Piccolo prontuario sanitario di viaggio

Ambulanza in Zimbabwe - © chalud/Fotolia.com

Cari compagni di viaggio,
dopo esserci accuratamente e specificamente preparati e attrezzati sul piano sanitario, siamo finalmente in viaggio!

In questo articolo, cercherò di passare in rassegna e di darvi alcuni semplici suggerimenti di come, per quanto possibile, prevenire o gestire le problematiche che possono insorgere durante il viaggio, servendoci di quanto abbiamo con noi nel bagaglio (sanitario e non), o cercando soluzioni estemporanee di emergenza in assenza del necessario.
Seppur palliative, sono sempre meglio che nulla, e possono darci il tempo per trovare una soluzione migliore.

Naturalmente il viaggio inizia e finisce con un trasferimento, in genere in aereo, ma a volte implica lunghi tragitti in auto, che possono creare piccoli problemi comuni a tutte le destinazioni e stagioni.
Il rischio maggiore, conseguente al prolungato mantenimento di posizioni statiche e con gli arti inferiori declivi, è la trombosi (cioè la flebite).

Per prevenirla ci sono due semplici provvedimenti da attuare: prima della partenza assumere per tre/quattro giorni una compressa di aspirina, meglio se gastroprotetta (ricordandosene anche al ritorno!).
Durante il viaggio: se in aereo alzarsi periodicamente per passeggiare nei corridoi e fare qualche flessione sulle gambe; se in auto fermarsi ogni tanto per effettuare analoghi movimenti (bastano pochi minuti per volta).

Vi sono poi i disturbi da fuso orario (il cosiddetto jet-lag, generalmente più percepiti andando in direzione est): non sono mai gravi, ma per qualcuno possono essere sgradevoli e venire confusi con altre patologie.
Possono essere compensati più facilmente e rapidamente andando a dormire più tardi (cioè mantenendo l’ora italiana) se si va a ovest, o più presto se si va a est.

Per chi ha problemi di mal d’aereo, d’auto o di mare è sufficiente l’utilizzo preventivo dei farmaci specifici (in particolare i cerotti retroauricolari a base di scopolamina).

Una volta arrivati sul posto, inizia finalmente il vero e tanto atteso viaggio.
Durante il percorso possono verificarsi  piccoli o grandi inconvenienti, che cercherò di individuare e analizzare in relazione alle zone ambientali e climatiche, in quanto variabili che si vengono sostanzialmente a sovrapporre, a parità di condizioni, anche nei luoghi geograficamente più lontani nel globo.

Le prime norme generali da adottare sono quelle relative alla cosiddetta acclimatazione che deve appunto tenere conto delle differenze di clima e temperatura tra il luogo di partenza e quello di arrivo.
Bisogna ovviamente aver presente che nell’emisfero nord le stagioni coincidono con le nostre, mentre sono invertite in quello sud.

È bene comunque ricordare che l’inverno o l’estate tropicali, equatoriali o nordiche, sono comunque spesso molto diversi dai nostri.
È quindi necessario informarsi, prima di partire, della situazione climatica teorica e reale, relativamente al periodo che ci interessa, confrontando il meteo sui numerosi siti web esistenti per quasi tutti i paesi.

Troppo spesso questo aspetto viene sottovalutato, con conseguenti problemi da raffreddamento o da surriscaldamento.
Per evitarli è importante l’uso di abbigliamento a “cipolla” (cioè più strati di vestiario modulabili al bisogno, anziché pochi troppo leggeri o eccessivamente pesanti).

Bisogna tenere presente che, sia all’andata che al rientro, si può passare dal molto caldo al molto freddo o viceversa. E che la cabina degli aerei e gli aeroporti di transito sono spesso gelidi: motivo per cui è bene prevedere, nella borsa a mano, un cambio idoneo.

Inoltre, non sono da sottovalutare le escursioni termiche tra giorno e notte, che in certi luoghi possono essere importanti (a volte intorno ai 20/25 gradi e oltre, come nei deserti in inverno, e seppure in misura minore, anche in estate).
A complicare il tutto può intervenire l’umidità che incide, anche pesantemente, sulla temperatura percepita, specialmente nei primi giorni.

Anche l’esposizione al sole dovrà essere graduale e con protezioni adeguate (creme, cappello, occhiali da sole, maniche e pantaloni lunghi).
Il sole dei tropici o delle alte quote è molto diverso da quello delle nostre spiagge, e il rischio di scottature anche gravi, o di pericolosi colpi di sole o di calore, è presente anche per chi si ritiene immune da questo problema, in quanto abituato a esporsi al sole nelle zone temperate.

