La tribù El Molo

La donna era stranamente alta. Aveva un inverosimile foulard che le accendeva la testa con una vampa fucsia, una nota di colore mai apparsa prima tra i milioni di neri massi lavici e le pareti di basalto. La donna si chinò bruscamente con quel rigido compasso tra gambe tese e schiena che le africane adottano come postura di lavoro al suolo, compiendo un prodigio di elasticità anatomica. Tra le mani aveva un pesce, già sommariamente pulito. Era un bel tiger fish che superava il mezzo chilo. La donna lo posò al suolo tra innumerevoli spine, testimonianze di sequenze interminabili di pasti a base di pesce. Attorno dispose delle palle di sterco di mucca, con parsimonia, lungo tutto il corpo del pesce. Da una lattina semisfondata estrasse della brace. Accese lo sterco, soffiando per favorire la combustione. E, sotto un sole dannato, si accucciò per aspettare che il pranzo fosse pronto.

La scena si è svolta il 22 settembre 1980 sulle rive del lago Turkana, nel nord del Kenya, in un piccolo villaggio degli El Molo. Aveva (almeno per me) una grande importanza perché dopo numerosi anni di osservazione della tribù degli El Molo, assistevo finalmente a un cambiamento, a una vera e propria evoluzione della cultura materiale: la rivoluzione energetica.

Il lago Turkana, lo splendido «mare di Giada», è al centro di un incubo di lava, ceneri e lapilli, con aggiunta di sabbia e spine, formatosi durante i fenomeni di rifting che hanno spaccato in due l’Africa, a partire da una dozzina di milioni di anni fa. Poco importa che, con tutte quelle catastrofi, le feroci variazioni ambientali abbiano creato una vera e propria palestra evolutiva per i primati che hanno preceduto la nostra specie. Il lago Turkana è stato definito «la culla dell’umanità» per i suoi meriti nel campo dell’ominazione, ma i suoi dintorni, più che un inizio, ricordano la fine del mondo. L’enorme massa d’acqua del lago (più di 4000 kmq) non interferisce minimamente con l’ecologia della zona. I vulcani che lo circondano sono stati attivi fino all’inizio del secolo e non è detto che qui il mondo non ricominci ad aprirsi in due (in realtà lo sta già facendo: prima o poi il Corno d’Africa si troverà a galleggiare nell’oceano Indiano, come ha già fatto il Madagascar). Come risultato, il territorio che circonda l’apocalittico lago è del tutto sterile. La vita è rara tra la lava, perlomeno quella che può essere sfruttata dagli esseri umani.

Gli El Molo sono un mistero. Non solo perché non si capisce come facciano a sopravvivere alle temperature e alle durezze cui sono sottoposti dal Turkana, ma anche perché non sono antropologicamente ben definibili. Si è detto che sono la più piccola tribù d’Africa e che sono in via di estinzione. Questo è bastato a renderli famosissimi nei primi anni ’70. Ancora oggi numerosi turisti si sobbarcano un viaggio abbastanza duro solo per il piacere di scattare un’istantanea (chissà, domani potrebbero non esserci più) di un el molo. In realtà gli El Molo non solo non sono in estinzione (il loro numero, grazie all’innovazione culturale dei matrimoni misti con le tribù vicine, è passato dalla novantina a quasi 500 nel giro di vent’anni), ma non sono nemmeno una tribù.

Nel 1972 il mio informatore, un el molo “puro”, per usare un’orrida espressione razziale, non conosceva più il suo idioma originale. Oggi gli El Molo parlano la lingua dei Samburu ma alcuni vecchi ricordano termini di una lingua perduta, probabilmente di origine cuscita, simile a quella parlata da vicini Rendille. Il quadro che ne deriva è quello di un gruppo residuale che, in un momento di crisi particolare (guerra, carestia), è rimasto isolato in un ambiente molto speciale come il Turkana e ha dovuto trasformare la propria cultura ed economia.

Ai limiti del deserto, il Turkana è circondato di popoli pastori: i Samburu, i Rendille, i Turkana, i Gabbra, i Borana. Ma sul lago si campa di solo pesce: l’erba non cresce, l’acqua è salata, mancano gli alberi addirittura per fare il fuoco e costruire le capanne. Non si sa quando gli El Molo arrivarono sulle rive del Turkana: alcuni hanno addirittura tirato fuori la storia della «perduta tribù d’Israele», dato che gli El Molo, come capita per certe popolazioni aborigene dell’Australia, presentano capelli chiari (rossicci) e quasi lisci, soprattutto nell’infanzia. È comunque certo che, per non morire, non ebbero alternative: divennero pescatori totali.

