I Pigmei

I pigmei hanno una caratteristica eccezionale: sono pigmei. Il fatto stesso della loro esistenza è sempre stato occasione di meraviglia da parte dei non pigmei. Per i baBinga del Congo e del Camerun, per gli Akoa in Camerun, per i famosissimi baMbuti dello Zaire e per tutti i circa 200.000 pigmei (o quasi tali) che abitano in modo sparso la grande foresta pluviale centrafricana, il problema della statura non sussiste. «Piccolo è bello», in foresta.pigmei001 250

Il termine «pigmei» lo hanno coniato i greci: vuoi dire «uomini alti un cubito», il che non era gran cosa neppure ai tempi di sottoalimentazione di Omero (che ne parla nell’ «Iliade», Libro III). Il fatto che fossero noti fin dall’antichità è provato da innumerevoli documenti, ma si attribuirono loro anche caratteristiche peculiari, quali l’avere la coda e la capacità di rendersi invisibili. In Europa tutti pensavano fossero nati dalla fantasia di qualche viaggiatore. Ancora nel XVII secolo, l’anatomista inglese Edward Tyson si sentì in dovere di pubblicare il trattato «L’anatomia di un pigmeo, comparata con quelle di una scimmia, di un’antropomorfa e di un uomo». Gli scheletri provenivano dall’Africa e suggerirono a Tyson la conclusione che il pigmeo era irrevocabilmente «non umano». Lo scheletro è ancora in un museo di Londra, e non si può certo dare torto a Tyson. Infatti, è quello di uno scimpanzé.

I pigmei hanno la coda. Basta guardare i perizomi di foglie, soprattutto quelli indossati dalle donne, con una striscia che arriva fino a terra (mi dicono che è molto elegante quando si balla), per pensare a una coda. In quanto al fatto di essere invisibili, è proprio l’impressione che ne avete quando cercate di scovarli: il mimetismo è caratteristica fondamentale per il cacciatore. Anche il colore della pelle è tale da confondere le idee. Al cospetto dei nerissimi bantu che vivono nelle radure della foresta, i pigmei appaiono giallo-bruni, con sfumature rossastre.

Se li vedete più neri è solo perché fanno uso, nelle cerimonie, di una tintura nera molto penetrante e resistente alla lavatura. Sospetto sia ancora un tentativo di mimetismo, culturale stavolta: i pigmei, durante gli incontri, cercano di assomigliare ai bantu per trarne il massimo vantaggio possibile.

I pigmei più facili da incontrare (ecco perché sono divenuti così popolari nella letteratura antropologica) sono i baMbuti del bacino dell’Ituri, in Zaire. Al loro cospetto si è presi da un atteggiamento che oscilla tra due estremi, tenendo conto che anche la nostra biologia (se non più la cultura) è quella del cacciatore. Da un lato c’è sorpresa e ammirazione (eccessiva) per le abilità psicofisiche di chi riesce a vedere una piccola preda nel folto, di chi sa uccidere un pachiderma con un falcetto e una lancia ricavata da un chiodo. D’altro canto, si resta sconcertati proprio da quel tipo di sopravvivenza: una lotta feroce contro forze ostili (un elefante ferito è abbastanza ostile) nella continua, estenuante ricerca di un boccone di misero cibo (lombrichi e radici amare come piatto forte).

La realtà è diversa. I pigmei se la cavano alla grande (più di 2000 calorie giornaliere con una ventina di ore lavorative settimanali, in linea con altri cacciatori africani). Anche per i pigmei è l’abbondanza di frutti spontanei nella foresta a costituire la base dell’alimentazione. È però la caccia a essere vissuta come evento eccezionale, anche se entra solo per il 25% nel bilancio energetico (65% di raccolta di vegetali e 10% di pesca). La caccia rimane, anche per i pigmei, il momento magico dell’uccisione, del momentaneo conflitto con la foresta-madre. La foresta pluviale ha una biomassa vegetale di 340 tonnellate per ettaro, con una produzione da parte delle radici di 6 tonnellate per ettaro di materia organica in un anno. Eppure gli ungulati e i pachidermi, le prede più ambite dai pigmei, sono solo il 5%, a parità di superficie rispetto alla savana. La foresta non sarà il paradiso dei cacciatori, ma è tutto per i pigmei.

«Dato che siamo i figli della foresta, perché dovremmo averne paura?», si chiedono i pigmei. «Noi temiamo solo ciò che è fuori dalla foresta». I pigmei sono così adattati alla vita di foresta che questo fatto incide sulle loro capacità percettive. Kenge è il più famoso pigmeo del mondo: lo si ritrova in tutti i libri di psicologia percettiva. Portato in savana, vide a un paio di chilometri di distanza una mandria di bufali. La scena avrebbe dovuto mandarlo in estasi, con tutta quella massa solida pronta a farsi colpire dalle frecce. Kenge, invece, rimase indifferente. «Sono troppo piccoli, non vale la pena di ucciderli: non sfamerebbero un bambino», spiegò. La visione prospettica a lunghe distanze (e l’integrazione di dati che ne fa il cervello, per cui la retina vede piccolo, ma voi sapete che è grande) non faceva parte della sfera percettiva di Kenge. In foresta il raggio di visione si arresta ai 5 metri. Dopo c’è il buio.