Pertanto sarà necessario, in relazione alle diverse situazioni, mutare frequentemente l’abbigliamento, avendo l’accortezza di avere sempre con sé di che coprirsi (anche quando ci si allontana per poche ore dalla base), in rapporto al passare delle ore e al cambiare del clima.
Mutamenti che, in certe regioni, possono essere estremamente rapidi e senza preavviso: per esempio, nei paesi tropicali il  tramonto del sole è repentino, con conseguenti e improvvise variazioni di temperatura.

Analogamente esiste un problema di adattamento al cibo che può essere molto differente da quello a cui siamo abituati, con conseguente necessità di assuefazione a gusti e digeribilità.
Sarà quindi bene accostarsi gradualmente ai cibi più “tipici”, anche se non sarebbe assolutamente giusto evitarli, magari rifugiandosi caparbiamente nella ricerca dei gusti a noi noti (la pastasciutta!).
Non mangiate però cose che non siano cucinate sul momento, per evitare inquinamento da polvere e insetti.

È sicuramente meglio, anche da un punto di vista sanitario, un cibo locale ben fatto che uno “pseudo-nostrano” malfatto: dubitate dei ristoranti che propongono cucina internazionale, specie in località sperdute (nel migliore dei casi mangerete male e spesso con sequele digestive e intestinali).

Per quanto riguarda la modalità di assunzione dei cibi: frutta e verdura potranno essere mangiate crude solo se sbucciabili o personalmente lavate con disinfettanti alimentari (non è una tragedia rinunciare per 20-30 giorni all’insalata, ma pura ansia da insicurezza…. qualsiasi siano le giustificazioni che ci diamo!).
Il latte e le carni di qualunque genere dovranno essere rigorosamente cotti!

Ciò vale anche per i viaggi apparentemente a basso rischio, come in Europa, in USA, o nei villaggi turistici gestiti all’occidentale: ricordatevi che l’apparenza non elimina il sommerso.
Chi lavora in cucina, dal punto di vista sanitario e comportamentale, può non essere ineccepibile, in qualunque parte del mondo voi andiate.

È molto più facile abbassare la guardia, e quindi esporsi a comportamenti a rischio, in ambienti apparentemente a “5 Stelle”: un classico è bere bibite non sigillate o mangiare cibi conditi con panna, creme, maionese e altre salse a elevata probabilità di trasmissione di infezioni intestinali.

Nei climi caldi bisogna ricordarsi (anche se può sembrare ovvio viene troppo spesso dimenticato!) che è fondamentale una buona idratazione per compensare le perdite da sudorazione. Infatti, se in situazione di normalità dovremmo introdurre almeno un litro e mezzo di liquidi al giorno (che oltre all’acqua possono comprendere minestre, tè, bibite, ecc.), in condizioni di rischio possono diventare necessari  6/8 litri al giorno.

Un buon parametro, benché empirico, ma che va seguito sistematicamente e attentamente, per valutare se stiamo compensando le perdite anche non percepite è quello di controllare la diuresi.
Ciò vale soprattutto nel deserto o in climi molto freddi, dove la secchezza dell’aria fa evaporare il sudore senza che ce ne rendiamo conto.

Finché uriniamo regolarmente, anche se in modo un po’ ridotto (ma non troppo…) rispetto alla nostra normalità, e le urine sono chiare, vuol dire che tutto va bene; viceversa se la riduzione è importante o totale e/o le urine diventano scure, vuol dire che siamo a rischio di sofferenza per i reni e quindi dobbiamo incrementare in modo significativo l’assunzione di liquidi.

Contrariamente a quanto si pensa, anche in ambienti molto freddi dove l’aria è molto secca (alta montagna, zone nordiche, ecc.), se si fatica molto e quindi si suda molto, si può verificare un processo analogo.
Pertanto i comportamenti devono essere gli stessi, anche se spesso, per assurdo, è molto più complicato provvedere al fabbisogno.

Il problema idrico è fondamentale nell’organizzazione dei viaggi più impegnativi, pertanto bisognerà fare un attento calcolo preventivo e per eccesso del fabbisogno, in rapporto al numero di partecipanti e alla durata di permanenza nelle “zone a rischio carenza”.

A questo punto si potrà optare per due soluzioni, in rapporto alla disponibilità di spazio sui mezzi di trasporto: bottiglie di plastica in quantità sufficiente (più gradevoli, ma sicuramente più ingombranti) oppure disinfettanti per l’acqua locale da conservare in taniche, più pratiche e facilmente rinnovabili, specie per lunghe permanenze.
Nei deserti o nelle foreste è più facile trovare pozzi o torrenti che rivendite di acqua imbottigliata.