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L’enorme pesce persico catturato dal pescatore el molo del disegno pesa un centinaio di kg: fino agli Anni ’60 e ai primi contatti col mondo moderno, questa tribù viveva della sola pesca di simili prede. Nella cartina è riprodotta una mappa schizzata nel 1888: il punto interrogativo segnala che all’epoca, nella zona del Turkana, si sapeva appena di un grande lago a nord del Baringo. (© A. Salza)

Con questo termine vogliamo dire che, fino agli Anni ’60, in cui ebbero i primi veri contatti con il mondo moderno, gli El Molo vissero di solo pesce. Da questo canto il Turkana era un paradiso (oggi le cose cominciano a essere molto diverse, con la commercializzazione della pesca): con l’amo o l’arpione, se siete bravi, potete pescare dei persici del Nilo che arrivano a pesare 100 kg, più una pletora di pesciolini minori (si fa per dire). Personalmente ho tentato di seguire la stessa alimentazione e ne ho riportato una profonda avversione per tutto ciò che è provvisto di squame, pinne e, soprattutto, lische. Anche se ritenuta non particolarmente salubre, la dieta a base esclusiva di proteine è possibile. Il problema nasce dalla presenza o assenza di grassi. Nella selvaggina, come nel pesce, il grasso è in quantità inferiore rispetto a quella del bestiame allevato. Se a questo aggiungete particolari condizioni ecologiche o stagionali (inverno, carestia), il livello di grasso nella carne consumata dai popoli cacciatori può scendere a livelli troppo bassi. La sindrome è terribile: continuate a rimpinzarvi di carne, fino a scoppiare, ma la fame non vi passa mai. E allora rimangiate carne, ancora carne, sempre carne, fino a che morite di fame.

Gli El Molo ovviano a questo rischio con la scelta di particolari pesci (il tiger fish, appunto, o il pesce-gatto) che siano particolarmente grassi. Ricordo che una donna, come prima cosa dopo la pesca mattutina, si fece un coltello di pietra (sic!) e incise tutti i pesci dietro la testa. «Per vedere se hanno grasso», mi disse, introducendo l’indice nelle ferite. Questo vale per il quotidiano, ma per le occasioni speciali ci sono due protagonisti in tavola: coccodrillo e ippopotamo.

I coccodrilli del Turkana sono circa 30.000. Li trovate dappertutto e per fare il bagno vi consiglio di avere qualcuno con voi che scagli sassi tutto attorno. E fate in fretta. Nguya, il più grande pescatore e cacciatore degli El Molo da me incontrato in vent’anni, mi diceva: «Il coccodrillo non è cattivo, anzi è molto buono» (il doppio senso culinario è tutto suo). «Se poi per caso dovesse morderti, è molto semplice: tu ficcagli due dita negli occhi e vedrai che mollerà». Provare per credere. Gli El Molo cacciano i coccodrilli appena ne hanno l’occasione, anche se oggi l’attività è proibita (i coccodrilli, come gli ippopotami, sono animali protetti; che si estinguano gli El Molo non interessa a nessuno). È cacciato con piccoli arpioni in ferro di recupero, la cui asta è ottenuta con molta fatica drizzando al sole radici di rari alberi di acacia che crescono nei fiumi secchi.

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La caccia ai coccodrilli nelle acque del lago Turkana, viene talvolta condotta dagli adolescenti. Essi utilizzano una zattera di tronchi di palma dum, priva di affidabile galleggiamento, che serve ad arpionare le prede a pelo d’acqua. Gli animali più grandi, però, vengono sempre cacciati sulle rive dagli adulti. La carne del coccodrillo costituisce una prelibata variante alla tradizionale dieta el molo a base di pesce: dopo essere stata bollita o arrostita viene ridotta a una pappa da consumare con cucchiai ricavati dalle ossa del pesce persico. (© A. Salza)