La casa pigmea è costituita da un'intelaiatura di rami coperta di grandi foglie disposte a embrice. È una struttura confortevole, ma viene usata solo per la notte perché di giorno il caldo la rende soffocante. La mobilità è elevatissima: i pigmei cambiano casa per i motivi più futili, comprese le liti con i vicini. (© A. Salza)
La casa pigmea è costituita da un’intelaiatura di rami coperta di grandi foglie disposte a embrice.
È una struttura confortevole, ma viene usata solo per la notte perché di giorno il caldo la rende soffocante.
La mobilità è elevatissima: i pigmei cambiano casa per i motivi più futili, comprese le liti con i vicini.
(© A. Salza)

Dalla foresta i pigmei ricavano tutto: gli accampamenti sono posti nelle radure naturali (non si deve ferire la foresta col disboscamento); le capanne sono semicupole di rami ricoperti dalle foglie di Phrynium; i vestiti sono di tapa, la corteccia battuta del Ficus. L’arco semplice è piccolo (70 cm) e la corda può essere di fibra o ricavata da una striscia di bambù di malacca (rotang). L’arco non tira lontano, ma nella foresta non ce n’è bisogno. Le frecce, senza cocca, sono avvelenate con lo strofanto, pianta della foresta che contiene una droga ad azione elettiva sul muscolo cardiaco. Ingerita non fa danni ma, quando entra in circolo attraverso una ferita, produce contrazioni cardiache che possono uccidere un elefante. Per poterlo colpire, i pigmei mandano un volontario a recidere i tendini delle zampe posteriori dell’elefante, per poi finirlo con veleno e lance.

Per vivere, anche come gruppo sociale, i pigmei sono vincolati alla mobilità. L’antropologo Richard Lee ha affermato come assioma che «i cacciatori-raccoglitori si devono muovere un sacco». Ai pigmei non è concesso essere conservatori: addirittura l’arco non parrebbe essere la loro arma tradizionale. Nei miti si parla di antiche cacce con la clava, oggi totalmente in disuso. Ne rimane traccia nei graffiti rupestri del Fezzan, in Libia, dove si vede un pigmeo armato (forse) di clava che viene afferrato con la proboscide da un elefante infuriato. Anche le trappole a rete, usate soprattutto per l’uccellagione, sono state mediate dai coltivatori bantu, ma vengono oggi considerate «tradizionali».

Tra i baMbuti esiste una netta, ma abbastanza curiosa, divisione in due gruppi: i cacciatori con le reti e quelli con l’arco. Entrambi condividono, più o meno, il medesimo territorio e lo stesso livello culturale (lingua, costumi, ecc.). Durante la stagione della raccolta del miele selvatico (alimento fondamentale ed estremamente appetitoso), quelli che usano le reti non cacciano insieme, ma si dividono in piccole sottobande monofamiliari. Nello stesso identico ambiente, gli arcieri fanno esattamente il contrario. I primi, gli uccellatori, affermano che, durante la stagione del miele, la selvaggina è così abbondante da poterla cacciare da soli e senza rete; i secondi, gli arcieri, dicono che (nello stesso periodo) la selvaggina è così scarsa che occorre la massima cooperazione. I due gruppi sfruttano così le risorse della foresta a tempi alterni, allentando la competizione sul territorio.

La maggior funzionalità di un tale regime non dipende dall’ecologia, ma è piuttosto un adattamento sociopolitico con lo scopo di alleggerire le tensioni («con le reti il lavoro è troppo collettivo», dicono) o di riunire le bande, come nel caso degli arcieri, in un periodo dell’anno in cui la presenza del miele garantisce, attraverso un surplus alimentare, una certa indipendenza dalla caccia.

La foresta non è poi così ostile. Terribile deve invece apparire agli agricoltori bantu che, con i cereali e le banane, ottengono solo un notevole livello di sottoalimentazione. I pigmei integrano la povera economia agricola portando carne e prendendosi in cambio, senza chiedere permesso, le banane che loro servono. Oggi il rapporto di commensalismo è piuttosto formalizzato in una sorta di vassallaggio, con l’agricoltore bantu che «protegge» un pigmeo rifornendolo di strumenti in ferro e cibo, in cambio di carne e pelli. In realtà i Pigmei approfittano della situazione e non si sentono affatto vincolati al «servaggio».

Oggi però c’è aria di crisi nel mondo pigmeo. Si abbatte la foresta, arrivano i piani di sviluppo, i fucili, gli incroci razziali (mai un pigmeo sposerebbe una bantu, mentre le loro donne sono molto ambite) e la convergenza culturale tipica dell’Africa (prima o poi jeans per tutti) hanno spostato definitivamente verso il basso il baricentro della storia dei pigmei.

Apahosa, uno mbuti influente (non ci sono capi), si lamentava perché il governo non conduce il suo popolo fuori dalla foresta («Per stare più vicini alle strade, così i turisti potranno vederci meglio»), ma è anche preoccupato perché il rumore delle auto potrebbe offendere la foresta. È con questa formula che i pigmei interrompono le continue (e lancinanti per gli europei) discussioni di cattivo vicinato che sono così tipiche in tutti i loro accampamenti: «Il rumore offende la foresta». E, con la migliore polifonia di tutta l’Africa, cantano: «Se l’Oscurità esiste, l’Oscurità è buona. Quando morirà la Foresta, noi moriremo».

Alberto Salza

 

pigmei002 600Una donna pigmea del gruppo mbuti dell’Ituri (in basso a sinistra) incide la fronte di un cacciatore con i disegni rituali. Si caccia con arco e frecce (in basso a destra); la corda è in fibra di malacca, mentre le frecce possono avere punta di ferro o di bambù affilato e sono avvelenate con lo strofanto. Sopra, un pigmeo caccia le scimmie nella foresta, benché le prede più ambite siano gli elefanti; a destra in alto, un antico graffito del deserto del Fezzan che rappresenta la vendetta di un elefante su un cacciatore pigmeo. (© A. Salza)

 

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