Due ultime osservazioni sulle bevande: primo, non bisognerebbe mai aggiungere ghiaccio alle bibite in quanto è un importante veicolo di infezioni (attenzione ai frullati di frutta dove viene quasi sempre aggiunto  ghiaccio, che ovviamente non può più essere rimosso); secondo, specie se molto accaldati, non bisognerebbe mai bere bevande ghiacciate, che danno un rapido e apparente sollievo, ma possono provocare in queste condizioni risentimenti gastroenterici a tipo congestione.

In molte occasioni ci troveremo davanti a un mare, un fiume, un lago, che specialmente nel gran caldo, possono apparire molto invitanti.
Bisogna però ricordare che le acque dolci, anche se apparentemente pulite, sono spesso infestate da larve infettive (soprattutto se le acque sono stagnanti), mentre in quelle salate vi è grande quantità di molluschi, alghe e pesci urticanti o velenosi: informatevi sempre prima di bagnarvi dagli abitanti del luogo, che in genere sanno fornire indicazioni attendibili.

Attenzione agli oceani: anche in stato di quiete, le loro acque hanno una grande potenza e vi sono correnti non visibili, ma molto forti, che potrebbero crearvi dei problemi.

Le indicazioni fin qui esposte dovranno venir osservate con maggiore rigore nei primi giorni del viaggio (proprio in funzione di quell’acclimatazione, che è tanto più necessaria quanto più impegnativo è l’ambiente), ma comunque prese in considerazione anche nel resto del viaggio.

Attenzione al rischio inconscio di sentirsi ormai “uno del posto” o un veterano.  La frase magicanei miei numerosi, precedenti viaggi non mi è mai capitato nulla, malaria compresa” non mette al riparo dalla casualità.
Purtroppo, statisticamente ogni volta conta per il 100%: anzi, più è lungo il periodo in cui non abbiamo avuto problemi, più aumenta il rischio. C’ è sempre una prima volta.

Se da un lato è giustificato cercare di uniformarsi all’ambiente, soprattutto quando il soggiorno dura mesi o anni, dall’altro è sciocco rovinarsi una vacanza di due settimane per non attenersi ad alcune piccole prevenzioni e attenzioni, o imporsi qualche modesta limitazione.

Un ultimo avvertimento: gli incidenti stradali sono le principali cause di mortalità per i viaggiatori: se affittate un’auto, con o senza autista, verificate bene che sia idonea al percorso da compiere e in buone condizioni meccaniche (con tutti i ferri a bordo e le ruote di scorta gonfie).

Considerate che sulle strade di molti Paesi, la precedenza è sempre del “più grosso” (i camion non cedono mai il passo, specialmente su strade piccole o in salita!). Attenzione alle persone (in particolare ai bambini) e agli animali.
Possono muoversi in modo assolutamente imprevedibile, specie nei posti più remoti dove l’abitudine al traffico è minore.
Tenete presente che nella maggior parte dei cosiddetti Paesi del terzo Mondo, la vita quotidiana si svolge lungo e sulle strade.

Ricordate che qualunque incidente, sia che vi coinvolga personalmente o che riguardi gli abitanti del posto (animali compresi, considerati preziosa fonte di sussistenza!), può avere conseguenze anche molto sgradevoli: indipendentemente dai danni fisici provocati, può suscitare reazioni anche violente tra la popolazione locale (in molti posti la casualità degli eventi semplicemente non esiste e un incidente può essere considerato frutto di malocchio o peggio, con le conseguenze del caso).
Per questi motivi è generalmente preferibile, specie in ambienti difficili, procurarsi una macchina con autista locale.
In caso di bisogno, sa come comportarsi e affrontare queste realtà e trattare con i propri connazionali. In più potrà farvi anche da interprete, semplificandovi  la vita e quindi migliorando il viaggio.
Non solo, ma spesso potrà aiutarvi nelle contrattazioni per alberghi e acquisti e quindi farvi risparmiare, cosa che non guasta mai.

Con ciò abbiamo preso in considerazione tutti i principali comportamenti preventivi.
Ma nonostante il nostro impegno e la nostra attenzione, alcuni disguidi possono sempre capitare. Vediamo allora come affrontarli.

