I Samburu

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Giovane guerriero “morran” armato della sua lancia; il resto dell’arsenale dei “morran” è costituito da una daga e da un randello, il “rungu”. (© A. Salza)

Era una pista di montagna, come le tante altre che, sulle pendici frantumate della Rift Valley, portano agli altipiani. Non avevo paura di perdere la strada, bastava seguire il tanfo delle carogne. Le mucche erano morte a intervalli regolari: semplicemente perché, senza un po’ di carne sopra, le ossa non camminano. Qualcosa avevano mangiato: spine e corteccia per lo più, dato che l’erba era finita da un pezzo. Ma in Africa non si muore perché manca il mangiare: si muore di sete. Senz’acqua spariscono i campi e i pascoli, gli animali rinsecchiscono. Quando cominciano a cadere sulle piste, alla ricerca di un po’ di fango, allora è il momento della morte degli uomini.

Cominciai a correre sulla salita che aveva esaurito tutte le energie residue della mandria. Saltavo i cadaveri degli zebù dalle lunghe corna e delle mucche sanga, con le corna piccole e il mantello variopinto. Su alcune c’erano le tracce dei denti del leopardo. Iene e avvoltoi sarebbero arrivati più tardi. Alla fine raggiunsi un gruppetto di morran, i giovani guerrieri samburu che avevano tentato la disperata transumanza di centinaia di chilometri per arrivare all’acqua. Tra loro c’era un anziano che conoscevo, Lenkewat. Apparteneva al clan dei Loroghishu, i più materialisti tra i Samburu. Era accoccolato davanti a una vecchia vacca. La guardava sul muso. Gli dissi: «Prendiamo almeno le zampe posteriori. Le daremo ai bambini della scuola». Sputò tra gli occhi della mucca. «No», disse piano. «Tu riusciresti a mangiare il tuo migliore amico?».

I Samburu sono dei pastori nomadi del nord del Kenya. Sono cugini dei Masai, di cui parlano la stessa lingua e con cui condividono costumi ed economia. La parola inkishu per loro significa sia «bestiame», sia «persona». L’identificazione è totale: soprattutto con le mucche ma anche con capre, pecore e qualche dromedario con i quali, per i quali e tramite i quali vivono nella savana. Lekaus è un pastorello (quando lo conobbi aveva otto o nove anni); seguendo il suo bestiame nella savana ripeteva, come a consolarsi della maledetta assenza di pioggia: «Dio ha fatto le mucche perché i Samburu le curassero».

Uno scambio di battute, inserito negli Anni ’30 tra i documenti della Carter Land Commission, svoltosi tra gli amministratori britannici e gli anziani (unici depositari del potere in un sistema sociale ad «anarchia ordinata»), chiarisce la filosofia samburu nei confronti del bestiame.
Il dialogo si svolge così:
(Amministratore) «Se il tuo bestiame continua ad aumentare e intanto l’erba finisce, che cosa farai?».
(Anziano) «Se l’erba finisse, terrei ancora il mio bestiame. Non voglio che muoia. Voglio badare alle mucche. Sono la nostra vita. Come il governo ama gli scellini, così noi Samburu amiamo le mucche».
(Amministratore) «Preferiresti avere 300 capi sani o 500 che muoiono di fame?».
(Anziano) «Preferirei averne mille di mucche affamate, fino al giorno in cui Dio ci darà erba. Se un uomo ha molti animali e alcuni muoiono, qualcuno gli rimane. Ma se un uomo ha poco bestiame, e questo gli muore, allora non ha più nulla».

La quantità, e non la qualità, è la strategia di sopravvivenza dei pastori nomadi. Ed è col puro numero che Lenkewat, oggi, è riuscito a rifarsi una mandria sufficientemente cospicua di «amici». Per battere la morte, in savana, bisogna essere in molti. È la stessa strategia che fa nascere quasi contemporaneamente migliaia di vitelli di gnu, l’antilope cavallo. Le iene non potranno ammazzarne più che tanti. Quando saranno gonfie di carne, molti vitelli saranno ancora in piedi. E sopravviveranno.

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Un pastore samburu (a sinistra) in piedi davanti alla sua capanna rami ricoperta di sterco e paglia. Vicino a lui la figlia munge una capra col metodo della sostituzione dell’agnello, necessario dato il carattere semiselvatico del bestiame samburu. (© A. Salza)

I Samburu sono in tutto 80.000, distribuiti su un territorio di più di 20.000 kmq. L’area è nettamente divisa in tre zone, che vanno gestite in modo diverso. L’altopiano sudoccidentale e le pianure occidentali si trovano a una quota media di 2000 m. La presenza di strutture vulcaniche favorisce la piovosità che raggiunge, rispettivamente, i 750 e i 1200 mm annui. Sui rilievi si ha così una vegetazione di foresta e corsi d’acqua permanenti. Il resto delle pianure occidentali è relativamente meno piovoso (500-750 mm). Si ha così un’ecologia di savana e di boscaglia.

