La tribù degli Ik

L’ha detto Goethe: “Nessun uomo può contemplare un tramonto per più di un quarto d’ora”.
In Africa il tempo è anche meno. Eppure sempre, verso sera, si possono vedere figure accoccolate sui talloni che contemplano l’orizzonte in disfacimento per le prime ombre lunghe. Sono soprattutto i pastori a diventare parte dello skyline del tramonto africano.
È, ovviamente, un momento straordinario della giornata: comincia a far fresco e si è più disposti verso la filosofia. E ci si vuole tutti un gran bene, forse per riallacciare i vincoli di gruppo necessari a sopportare i misteriosi pericoli della notte.

Fu così che, quando l’antropologo Colin Turnbull vide tre individui accoccolati davanti alla sua capanna all’ora del tramonto, con l’occhio perso verso le pianure occidentali, pensò di aver giudicato male i piccoli e malvagi Ik.
Qualunque uomo in grado di godersi il calar del sole può ancora amare. Pertanto non li disturbò. Fu solo dopo qualche giorno che gli effluvi pestilenziali lo disillusero: gli Ik avevano deciso che il suo di, lo spiazzo “sociale” che ogni capanna dovrebbe avere di fronte, era un ottimo luogo per la defecazione serale.

La storia di questo popolo, feroce e straziante al contempo, la potete leggere nel libro di Turnbull “ll popolo della montagna”. Gli Ik erano cacciatori-raccoglitori che girovagavano per le valli delle catene montuose situate tra il Kenya e l’Uganda, su a nord, ai confini col Sudan.
Non è un luogo particolarmente ameno (direi, piuttosto, arido e inospitale), ma gli Ik riuscivano a trovare sufficienti risorse vegetali e di selvaggina.
Il tutto veniva integrato dalle abbondanti scorte di miele raccolte lungo i fitti boschi.

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La raccolta del miele nella valle del fiume Kidepo è stata per secoli una delle attività più praticate dagli Ik. Le arnie erano realizzate con due mezzi tronchi scavati, avvolti in corteccia d’albero, posti sui rami di una pianta d’acacia: gli uomini, servendosi di un lungo palo come di una scala, provvedevano alla raccolta, dopo aver scacciato le api con il fumo. Il miele era un elemento fondamentale nell’alimentazione degli Ik. (© A. Salza)

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È la tipica vita del cacciatore-raccoglitore perfettamente inserito nell’ambiente in cui si muove che costituisce la sua nicchia ecologica; lo sfruttamento delle risorse è basso (non supera il 60%) ma il livello nutritivo che se ne ottiene risulta piuttosto alto: intorno alle 2500 calorie giornaliere, una dieta perfetta e bilanciata tra carni magre, verdure crude e carboidrati a trasformazione rapida (il miele).

I ricercatori americani, infatti, hanno recentemente proposto la dieta paleolitica come la migliore possibile, sempre che vi includiate il moto necessario per arrampicarvi sugli alberi alla ricerca del miele, e la rapidità di gambe necessaria per sfuggire ai predatori.

Tornando agli Ik, le loro montagne fornivano tutto il necessario per vivere bene. Poi la solita storia.
Il governo ugandese, subito dopo l’indipendenza, dichiarò la valle del fiume Kidepo riserva naturale, vietando la caccia e la raccolta.
Si trattava dell’area tampone in cui gli Ik, partendo dalle montagne, trovavano il cibo durante i mesi duri dell’anno: per loro, si disse, non c’erano problemi, sarebbero diventati agricoltori sedentari com’era avvenuto con successo per altri gruppi di nomadi di alcune catene vicine.
E,infatti, ci provarono: non avevano altra scelta.

Ma i governi hanno scarsa influenza su composizione del suolo e climatologia.
Agli Ik toccò, tra le loro predilette montagne, il peggior terreno agricolo dell’Africa, dove la siccità è condizione normale ma, quando piove, la violenza dell’acqua è tale e la pendenza dei campi così forte che terra, piante, semi vengono dilavati in toto.
Gli pseudo raccolti si sarebbero potuti trovare molto più in basso, alla fine della miserabile stagione delle piogge: nella valle del Kidepo, appunto, dove nessun uomo poteva servirsene.