Diarrea del viaggiatore

Il più frequente è senza dubbio la cosiddetta “diarrea del viaggiatore”, dovuta  a cibi e/o acque contaminate, che si presenta con scariche diarroiche, dolori addominali e a volte febbre. In genere si risolve in pochi giorni, ma è comunque molto fastidiosa (specie nei viaggi di spostamento) e debilitante, poiché causa rapida disidratazione e difficoltà ad alimentarsi.

È quindi fondamentale reintegrare i liquidi persi, in qualunque modo, ma meglio con una soluzione reidratante autoprodotta: bastano mezzo cucchiaino di sale e otto cucchiaini di zucchero per ogni litro di acqua, se possibile con aggiunta di una tazza di succo di frutta. In relazione alle perdite di liquidi e alle condizioni ambientali, questa bevanda dovrà essere assunta in abbondanza.

Poichè i bambini soffrono della disidratazione di più e prima degli adulti, nel caso bisognerà intervenire precocemente!

Ovviamente bisognerà cercare comunque di alimentarsi a sufficienza, ma in modo sostenibile (ad es. riso e/o patate bollite, mentre vanno evitate frutta e verdure che stimolano la peristalsi, a eccezione delle banane, e bere molto tè, che è astringente). Parallelamente andrà assunto un antibiotico intestinale, se la diarrea non è grave, o un antibiotico ad ampio spettro se compaiono sangue nelle feci e/o febbre importante.

Colpi di sole e di calore

Vi sono poi i colpi di sole e di calore. Il primo è relativamente meno grave e dipende dalla prolungata esposizione al sole senza adeguate protezioni. Sempre tenendo conto, come ho già detto, che in certe zone climatiche il sole è molto più aggressivo che da noi, anche e soprattutto quando “non apparente”, ad esempio per la presenza di nebbia in alta montagna o di foschia da calore ai tropici.

Le conseguenze possono essere eritemi, ustioni oppure il vero colpo di sole, che si manifesta con malore e a volte nausea e cefalea. Per eritemi e ustioni bisognerà ricorrere alle pomate specifiche e viaggiare coperti,  con abiti leggeri; per il colpo di sole è utile il riposo all’ ombra, per quanto possibile in ambiente ventilato, impacchi freddi al capo (in particolare nuca e regioni laterali del collo). È ovviamente imperativo evitare l’esposizione al sole per alcuni giorni.

Il colpo di calore è più grave, in quanto si tratta della perdita della capacità di autoregolazione termica da parte del nostro organismo, con conseguenti gravi rischi per il cervello, che non è in grado di tollerare temperature elevate (oltre i 41/42 gradi) per più di qualche ora, senza subire danni spesso irreversibili, che talora possono condurre alla morte. E’ causato dall’esposizione prolungata a un calore ambientale eccessivo, il cui effetto può essere peggiorato da un’elevata umidità, che  non permette la sudorazione e impedisce il raffreddamento corporeo legato all’effetto evaporazione (il nostro principale sistema di raffreddamento). Avete presente il panno bagnato, messo attorno alla borraccia, che esposto al sole raffredda l’acqua in esso contenuta? Il sudore che imperla il nostro corpo svolge funzione analoga:il meccanismo è lo stesso ma in senso inverso!

Il colpo di calore si manifesta con forte cefalea, pelle secca, calda e diffusamente arrossata, affanno respiratorio e febbre elevata, fino alle convulsioni. Il trattamento, da effettuarsi al più presto, consiste nel riposo in un ambiente più fresco possibile (meglio se con ampio ricambio di aria), nello spogliare completamente la persona (per favorire il raffreddamento), nell’applicare impacchi per quanto possibile freddi (ovviamente se c’è ghiaccio è il massimo !) su inguini, ascelle, ai lati del collo e sulla nuca, cioè dove le arterie, essendo più superficiali, permettono un più rapido raffreddamento del sangue e quindi dei tessuti, in particolare di quelli celebrali.  Il tutto fino a ottenere l’abbassamento della temperatura ai valori normali. Parallelamente trasferire al più presto il paziente in un centro attrezzato.

Congelamento, assideramento, sbalzi barometrici

All’estremo opposto abbiamo il congelamento e l’assideramento, conseguenti all’esposizione prolungata a temperature eccessivamente basse. Il congelamento colpisce generalmente le estremità (dita di mani e piedi, naso e orecchie) che, se non protette correttamente  con guanti, calze, passamontagna fatti di tessuti caldi e coibentanti (ma mai aderenti!), si possono raffreddare fino alla comparsa di insensibiltà, rigidità e necrosi delle parti, se non trattate in tempo. Ad esempio, le moffole sono molto meglio dei guanti, perché le dita separate si raffreddano prima di quando sono tutte unite.

