moschea Sankore nel 2007

Spesso mi sono chiesto cosa mi abbia stregato di quell’ambiente apparentemente caotico, pericoloso, igienicamente improponibile.
Sicuramente la gente che, oltre al dna, ancora conservava la memoria storica e mistica degli antenati che avevano vissuto il Sahara fertile, che erano migrati a sud per contrastare la siccità, che avevano vissuto l’epopea dei grandi Imperi sudanesi, che avevano combattuto e in seguito abbracciato l’Islam, che avevano accolto gli europei sulle coste del Golfo di Guinea con amicizia, subendone le tragiche conseguenze della tratta degli schiavi e la colonizzazione, dalla quale da poco si erano affrancati. In quegli anni si respirava l’entusiasmo della conquistata libertà, politica, religiosa e di pensiero, alcuni stati erano “marxisti leninisti”, altri repubbliche popolari, alcuni vere e proprie dittature. Islam, cristianesimo e animismo convivevano e spesso davano origine a un sincretismo in cui la religione monoteista diventava parte integrante di una realtà animista: la stessa raffigurata nelle pitture rupestri sahariane di ottomila anni fa!

Le più famose e importanti moschee di Djennè, Timbuktù, Agades, sedi di prestigiosi mullah ospitavano sotto lo stesso tetto i marabutti, uomini che conducevano una vita ascetica dedicata alla predicazione della parola del Profeta, alla pratica della medicina tradizionale, allo studio e alla interpretazione della cabala, alla preparazione di talismani, alla predizione del futuro.
In sostanza il marabutto era ed è un santone, uno stregone, il trait d’union tra animismo tradizionale ed Islam.

Perché sto raccontando tutto questo? Perché quello che sta succedendo in questi mesi in Mali altro non è se non la ripetizione (corsi e ricorsi della storia) di ciò che è successo esattamente duecento anni fa.
In Europa poco si sa, ma nel mese di marzo di quest’anno l’esercito del Mali, sotto la guida del capitano Amadou Sanogo, ha spodestato Amadou Toumanì Touré, il presidente al potere, accusandolo di non essere in grado di prendere iniziative militari contro l’infiltrazione e l’insediamento di Al Qaida nel nord del paese e precisamente nella regione di Kidal, quella dove erano tenuti prigionieri tutti gli ostaggi europei rapiti nel Sahel negli ultimi tempi (compresa l’italiana Rossella Urru, recentemente liberata).

Il successo dell’operazione però ha avuto una conseguenza improvvisa ed imprevista; il Fronte di liberazione nazionale dell’Azawad (FLNA), una sigla che unisce diversi militanti tuareg, tra cui i reduci della guerra civile in Libia che hanno combattuto al soldo di Gheddafi, e il gruppo Jihadista Ansar Eddine, approfittando della situazione di instabilità che si è venuta a creare nel sud del paese, ha proclamato l’indipendenza del nord del Mali, un territorio grande tre volte l’Italia, e ne ha occupato le città più importanti: Timbuktù, Gao, Kidal.

I Tuareg vogliono vendicare le discriminazioni che il governo maliano ha perpetrato nei loro confronti negli ultimi decenni e vogliono un proprio paese indipendente: l’Azawad, mentre l’Ansar Eddine, di matrice wahhabita mira all’imposizione della sharia, la legge islamica, in tutto il territorio controllato dalle sue milizie.

Nelle ultime settimane il gruppo islamista riformatore, forte dell’appoggio esterno di Al Qaida e di alcuni paesi arabi, ha preso il sopravvento sul FLNA e di fatto controlla tutte le città del nord del Mali, dove la legge coranica è applicata con rigore, al punto di emulare le gesta dei talebani in Afghanistan e iniziando a distruggere i santuari dei 333 santi della città di Timbuktù, minacciando di radere al suolo tutte le moschee storiche della città in quanto luoghi di culto dei santi ed in contrasto con il pensiero wahhabita.

È esattamente ciò che accadde nel 1819 quando il re fulano e riformatore musulmano Sekou Ahmadou, dopo un assedio di nove mesi, si impadroniva della città di Djenné.
I costumi libertini della città contrastavano con la sobrietà del suo modo di vivere e il rigore della fede: li considerava abominevoli.
Era intervenuto pesantemente sul modo di vivere dei sudditi: aveva abolito l’uso della birra di miglio, la musica del balafon e dei tam-tam, proibito l’ingresso in città agli stranieri adoratori di idoli, compromettendo con ciò gravemente l’economia locale, proprio come sta accadendo oggi, con la proibizione della vendita di alcolici e sigarette, la diffusione e l’ascolto di musiche occidentali, l’obbligo alle donne di portare il velo, distruggendo la risorsa essenziale del turismo e riducendo la popolazione alla fame.