Un tempo tutto il legname veniva ottenuto per baratto coi Samburu e i Turkana. Come per la pesca normale, che si fa con la rete, la lenza e l’arpione, il coccodrillo lo si cattura da zattere molto precarie che, se a pieno carico, pescano sotto il pelo dell’acqua. Sono infatti costruite legando alla meno peggio, con corde di fibra d’alga, tre o quattro tronchi della palma dum, una pianta abbastanza diffusa, ma che ha una fibra particolarmente spugnosa e quindi un pessimo galleggiamento. Più spesso il coccodrillo viene ucciso a terra da un gruppo di adulti, mentre la posa delle reti e il loro ritiro sono spesso affidati a bambini anche piccoli. La pesca alla lenza pare appannaggio delle ragazze, anche se, come per tutti i popoli di cacciatori, non si hanno ruoli sessuali troppo definiti per la raccolta di risorse alimentari «facili», come può considerarsi il pesce. Tutta maschile è invece l’epica caccia all’ippopotamo. Non si tratta solo di una provvidenziale riserva di grasso: per gli El Molo l’ippopotamo è la quintessenza del lago. Il primo che l’arpiona è l’eroe dell’anno, si dipinge il corpo con disegni in argilla bianca e rossa e, come trofeo, ha diritto alla lingua (che gli viene messa sulle spalle come una cappa), nonché alle labbra, alla coda e alle orecchie, che espone fuori dalla capanna, nell’unica zona d’ombra di tutta la costa. Alcuni giorni più tardi, il cacciatore andrà a gettare questi ultimi trofei nel lago, come rito di restituzione e propiziazione. Chiunque abbia ucciso un ippopotamo ha il diritto di fregiarsi di uno speciale orecchino ricavato da un osso di mucca, segno forse del passato di pastori cusciti degli El Molo.

Sono finiti i tempi della caccia all’ippopotamo. Anche le razzie che avevano spinto gli El Molo a vivere in totale isolamento su isole ben protette da barriere di coccodrilli fanno parte di un’altra epoca. E gli El Molo si sono aperti al mondo. Non solo ai turisti che, a pagamento, fanno la fila per fotografarli, o ai missionari che hanno portato loro scuole e acqua buona da bere (quella del lago è fortemente alcalina, 1000 parti per milione di sodio e altrettante di potassio, 990 più del normale. L’ho bevuta per mesi e non fa male, ma pare che abbia influenze a lungo termine e, insieme con l’alimentazione troppo uniforme e scarsa di vitamine, è ritenuta responsabile delle evidenti deformazioni ossee delle gambe degli El Molo e delle macchie rossastre che compaiono sulla loro dentatura).

I tempi sono migliori, oggi, per questa popolazione, a dispetto del conservatorismo di certa etnologia. Anche perché, con la pragmatica strategia flessibile così tipica dei survivors in ambiente ostile, gli El Molo hanno rinunciato ad alcune abitudini. Oggi ci si sposa con Turkana e Samburu, ci si acconcia come pastori ma, come ricompensa, è arrivato il bestiame. Nel 1972 gli El Molo avevano una mucca (serviva, mi dissero, per pagare le tasse!) che era costretta a brucare le alghe del lago, in apnea. Oggi le greggi sono molte. La pesca è ancora importante, ma prima o poi gli El Molo torneranno pastori.

Ed è per questo motivo che venni colpito e commosso dalla signora col foulard fucsia. Sposata a un el molo, era il realtà una borana. E invece di sbollentare il pesce su un modesto focherello di sterpi, ottenuti per baratto dai Turkana, lo cucinava sullo sterco di mucca, simbolo di ricchezza e di nuovo potenziale energetico.

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Una capanna tradizionale degli El Molo che vivono nel villaggio di Komoto, il più settentrionale dei due insediamenti affacciati sulla El Molo Bay del lago Turkana, nel nord del Kenya. La costruzione dell’abitazione è affidata alle donne, che ricoprono di fibre di alghe essiccate al sole un telaio di rami di acacia spesso ottenuti per baratto con i pastori dei popoli Samburu, Rendille, Turkana. (© A. Salza)

Alberto Salza

 

Qui trovate il video girato da Bruno Zanzottera (Parallelozero) pubblicato sul National Geographic Italia, che presenta il lavoro del gruppo di antropologi e linguisti che si occupa di sviluppare il progetto sulla tribù El Molo.

El Molo - National Geographic 3

 

Per vedere il video clicca su http://www.nationalgeographic.it/dal-giornale/2013/03/13/video/el-molo_turkana-1542488/1/

 

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