Non appena ci si accorge di ciò, è necessario eseguire prolungate frizioni delle parti interessate e un riscaldamento graduale (mai avvicinare le parti a fonti di calore diretto! Piuttosto metterle a contatto diretto del proprio corpo o di quello di un compagno).  Naturalmente, appena possibile, ricorrere a un centro attrezzato.

L’assideramento è invece dovuto alla riduzione della temperatura corporea al di sotto dei 35 gradi per tempi prolungati. È molto insidioso, perchè si instaura progressivamente e con sintomi sovrapponibili alla stanchezza da grande fatica: cefalea, spossatezza, sonnolenza, ipotensione fino all’arresto respiratorio e cardiaco.

Quando compare, induce la voglia di fermarsi e dormire ovunque ci si trovi: è indispensabile contrastare questa tendenza sollecitando il soggetto a parlare e a muovere gli arti; slacciare eventuali cinture o altro che possano limitare la libera circolazione del sangue, ma senza scoprire la persona, anzi, se possibile coprendo ulteriormente il paziente con coperte o sacchi a pelo, facendogli assumere bevande calde molto zuccherate (mai alcolici! Contrariamente a quanto si pensa l’alcool favorisce la dispersione della temperatura corporea, anzichè aumentarla!). Anche in questo caso vale la pena di ripetere la raccomandazione di trasferire al più presto il soggetto in centro adeguato.

Altro problema da non sottovalutare sono gli sbalzi barometrici che ad alcuni possono creare problemi, fino al “mal di montagna”. Infatti sopra i 2000 metri, e in particolare oltre i 3500, la rarefazione e il minore contenuto in ossigeno dell’aria possono indurre squilibri che non tutti riescono a compensare, almeno in tempo reale.

Il mal di montagna si manifesta con mal di testa, inappetenza, nausea, vomito, affaticabilità, tosse secca, e gonfiori al volto e agli arti. Se con un poco di riposo i sintomi scompaiono, potete riprendere a salire, se no dovete ridiscendere rapidamente per evitare la comparsa di edema celebrale e/o polmonare. In questo caso, se avete a disposizione un diuretico iniettabile, va praticato immediatamente prima di trasportare il paziente in un centro attrezzato o comunque a quota più bassa possibile.

A proposito di questo problema, bisogna ricordare che molti Paesi si trovano in gran parte ad altitudini di base molto elevate (dal Nepal e Tibet al Perù; dall’Etiopia all’Ecuador, dalla Bolivia al Madagascar, ecc.) con possibilità di sbarcare dall’aereo direttamente a 2500/3000, fino ai 4000 metri di Lhasa, sull’altopiano tibetano.

Per evitare quindi spiacevoli incidenti è più che mai necessario, ancora una volta, valutare la fattibilità e sostenibilità individuale al viaggio ipotizzato, confrontandosi con il proprio medico curante prima di decidere la destinazione. Ciò vale in particolare per cardiopatici, ipertesi, pneumopatici, bambini e donne in gravidanza, ma anche per gli over 45 sani è consigliabile un check-up cardiaco prima di partire.

Naturalmente, come sempre, la migliore terapia per tutti questi problemi è la prevenzione con adeguato abbigliamento e alimentazione, la non sottovalutazione dei rischi ambientali, e soprattutto non sopravvalutare le proprie capacità e preparazione fisica.

Ferite

Un altro inconveniente che può capitare in viaggio è quello di una ferita accidentale, più o meno grave. Il rischio, in questi casi, è soprattutto quello infettivo, in quanto la polvere e la terra sono ovunque. Se abbiamo fatto la vaccinazione antitetanica saremo già più tranquilli, ma ciò non ci esime dalla necessità, per quanto possibile, di un’accurata disinfezione.

Prima di tutto, per le ferite superficiali, è necessario effettuare un ampio lavaggio con acqua pulita (per capirci, quella da bere, o in alternativa acqua bollita per almeno 20 minuti) cercando di rimuovere eventuali scorie presenti; poi, se presente nel nostro kit di farmaci, intervenire con una soluzione di Betadine; infine si chiuderà la ferita con semplici cerotti medicati o con gli streeps, a seconda della sua entità, ed eventualmente con un bendaggio di protezione.

Nel caso in cui i cerotti non tengano o non ne abbiate con voi, una soluzione alternativa per chiudere anche solo temporaneamente una ferita, specie se importante, può essere la seguente: infilare un comune ago del necessaire da cucito (che in genere dovremmo avere) con una gugliata di qualunque filo lasciata doppia, fare bollire il tutto per circa 20 minuti e poi dare dei punti (ditanziati tra di loro di circa un centimetro), che prendendo per una certa profondità i due lembi della ferita ne permettano la chiusura, eseguendo dei normali nodi.