Non fu la fine per gli Ik, ma di tutto ciò che non era cibo per l’individuo. Per questo popolo la parola “bontà” (marangik) non è la condizione di chi dà il cibo a un altro, ma di chi ha la pancia piena.
I mariti cessarono di portare il cibo alle mogli, le donne smisero di darlo ai figli e i bambini cominciarono a rubarsi il cibo l’un l’altro.
Gli Ik mandavano i vecchi a impietosire l’antropologo con le loro carcasse ossute. Questi ottenevano qualcosa da mangiare che Turnbull, ormai esperto, cacciava loro direttamente in bocca, ma spesso i vecchi si ritrovavano sul sentiero, bastonati dai ragazzini e privati del loro prezioso boccone.
D’altra parte, facevano notare gli Ik, “perché nutrire chi sta per morire? E perché dare da mangiare a chi non è in grado di badare a se stesso? In una società di fame occorre tenere in vita i riproduttori e ridurre al minimo lo spreco. Se il cibo è appena sufficiente per uno, diventa totalmente insano dividerlo per due. Due morti non sono meglio di uno”.

La scelta biologica appare sinistramente giusta: il gruppo deve far superare la crisi ambientale a chi sarà poi in grado di riportare il numero dei componenti ai livelli normali. L’ideale divenne il trentenne ben pasciuto.
Ma il protrarsi della crisi alimentare spezzò il meccanismo: la scomparsa dei vecchi segnò la fine della memoria del mondo com’era. E i bambini che sopravvissero a ogni costo non conoscevano altra legge che quella della pancia.
Sarebbero sì riusciti a riprodursi (a parte il fatto che il sesso fu una delle prime pulsioni a scomparire nel mondo dominato dalla fame), ma il nuovo gruppo sarebbe vissuto con le nuove regole, perché ormai nulla lo legava a un mondo cosiddetto migliore.

Gli Ik cominciarono a ridere. Se uno iniziava un lavoro, con le poche forze rimaste, gli altri lo osservavano finché sbagliava. E allora giù tutti a sghignazzare di scherno. È come nelle comiche finali: chi scivola sulla buccia di banana fa sbellicare tutta la platea.
Racconta Turnbull: “Gli uomini osservavano con divertita anticipazione il bambino che per caso s’avvicinava carponi al fuoco. Poi scoppiavano a ridere allegri e soddisfatti non appena il piccolo cacciava la manina ossuta tra le braci. E queste erano anche le rare occasioni in cui si manifestava l’amore parentale, perché la madre gongolava che il suo rampollo desse occasione a tanto divertimento comune. Allora, magari, lo allontanava dai carboni roventi”.

I cacciatori-raccoglitori hanno da sempre imparato a convivere con le vicine tribù di agricoltori e, soprattutto, pastori. Gli Ik si diedero alla politica in grande. Gli unici momenti di furibonda attività collettiva divennero quelli necessari per la costruzione delle lance. I pastori temono e disprezzano i fabbri, ma non possono farne a meno, e agli Ik, in cambio di latte, sangue e qualche capo di bestiame, non parve vero di diventare mercanti d’armi.

Sfruttarono anche la loro posizione strategica al confine tra le pianure di Kenya e Uganda. Cominciarono a dividersi in due gruppi e a fare il doppio gioco. Vendevano le armi ai Turkana e ai Dodoth contemporaneamente, calcolando i tempi delle razzie (a loro era affidato il lavoro di spionaggio) in modo che sia i primi sia i secondi le organizzassero nella stessa notte.
Ci sarebbero stati così più morti tra i deboli rimasti al villaggio (donne, vecchi e bambini) e ci sarebbe stata più possibilità di arraffare qualche vacca.