La terza area si trova a 1000-1500 m e costituisce le pianure centrali e orientali. Le temperature sono alte, con una massima media di 34°C, e la piovosità è molto scarsa: 250 mm significa il deserto. Crescono cespugli ed erbe perenni, ma l’erosione è fortissima e la desertificazione rapida. Per gestire ambienti così diversi (in epoca precoloniale il loro territorio era molto più esteso), i Samburu devono avere una chiara percezione dei fenomeni ecologici. Un bambino samburu, attraverso un’educazione informale, deve individuare vie migratorie sicure, punti d’acqua, caratteristiche di buon pascolo, deve conoscere le erbe medicinali e, più in generale, deve saper tutto del suo bestiame. Tutto ciò lo impara dall’esperienza. Lekaus mi diceva: «E bello quando te ne vai in giro con le bestie. Si impara un sacco di cose». È per questo, probabilmente, che i Samburu mandano a scuola solo i figli meno dotati. Quelli più intelligenti studiano la savana. E così, dividendo le mandrie in piccoli nuclei sparsi nei vari territori, i Samburu garantiscono la sopravvivenza, in caso di crisi grave, di almeno un piccolo nucleo di animali da cui ricominciare.

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In alto, la pianta di un “enkang”, il nucleo-villaggio, costituito dal recinto dei vitelli intorno al quale si dispongono gli altri elementi abitativi. La prima moglie vive nella capanna a destra dell’ingresso. In basso, l’interno della casa, lunga quasi 4 m e larga più di due. L’altezza non permette di stare in piedi. (© A. Salza)

È ovvio che il bestiame costituisce la base della loro alimentazione, se non la totalità. Ma anche qui la gestione è di tipo ecologico. «Il sangue è per gli uomini» dicono, «il latte per le donne e i bambini, l’acqua per le mucche». L’animale non è visto in funzione della resa di carne, che viene consumata raramente, solo in contesto rituale e, comunque, mai di una femmina. Poiché noi non siamo in grado di trasformare in proteine l’erba, lasciamo che siano le mucche a farlo per noi: questa è, più o meno, la filosofia alimentare di un pastore samburu. Salassando gli animali si ottiene, infatti, dell’ottimo sangue che, mescolato al latte, garantisce all’uomo un elevato nutrimento senza far patire l’animale.

La mistura non è straordinaria (fate però attenzione se la volete mangiare: può essere difficile da digerire e, soprattutto, può contenere micidiali malattie per l’«Uomo bianco»), ma il sangue bevuto caldo direttamente dal collo di un animale ucciso (riservato agli «Uomini forti») ha strani poteri psicosomatici di vampiresca intensità. In ogni caso, tra i Samburu, sono le mie, di abitudini alimentari, a suscitare pena e disgusto. Mentre dividevo con Ntemiran, la figlia tredicenne di Lenkewat, dei germogli di una strana pianta (ho sempre l’impressione che siano velenosi) le raccontai che nei nostri ristoranti di lusso si servono rane e lumache. Glielo dissi per vendetta, credo. Ntemiran ripose i germogli (un punto per me), trattenne un conato di vomito e mi disse con una certa pietà: «Mio Dio!» (i Samburu sono monoteisti). «Sei proprio uno ndorobo». Il che non è esattamente un complimento. Per un samburu significa qualcosa come montanaro, poveraccio, senza clan né una lingua appropriata, privo di casa e bestiame, costretto di conseguenza a mangiare qualsiasi porcheria per sopravvivere e, probabilmente, un po’ stupido.

La mancanza di bestiame, tra i pastori, è sinonimo di povertà. I poveri, però, non riescono materialmente a esistere: si possono avere più o meno mucche e capre, ma senza si muore e basta. Una famiglia samburu (una dozzina di persone) ricava il minimo per campare (25.000 calorie e 600 grammi di proteine al giorno) da una cinquantina di mucche e da almeno 130-150 tra capre e pecore. Da qualche anno si sta introducendo l’allevamento del dromedario, mediato dai vicini Rendille, ottimo per la resistenza e la produttività di latte anche in tempi di siccità. Comunque, una mucca samburu non produce mediamente più di due o tre litri al giorno. Basta pochissimo per alterare l’ecologia dei Samburu: il loro ambiente e i loro animali sono troppo delicati. I vincoli posti al nomadismo da governo e proprietari terrieri (i disprezzatissimi «mangiapatate») riducono il polmone per la transumanza delle mandrie.

Un giorno condussi a un piccolo enkang, il nucleo familiare-villaggio, una signora appartenente a un’organizzazione di aiuti all’Africa, efficiente e piena di buona volontà. Sorprendentemente c’erano poche mosche ad accoglierci. Anche le bocche dei bambini non ne brulicavano come il solito. La signora accarezzò i bambini (lo fanno sempre, forse come atto di estremo coraggio) e diede un’occhiata alle capanne, disposte attorno ai recinti per il bestiame. Apparve molto soddisfatta, la signora. Mi indicò i numerosi teli di plastica posti sui tralicci delle case, a sostituire l’impasto di sterco e paglia che tradizionalmente costituisce il materiale coibente dei muri samburu e masai. «Vede? È bastato poco per migliorare l’igiene. Le mosche sono quasi sparite, mettendo la plastica». «Sì, signora», dissi a mezza voce. «La plastica c’è perché non c’è più sterco. E dove non c’è più sterco, signora, non ci sono più animali. Qui sono morte anche le mosche. E moriranno gli uomini».

Alberto Salza

 

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