La medicazione andrà regolarmente rivista una volta al giorno per evitare suppurazioni trascurate. Nel caso di comparsa di arrossamenti e/o gonfiori, bisognerà spremere i margini della ferita per favorire la fuoriuscita di eventuale pus o sierosità raccolte, ripetendo lavaggio e medicazione.

Nel caso che vi sia un sanguinamento diffuso, ma senza una sorgente particolare, è sufficiente praticare una compressione con la garza per 5/10 minuti, seguita poi da un bendaggio leggermente compressivo.

Se la ferita è profonda, i rischi sono: ritenzione di materiale estraneo in profondità (pietrisco, schegge di legno o di vetro, ecc.; pertanto  il lavaggio dovrà essere prolungato e favorito da spremiture anche se dolorose); lesioni di arterie e vene più o meno importanti (a tal proposito bisogna ricordare che se il sangue che fuoriesce è scuro si tratta di lesione venosa, se rosso vivo c’è una lesione arteriosa, potenzialmente più pericolosa).

In questo caso la questione si complica: per vasi piccoli (lo si può capire se il sanguinamento c’è, ma è modesto) sarà sufficiente una compressione più prolungata, seguita da un bendaggio stretto che andrà allentato e rifatto più leggero dopo circa mezz’ora. Utile, quando possibile, l’apposizione di ghiaccio. Il paziente dovrà comunque essere visto al più presto, ma senza urgenza assoluta, presso un centro di Pronto Soccorso o da un medico.

In tutti questi casi si dovranno somministrare antibiotici a largo spettro per 7/8 giorni almeno.

Per vasi grossi (con sanguinamento importante) bisogna invece dare la precedenza assoluta, anche rispetto alla disinfezione, all’emostasi (cioè a fermare il sanguinamento)! La prima cosa da fare è tamponare la sede di sanguinamento, comprimendo fortemente sulla ferita con le mani appoggiate su un fazzoletto o qualunque altro tessuto (anche se usati!).

Quindi, se si tratta di un arto, fare posizionare da un altro compagno un laccio di qualunque genere (cinghia, corda, manica di camicia o di giacca, ecc.) a monte della ferita (cioè dalla parte più vicina al cuore), e stringerlo gradualmente fino ad arrestare il sanguinamento. La cosa migliore sarebbe confezionare con quanto si ha a disposizione un anello grande circa il doppio dell’arto interessato, poi infilare un pezzo di legno o d’altro lungo circa 15/20 cm, parallelo all’arto stesso, e cominciare a girarlo fino a strozzare l’arto e quindi far cessare il sanguinamento. Questo sistema rende più semplice l’allentamento periodico del laccio per il ricircolo.

Il laccio dovrà essere allentato ogni 30 minuti circa, per evitare la necrosi dell’arto (anche se ciò provocherà dei piccoli sanguinamenti). Poi, eseguiti un rapido lavaggio e una medicazione protettiva, bisognerà raggiungere al più presto un centro attrezzato. Nell’attesa somministrare subito antibiotici a largo spettro e antidolorifici.

Le ferite al cuoio capelluto spesso sembrano più gravi del vero perchè sanguinano molto, ma nella gran parte dei casi con una compressione di 5/10 minuti si potrà vedere che non c’è nulla di grave oltre al taglio, il quale potrà essere medicato (dopo una rasatura di qualche centimetro ai due lati della ferita) nel modo già descritto e possibilmente con apposizione di ghiaccio. Sarà comunque bene, appena possibile, eseguire una radiografia del cranio per escludere fratture.

Le ferite profonde al collo, al torace, o all’addome possono solo essere trattate con compressione e trasferimento rapido in ospedale. Nel caso vi siano schegge di legno, metallo, di vetro o d’altro, non rimuoverle assolutamente perché potrebbero agire come emostasi di qualche grosso vaso arterioso o venoso. La loro rimozione, o anche il solo spostamento, potrebbe causare emorragie irrimediabili.

Fratture e traumi

Altro problema altrettanto complesso sono le fratture: cadere malamente in luoghi impervi non è cosa rara! Purtroppo l’ho sperimentato personalmente in Dancalia, dove, al terzo giorno di un viaggio “serio”, sono rovinosamente caduto mentre scendevo da un vulcano fratturandomi un polso e una spalla per il più stupido dei motivi: il fiocco delle stringhe di uno scarpone, lasciato troppo lungo e libero, si è impigliato al volo nei ganci dell’altro, provocandomi un “autosgambetto” che, nello slancio della discesa, mi ha causato il danno che poi mi ha accompagnato per i restanti 15 giorni di viaggio… e non è stato un compagno piacevole!