Come ho detto, non ho mai visto un Ik. Ma sono quasi sicuro che loro hanno visto me. La Suguta Valley, a sud del lago Turkana, in Kenya, è stata per cinque anni il rifugio inaccessibile di una banda di feroci ladri di bestiame e predoni, gli ngoroko. I pastori ne erano terrorizzati e acconsentirono molto malvolentieri ad accompagnarmi in questo lembo di inferno; la sera mi parlavano della ferocia di questi uomini, come se non bastassero caldo, vento e sabbia a impedirmi di dormire. “Sono piccoli e nerissimi, con la pelle grinzosa. E non hanno pietà”.

Le caratteristiche fisiche erano proprio quelle dei cacciatori-raccoglitori, così come la loro capacità di sopravvivenza in un ambiente tanto ostile. «Gli ngoroko vengono dall’Uganda, dalle montagne», mi ripetevano lugubremente i Turkana. E ho passato alcune notti a cercar di vedere qualche Ik, una volta, anche se oggi non fabbricano più lance, ma barattano mitra AK47 (uno per quattro vacche). E li usano.

Gli Ik non hanno più sovrastrutture sociali o emotive. I lussi sono finiti, come i valori umani, così deboli da variare da gruppo a gruppo, da tribù a tribù. Dio è morto, con la famiglia. E la pietà, è un concetto relativo. Turnbull ha visto Lo’ono, la vecchia moglie dello stregone, inciampare e cadere in un burrone. Il resto della tribù fece subito capannello con terribili risate chiocce. La vecchia agitava le braccia “come una tartaruga rovesciata, incapace di muoversi”. Nessun Ik mosse un dito: un investimento energetico folle. Turnbull (“I bianchi non imparano mai”) scese nel burrone, sollevò la vecchia semicieca, le diede da bere e da mangiare. Le parlò dolcemente, come si fa con le persone di rispetto, con i termini giusti per il suo grado di donna, di anziana e di moglie di un sacerdote.

Improvvisamente Lo’ono scoppiò a piangere. “Piango”, disse, “perché tutt’a un tratto mi avete fatto venire in mente il tempo in cui gli uomini si aiutavano a vicenda ed erano buoni e gentili”. Si allontanò piangendo.
“Era già morta”, ha ricordato Turnbull, “e noi, umanamente, l’avevamo resa infelice”. Mi chiedo allora se non avessero ragione gli Ik a ridere e a lasciar morire Lo’ono così, come una vecchia tartaruga. Ridendo di sé, senza subire un’atroce sofferenza.

Alberto Salza

 

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Fino a quando vissero da cacciatori-raccoglitori (cioè fino agli inizi degli anni ’60), gli Ik si costruirono semplici ripari di rami e foglie.
Dopo la sedentarizzazione forzata e l’obbligo all’agricoltura, presero a modello le case a tetto conico.
I nuclei familiari andavano però deteriorandosi rapidamente, cosicché ciascun individuo si isolava all’interno del compound con palizzate impenetrabili dotate di un piccolissimo accesso, l’asak, che permetteva di entrare solo carponi ed era spesso protetto da !ance nascoste tra i rami. Attraverso i vari asak si poteva accedere all’odok, l’ingresso comune.
Questo sistema consentiva a ogni individuo di non incontrare gli altri e non dover spartire il cibo, che veniva consumato nella più totale intimità. Uno spiazzo collettivo, il di, vedeva gli Ik accucciati per lungo tempo senza parlare.
Nel riquadro a destra nel disegno, la struttura di una casa individuale: una piattaforma nella capanna (in alto) serviva da letto con due focolari, uno per la cottura e l’altro per il riscaldamento.
Una seconda cucina si trovava nel recinto a destra, mentre nel granaio di sinistra si ponevano, quando c’erano, i magri raccolti di mais.
In basso, in primo piano, l’asak che serve come accesso alla palizzata-corridoio.
Attualmente i poco più di 2000 Ik superstiti vivono con le tribù limitrofe, di cui hanno assimilato costumi e abitudini, o in bande difficilmente localizzabili. (© A. Salza) 

 

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