Mamma, si parte?

Passo dopo passo, con lo zaino che pesa quanto un “sacco di pietre”, tra salite e discese, albe e tramonti, panorami mozzafiato e temporali scroscianti. La veronese Elisabetta Orlandi ha affrontato con suo figlio Johann il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela. Era il 2007: lei aveva 37 anni, lui appena 8. Il suo percorso tra pensieri al vento, preghiere sussurrate e incontri con altri pellegrini è diventato un viaggio interiore. “Non si avrebbe nostalgia della fatica, del dolore fisico, di uno zaino pesantissimo portato per quaranta giorni, se tutto questo non avesse avuto un senso più alto. Quale? Solo Él de arriba lo sabe (solo Colui che sta in alto lo sa)”, scrive Elisabetta nel suo libro “Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il cammino di Santiago” (Edizioni Paoline, 352 pagine, 19 euro). Nato dal suo diario di viaggio, questo libro è stato presentato con successo in numerose manifestazioni a Verona, Padova, Novara, Madrid, Francoforte. Pagine meravigliose, perché frutto di una meraviglia: una mamma e il suo bambino che si tengono per mano e camminano per dire “grazie”.

Perché hai scelto Santiago de Compostela?
Ho sentito parlare per la prima volta di questo cammino a Parigi, dove ho vissuto per cinque anni, lavorando nella libreria internazionale “Shakespeare & Company”. Tra i nostri clienti capitavano spesso persone di ritorno o in partenza per Santiago e ho scoperto che la vicina Rue Saint-Jacques era la strada percorsa anticamente dai pellegrini diretti laggiù, che partivano dalla Tour Saint-Jacques, si dirigevano verso Chartres e poi intraprendevano il Camino Francés (cammino francese) da Saint-Jean-Pied-de-Port. Questa pulce nell’orecchio ha continuato a incuriosirmi, fino a quando ho promesso a me stessa che un giorno lo avrei percorso con il figlio che stavo aspettando: era un periodo difficile della mia vita e affrontavo la gravidanza da sola, da futura ragazza-mamma. L’idea di intraprendere quel cammino è stato il palloncino a cui mi sono aggrappata nei momenti bui, ma che pensavo di realizzare quando Johann avesse compiuto almeno 14 o 15 anni.

Johann. Un nome meraviglioso…
È stato il mio regalo per lui: amo la musica e uno dei miei compositori preferiti è Bach. Ho pensato che un nome così avrebbe portato la musica nella sua vita.

Gli avevi parlato del viaggio?
Sì, e lui come tutti i bambini lo aveva accolto come qualcosa di magico. Siccome il nostro cognome è Orlandi, gli avevo raccontato che tra i nostri antenati c’era il paladino Orlando… e che saremmo passati nei luoghi delle battaglie, a Roncisvalle e avremmo scoperto tutte le peripezie di questo eroe valoroso. Un meraviglioso gioco che ha solleticato la sua fantasia piena di curiosità. Poi, nell’agosto 2006, ho deciso che avrei bruciato le tappe che mi ero fissata e che saremmo partiti l’anno successivo, quando Johann aveva appena otto anni.

Sei partita con paura o entusiasmo?
Diciamo che doveva essere il mio “grazie” per aver avuto un figlio così stupendo, ma alla fine il nostro cammino è stato così piacevole da renderlo tutt’altro che un ringraziamento faticoso. Ovviamente non sono mancate la fatica e la stanchezza, ma era tutto così magico che lo stesso Johann mi ha chiesto di ripetere l’esperienza, e così abbiamo fatto nel 2008. Davanti al treno di ritorno per Madrid, mi ha detto: “Mamma, salgo su questo treno solamente se mi giuri che l’anno prossimo torneremo a fare il cammino”.

È stato difficile affrontare un’esperienza così intensa con un bambino di otto anni?
La difficoltà della strada è innegabile, sia per la lunghezza del percorso sia per le numerose salite, ma paradossalmente è più facile affrontarla con un bambino perché moduli le tappe in funzione sua, procedi con maggiore lentezza e sei costretto a motivarlo in mille modi, con fiabe, racconti e immaginazione, trovando di riflesso la tua motivazione. In viaggio, come in ogni difficoltà, trovi la forza per due quando hai la responsabilità di un’altra vita. In più, i bambini hanno un’energia incredibile: non a caso, quando la sera gli adulti crollavano per la stanchezza, lui trovava ancora la voglia di giocare a pallone.

Quanto è durato il vostro cammino?
Dalla partenza all’arrivo abbiamo impiegato quaranta giorni, di cui trentacinque di cammino effettivo e gli altri cinque tra spostamenti o piccole soste in alcune città.

Per te, è stato anche un viaggio interiore?
Il fatto di trovarsi in uno spazio e in un tempo diversi rispetto alla propria routine costringe a guardare le cose sotto un’ottica diversa. In questi cammini viene fuori la tua anima, quello che hai dentro, come se avessi una lente d’ingrandimento o uno zoom su quello che prima guardavi superficialmente. Hai modo di confrontarti con i tuoi limiti ma anche con la tua forza, quella che non pensavi di avere. Porti te stesso nello zaino, ma in viaggio riesci a conoscerti come non hai mai fatto prima, perché abbandoni tutte le maschere o i ruoli dietro cui ti nascondi normalmente. In viaggio, le persone non hanno più uno status sociale, sono vestite allo stesso modo, si confrontano alla pari. È come se sentissi di avere diritto a un posto nel mondo e ritrovi una fiducia sconfinata nel genere umano: era tutto quello che volevo regalare a mio figlio, per mostrargli che con le sue gambe può arrivare dove vuole, se lo desidera davvero.

In mente c’è la vostra “terza volta”?
Assolutamente sì. Ci piacerebbe percorrere il cammino attraverso la Via de la Plata, partendo da Siviglia, magari in bici visto che quel tragitto prevede tappe lunghe senza assistenza anche di 40-50 chilometri. Entrambi abbiamo davvero voglia di ripartire.

Al di là di questo cammino, ti consideri una viaggiatrice?
Sì, mi piace conoscere posti nuovi e mettermi continuamente alla prova con sfide diverse. La cosa meravigliosa è che, dopo esperienze come quella verso Santiago, senti il desiderio di essenzialità, di buttare via tutte le cose “in più”, dall’armadio alla tua interiorità. Quando viaggi, servi solamente tu e poco altro. Forse per questo, dopo il primo cammino, ho deciso di trasferirmi in Spagna: dal 2008 all’estate 2011, abbiamo vissuto in Andalusia e ho lavorato come cantastorie in una fattoria didattica. Tenevo molto a far sentire Johann “straniero” in un posto, insegnandogli il rispetto per gli altri e per la diversità. In un altro Paese, non hai le spalle coperte, nel senso che non hai un passato che ti condiziona e ti scrolli di dosso le abitudini, aprendo la tua mente.

Un viaggio può restituire il sorriso?
La felicità deve nascere dentro ciascuno di noi, ma cambiare luoghi, abitudini o lingua può sicuramente regalare l’occasione per accorgerci di qualcosa che prima non vedevamo. È il tipico straniamento del viaggio, dove le cose vengono guardate in un’ottica totalmente nuova e più serena. Spesso, in viaggio, si ha la sensazione di avere nuovamente la possibilità di fare qualcosa, di realizzarsi, di avviare un progetto. È come respirare una boccata di aria fresca.

Paola Rinaldi

 Clicca su Personaggi per leggere tutte le interviste