Ricordate che i dettagli in tutte le preparazioni e in tutti i comportamenti sono sempre fondamentali in tutti i tipi di viaggi e non solo!

Le fratture possono essere chiuse o aperte, a seconda che siano associate a una ferita. Per capire se c’è o no una frattura di qualunque osso, bisogna osservare se la posizione della parte interessata è normale e simile a quella dell’altro lato (ad es. per la frattura del femore, ad arti distesi, il piede del lato lesionato può girarsi verso l’esterno in modo eccessivo). Inoltre posando una mano sul punto dolorante, al movimento provocato si ha la sensazione di sfregamento in profondità, e poi naturalmente il dolore, che però a caldo può essere minimo (si racconta di persone che si sono rese conto della frattura solo dopo avere continuato a camminare per qualche tempo). Comunque, nel dubbio, si dovranno trattare tutte le fratture sospette almeno con il riposo assoluto della parte.

Per le fratture di uno dei quattro arti bisognerà cercare di distendere in posizione normale l’arto leso, affiancargli qualcosa di rigido di lunghezza tale da comprendere le due articolazioni a monte ed a valle del segmento fratturato (per ridurre al massimo i movimenti anche involontari), avvolgendolo in qualcosa di morbido, per evitare compressioni (bastone, asse, ombrello, palo di tenda, ecc.) e poi fasciare arto e sostegno il più strettamente possibile, Naturalmente bisognerà evitare di interrompere la circolazione (si potrà capirlo vedendo se i piedi o le mani impallidiscono o gonfiano, nel qual caso si deve rifare il bendaggio più lento).

Analogo trattamento per mani, piedi, polsi, caviglie, gomiti e ginocchia. Per le dita dei piedi basta tagliare la parte superiore della punta di una scarpa che fungerà da tutore, mentre per le dita delle mani resterà necessaria la steccatura, ma comprendendo nel bendaggio le due dita a fianco di quella lesionata.

Per le fratture esposte il trattamento osseo è analogo, ma si dovrà associare anche il trattamento della ferita (come descritto in precedenza).

Decisamente più problematico è il trattamento delle fratture, presunte o reali, della colonna vertebrale a qualunque livello, ma in particolare a quello cervicale (per il gravissimo rischio di compressioni del midollo spinale e conseguenti, possibili paralisi più o meno gravi).

Nel caso in cui, per il tipo di caduta o per i punti dolenti riferiti, vi sia qualche dubbio che vi possano essere tali lesioni, bisogna muovere il paziente il meno possibile e aiutandosi con un telo o meglio un’asse che fungerà da barella (la prorità deve andare a materiali rigidi).

Si deve procedere in questo modo: distendere il corpo sul dorso, ruotarlo in senso longitudinale su uno dei fianchi facendo presa su spalla e bacino (ma lasciando che l’altro fianco tocchi il terreno!), infilare sotto al corpo ciò che si ha a disposizione, riappoggiare il dorso sulla barella improvvisata e far scivolare il paziente al centro della stessa.

Tutti questi movimenti devono essere eseguiti molto lentamente e cautamente, mentre qualcuno tiene il capo del paziente, accompagnando in sincrono i movimenti del corpo: è la manovra in assoluto più delicata e rischiosa e va fatta con la massima attenzione!

Terminato il carico bisogna cercare di evitare i ciondolamenti del capo, mettendogli ai lati due ostacoli (borse, taniche, ecc.) e fissando il tutto con una lunga striscia di cerotto per impedire al massimo i movimenti. Tutte le fratture maggiori o sospette tali andranno ovviamente trattate al più presto in adeguate strutture ospedaliere.

Per gravi traumi del capo può intervenire uno stato di coma più o meno grave, consistente nella perdita di coscienza e riflessi, senza segnali di reazione agli  stimoli anche dopo diversi minuti. In tal caso l’unico trattamento possibile è il trasferimento rapido in ospedale, avendo cura di girare il paziente sul fianco e di estrargli la lingua per evitargli il soffocamento.

Svenimenti e stato di chock

A complicare tutti i traumi maggiori, ma anche per abbassamenti improvvisi della pressione arteriosa, può intervenire uno svenimento banale (o lipotimia), ma anche uno stato di shock.

