Viaggi di carta

Il piacere di raccontare con semplicità quello che lo appassiona. C’è questo, e molto altro, nella penna di Roberto Brumat, giornalista per quotidiani, settimanali, mensili, siti, documentari e aziende. Da qualche settimana, ha concluso l’esperienza di “Un giro per la vita”, il primo giro d’Italia ecologico lungo le coste con una barca a vela e un’auto ibrida. Brumat ha seguito da terra, a bordo di una Porsche Panamera S Hybrid, la circumnavigazione via mare compiuta da Alfredo Giacon sulla barca a vela Sly 42 Fun. Quali suggestioni vengono raccolte da un giornalista durante un viaggio come questo? Cosa lo incuriosisce e come lo racconta?

Photo Credit: Roberto Brumat

Roberto, qual è la differenza tra il giornalismo tradizionale e quello di viaggio?
La diversità sta nella più ampia possibilità che il viaggio dà, di raccontare più compiutamente un’avventura. La narrazione, se supportata dalla disponibilità di un media a più largo respiro (il web, ad esempio) può esprimersi senza troppi vincoli. Anche perché il viaggio di per sé è un percorso lungo che implica molti incontri difficilmente “liquidabili” in poche righe. Necessita approfondimento, anche solo per l’esigenza di elencare persone e luoghi incontrati.

Che cosa deve catturare lo sguardo di un giornalista durante un itinerario?
Tutto ciò che suscita la curiosità è materiale utile per la narrazione. Tutto ciò che ti fa porre delle domande probabilmente incuriosirà anche il lettore. In ogni caso, luoghi e situazioni particolari, personaggi e storie inusuali o legati a circostanze di grande interesse: ecco cosa attira l’attenzione del viaggiatore. Per fare pochi esempi concreti del viaggio appena concluso in giro per le coste italiane, dal confine sloveno a quello francese, mi hanno attratto il ricordo di un marinaio d’altri tempi, che fu costretto ad abbandonare in acque bosniache il suo peschereccio e lo vide tornare a casa da solo dopo qualche giorno; o il ricordo di un bambino d’inizio ‘900 che preferì vivere clandestino in Libia nove anni piuttosto che tornare in Italia dal padre che voleva farne un uomo; ma anche i ricordi di famiglia di Elettra Marconi, figlia dell’inventore della radio; le angoscianti ore vissute sulla Costa Concordia da uno degli eroi di quella vicenda (il vice sindaco dell’isola del Giglio, salito a bordo dopo il naufragio); e il ritrovamento sulle colline di Savona della casetta in cui visse Cristoforo Colombo ragazzo. In questo caso, sono partito sapendo che c’era, ma ho faticato molto per trovarla, dato che non esistono segnalazioni nemmeno della frazione in cui si trova.

Photo Credit: Roberto Brumat

Uno dei ruoli di un buon giornalista è educare: cosa significa viaggiare responsabili?
Non concordo appieno con l’affermazione, nel senso che il giornalista racconta quel che vede e sente, quindi anche realtà non necessariamente educative. E non credo che si debba per forza esprimere giudizi, anche se basta un aggettivo o una cadenza nel racconto per dirottare il lettore (magari inconsciamente) verso una “morale” invece che un’altra. L’educazione al viaggio può essere intesa come capacità di incuriosire a tal punto, sulla varietà degli incontri possibili, da suscitare la voglia di intraprendere un itinerario anche per scoprire nuove situazioni, per incontrare persone interessanti; sempre nel rispetto di luoghi e persone. Il viaggiatore, in fondo, è un corpo estraneo che deve saper entrare in punta di piedi in un mondo non suo. Viaggiare e scoprire sono la stessa cosa, anche se la scoperta (oggi più di ieri) può avvenire semplicemente restando a casa e navigando in rete. Se Emilio Salgari, che non si mosse dall’Italia, avesse avuto Internet…