La sontuosa moschea  fatta costruire nel XIII secolo dal re Koy Konboro fu abbandonata al suo destino.
Siccome un musulmano non può distruggere una moschea senza violare la legge islamica, Sekou Ahmadou aveva fatto ostruire le condotte di evacuazione dell’acqua dal tetto, in modo tale che dopo alcune stagioni delle piogge la copertura aveva ceduto, rendendo la moschea inagibile.
Nel 1828 l’esploratore René Caillé visita la città e descrive lo stato di abbandono della moschea, di cui ancora si conservano le imponenti torri perimetrali:

A Jenné c’è una grande moschea in terra dominate da due torre massicce e poco elevate… essa è abbandonata a migliaia di rondini, che vi fanno costantemente i loro nidi, il che provoca un odore infetto, e fa prendere l’abitudine di fare la preghiera in una piccola corte esterna”.

Nel 1834 Sekou Ahmadou faceva costruire una nuova moschea, molto più sobria ed essenziale.
Dopo la conquista di Djennè nel 1893 da parte dei francesi alcune foto che riproducevano la nuova moschea, e le rovine dell’antica moschea, erano circolate in Francia suscitando l’interesse dei media.
Le Figaro aveva inviato a Timbuktù e Djenné un corrispondente, Felix Dubois, per documentare e descrivere le meraviglie dei luoghi. Tale fu l’entusiasmo che il corrispondente mise nel suo reportage, avanzando paralleli tra l’architettura sudanese e quella del Basso Egitto, che l’articolo su “L’illlustration” del 1896 divenne subito un successo editoriale, poi ripreso su l’Edition du Figaro e tradotto in inglese per il mercato di Gran Bretagna e America.

Felix Dubois, nominato Commissario per il Sudan, prese parte ai preparativi dell’Esposizione mondiale del 1900, concepita per consacrare la vittoria francese sulla concorrenza mondiale nell’egemonia coloniale.
A tal scopo Dubois fece costruire nei padiglioni coloniali, al Campo di Marte, le case di Djennè e una ricostruzione della Grande Moschea sulla base dei ruderi che aveva potuto visitare e grazie alle informazioni colte dalla tradizione orale.
L’esposizione fu visitata da 50 milioni di visitatori, una cifra esorbitante per i tempi, eguagliata solamente dall’esposizione di Osaka nel 1970, e le immagini dei padiglioni sudanesi hanno fatto il giro del mondo.

Nel 1906 gli anziani di Djenné decisero di ricostruire la Grande Moschea con la collaborazione, o meglio su ispirazione, delle autorità coloniali francesi che sognavano un monumento imponente al pari delle piramidi in una loro colonia.
Il lavoro fu realizzato, con la partecipazione di tutta la popolazione, in un solo anno e il risultato è veramente stupefacente.
Su una bassa collina di metri 75×75, quasi un basamento per un monumento, si erge una cattedrale in argilla di 20 metri di altezza con guglie che raggiungono i 30 metri: uno dei più grandi edifici in terra cruda del mondo.
Il paesaggio di Djennè cambiò completamente, diventando l’emblema dell’Africa Occidentale Francese e, dopo l’indipendenza, l’icona turistica del Mali.

Non oso pensare come gli jihadisti di Ansar Eddine vedano questa moschea, patrimonio dell’Umanità dal 1988, luogo sacro di preghiera mercificato ad attrazione turistica, voluto dagli infedeli colonialisti occidentali non per la gloria di Dio ma per soddisfare il proprio edonismo.
Fortunatamente Djenné non fa parte dell’Azawad, per cui al momento non dovrebbe correre alcun rischio, al contrario delle biblioteche Ahmed Baba e Mamma Haidara di Timbuktù, che oltre ai Libri Sacri contengono migliaia di manoscritti di astrologia, medicina, matematica e letteratura antica del XIII-XV secolo, salvati da una Andalusia araba riconquistata da Isabella la Cattolica nel 1498, e manoscritti prodotti in quei secoli nell’Università di Sankore da pensatori e studiosi giunti da tutta l’Africa: tutto materiale d’eccellenza, oggi ad altissimo rischio di distruzione fanatica o di vendita ai trafficanti di droga.

Mentre sto scrivendo apprendo che una coppia con due figli, che viveva pacificamente nella boscaglia, ai piedi dell’Adras des Iforhas, una zona semidesertica sperduta a nord di Gao, è stata lapidata il 29 luglio scorso nel villaggio di Aguelhok dagli islamisti di Ansar Eddine perché non sposata….

Augusto Panini