Nel primo caso c’è temporanea perdita della coscienza, con caduta a terra; sarà sufficiente distendere il paziente, sollevare gli arti inferiori a 60 gradi o più (mai la testa!) ed eventualmente spruzzare il volto con acqua fresca per ottenere la ripresa di coscienza, che poi andrà stabilizzata con 5/10 minuti di posizione distesa, possibilmente all’ombra (anche solo della macchina).

Nel caso di shock invece le cause sono più gravi (dal sanguinamento, al trauma, etc.), pertanto alle analoghe manovre bisognerà affiancare l’uso di antidolorifici, il trattamento il più rapido possibile delle lesioni (come descritto) e la somministrazione, se possibile (anche se difficilmente praticabile nei normali viaggi), di perfusioni per via endovenosa.

Va invece limitata, almeno nelle prime ore, la somministrazione di bevande per bocca (pochi sorsi e distanziati) per non aggravare nausea e vomito, già di per sé spesso presenti in queste condizioni. Naturalmente anche in questo caso il trasferimento rapido in un centro attrezzato è la soluzione ottimale.

Punture di insetti e morsi di animali

Per finire parliamo di punture di insetti e morsi di animali. Le punture di insetto possono provocare banali irritazioni cutanee, ma anche essere portatrici di gravissime malattie (Malaria, Filariosi, Febbre gialla, Dengue, Malattia del sonno, ecc.). Pertanto, più che mai, diventa fondamentale la prevenzione con repellenti ad alta concentrazione, abbigliamento che copra braccia e gambe (specie nelle ore del tramonto, ma non solo), uso di zampironi e dei ventilatori o dei condizionatori, se si alloggia in un albergo.

In caso di punture fastidiose, l’uso locale degli appositi prodotti o di ammoniaca e la somministrazione di antistaminici e/o cortisonici per bocca, elimina rapidamente le eventuali reazioni. Purtroppo molte malattie trasmesse dai morsi degli insetti possono manifestarsi a settimane o mesi di distanza.

Per i morsi di animale il discorso è diverso. In molti Paesi esistono cani allo stato semiselvatico che possono essere portatori della rabbia, così come gatti, roditori di vario genere e naturalmente volpi. Il rischio di essere morsi non è elevato (se non si cerca di familiarizzare con i cani e i gatti!) ma se capita, dopo un’accurata pulizia e disinfezione delle ferite, è indispensabile eseguire al più presto il trattamento antirabbico, che in genere si trova facilmente negli ospedali delle zone a rischio.

Decisamente più rare sono le morsicature da altri animali, anche se non si possono escludere, specie se si fa vita di campo: il trattamento è analogo. Bisogna ricordare che anche i graffi di gatto sono portatori di pericolose malattie.

Completamente diverso è il problema dei serpenti velenosi: ce ne sono di tutti i tipi, in tutti i paesi e mari del mondo, a eccezione (per quanto se ne sa fino ad ora) del Madagascar e ovviamente delle regioni polari o dei ghiacciai. È pertanto utile documentarsi in questo senso prima di partire, per evitare di giocare con un delizioso mamba verde il cui morso uccide in pochi minuti, o perseguitare un innocuo orbettino.

Ancora una volta per questo problema la terapia migliore è la prevenzione perché, dopo, le possibilità di trattamento sono pochine, specie in certi posti. Sarà pertanto indispensabile l’uso di scarponcini e calzettoni o pantaloni lunghi e spessi, specialmente se si fa trekking, tanto in zona di foresta che di deserto.

Parimenti, bisogna fare sempre attenzione a dove si posano i piedi, le mani e a dove ci si siede. Può essere utile anche fare rumore (meglio con un bastone). È comunque raro che un serpente attacchi se non stuzzicato. Se comunque si viene morsi bisogna fare sanguinare la ferita con un’energica spremitura (mai succhiare: ci si può avvelenare in due!) e trasferire rapidamente l’infortunato dove sia possibile trovare il siero adatto.

Per finire, bisogna fare molta attenzione anche ai morsi di ragni e scorpioni, che possono dare reazioni locali e generali anche importanti, benché raramente mortali.
In particolare, è bene ricordarsi di chiudere sempre bene zaini e valigie, tasche comprese, (e anche le cerniere delle tende, dato che questi animali amano molto rintanarsi), facendo sempre attenzione prima di rimettersi le scarpe lasciate all’aperto.
Anche nelle camere di albergo è comunque sempre opportuno scuoterle bene prima di calzarle. In caso di morsicatura è utile la somministrazione di antistaminici, cortisone e talvolta antibiotici.

Federico Ponzio