Si dice che non esistano cattivi viaggiatori, ma viaggiatori male informati. Sei d’accordo? Come bisogna prepararsi a un viaggio?
Se il viaggio ha per obiettivo la conoscenza, se cioè non si ha come fine piazzarsi al mare o in montagna a prendere il sole e basta, viene tutto da sé. E’ sufficiente andare, fermare la gente per strada, chiedere. Si farà la piacevole scoperta che la curiosità per luoghi e persone è accolta quasi sempre bene dalle persone che si incontrano: parlare del proprio paese, di com’era e di com’è diventato, ricordare, fermarsi con gente nuova a discutere, fa parte del nostro Dna. In quanto alla preparazione, è indispensabile per non girare a vuoto. Per questo mi sono documentato (seppur sommariamente visto che avevo centinaia di luoghi da attraversare), cercando di approfondirne magari i lati più curiosi che poi sono andato a verificare. E poi, strada facendo, ho modificato i percorsi preferendo magari le indicazioni che trovavo via via, facendomi attrarre da paesaggi e situazioni. Le stesse persone incontrate mi hanno indicato valide alternative. Documentarsi è indispensabile, ma conta poi moltissimo l’esperienza di chi vive sul posto. Per questo l’itinerario va considerato in evoluzione. Va bene quindi avere una traccia abbastanza completa, ma è importante essere pronti a stravolgerla: perché da cosa nasce sempre cosa.

Come riesci a raccontare un luogo attraverso le parole?
Nei miei racconti prevale sempre l’aspetto umano, nel senso che più dei paesaggi mi colpiscono le vicende umane, presenti e passate, che hanno toccato quei luoghi: anche nelle foto è importante questo tratto. Le parole servono a dare contorni alla vita che scorre, e le parole devono anche essere accompagnate dal senso dei profumi, dal suono dei dialetti, dalle armonie delle musiche, dalla particolarità dei colori. Spesso sono più questi “accessori” a far immedesimare il lettore piuttosto di tante descrizioni geografiche. Il racconto, poi, può essere corredato di foto che dimostrano compiutamente una realtà; ma tutto il resto può dirlo solo l’animo di chi in quei luoghi c’è stato. Naturalmente il difficile è riuscirci.

Hai appena concluso l’esperienza di “Un giro per la vita”. Ti ha permesso di conoscere degli aspetti del nostro Paese che prima non conoscevi?
Certamente. Moltissimi dei paesi che ho toccato sono stati per me una scoperta; in certi casi ne ignoravo perfino l’esistenza. Devo dire che questo viaggio è stato positivo anche perché mi ha riconciliato con l’idea che avevo del paesaggio italiano: temevo fosse tutto ormai preda del cemento. Vivendo nella Pianura Padana in cui l’occhio non riesce mai a spaziare oltre fabbriche, case, attività umane in genere, tendevo a generalizzare il concetto di spazio aperto, sempre denso di presenze antropiche. Ho invece scoperto lungo le coste (pure ovviamente molto abitante), che la natura ha ancora un suo forte peso, che c’è molto spazio aperto e libero dal cemento. Certo ho attraversato anche periferie brutte come lo sono praticamente ovunque, venute su dopo la guerra senza un progetto estetico; e zone decisamente dimenticate dal buon gusto, ma il paesaggio prevalente è decisamente bello, armonioso e piacevole.

Che cosa “diventerà” questo viaggio?
Un e-book e forse anche una pubblicazione cartacea.

Hai altre partenze in vista?
Al momento no, anche perché bisogna raccogliere gli elementi per raccontarli adeguatamente. Il programma di “Un giro per la vita” è ripartire nel 2014 per farlo diventare un appuntamento biennale, per tornare nelle stesse e in altre comunità, a diffondere un messaggio ecologico. L’idea dello skipper ambientalista Alfredo Giacon, che ha voluto questo viaggio, è quella di comunicare il concetto di nuovi stili di vita: una barca a vela non consuma e un’auto ibrida (la Porsche Panamera in questo caso) viaggia elettrica e a benzina. E poi si vuol parlare di dieta mediterranea (in ogni porto toccato portavamo un cesto di cibi locali consegnatoci dal precedente) e della possibilità di scegliere un’esistenza che metta in primo piano la vita. Sarebbe bello se potessimo tutti far diventare il lavoro, come in altre culture meno progredite della nostra, un mezzo e non il fine della nostra esistenza. Certo bisognerebbe cominciare ad accontentarsi di meno benessere, ma basterebbe ricordarsi che la vita è una e rischiamo di farcela scivolare via dalle dita.

 

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