Tre anni su due ruote

In posa nel Salar de Uyuni – © recondoontheroad

Il significato di un viaggio? Dipende. Raggiungere un luogo, incontrare una persona, fuggire da qualcosa, cambiare vita, cercare evasione. Ma il viaggio può anche essere un contenitore in cui infilare dentro il più possibile, per tornare a casa con le conoscenze che nessun libro potrebbe mai trasmetterti. L’italo-argentino Matias Recondo ha caricato quel contenitore sulla sua bicicletta e, il 1° febbraio 2011, è partito per un viaggio in solitaria dalla Tierra del Fuego all’Alaska: 40.000 chilometri in totale, da percorrere nell’arco di tre anni. Classe 1977, Matias coltiva la passione per la bicicletta da quando è bambino: su una rivista, aveva letto di una coppia italiana che aveva intrapreso un ciclo-viaggio lungo la Via della Seta fino a Pechino, per poi spingersi più a sud nell’arcipelago indonesiano. Quelle immagini di orizzonti infiniti, insieme ai racconti di antiche culture e città diverse, lo convinsero che anche lui, un giorno, avrebbe fatto un viaggio simile.

Nel 2007, in Argentina, visitando la Provincia di Misiones e le famose cascate dell’Iguazú, Matias riporta alla memoria la promessa fatta a se stesso e progetta il viaggio della vita. Nasce così “Transamerica on bike 2011-2013”, un’avventura dettata dal desiderio di esplorare il mondo lentamente, lontano dai ritmi imposti da una società sempre più frenetica. Dopo quasi 19 mila chilometri percorsi, Matias oggi si trova in Colombia e racconta il suo viaggio sulle pagine del blog http://www.recondoontheroad.com/. Sul suo “diario di bordo”, ci sono zone isolate, ghiacciai perenni, deserti di sabbia, di sale e rocciosi, altopiani a più di 5.000 metri, giungla amazzonica e tropicale, foreste del Canada e la tipica tundra dell’Alaska.

Matias, un viaggio così lungo ti costringe ad affrontare “in cammino” le quattro stagioni… È complicato?
Viaggiando lungo il Sud America, specialmente nelle Ande, le stagioni variano molto da zona a zona: in alcuni posti fa caldo tutto l’anno, in altri fa quasi sempre freddo e in altri ancora ci sono solamente due stagioni, quella delle piogge e quella secca. Nell’arco di una giornata, può capitare di passare da 4-5 gradi (per esempio quando sto raggiungendo il passo di una montagna a 3300 metri) a 48 gradi dopo un’ora, scendendo a 300 metri sul livello del mare.

A 45 km da El Chaltén – © recondoontheroad

Come ti difendi dalle intemperie?
In caso di freddo, mi copro bene: ho viaggiato nel nord dell’Argentina con -17°C. Se fa caldo, invece, continuo a pedalare e idratarmi. Quando le forze vengono meno, mi fermo qualche ora all’ombra: qualche settimana fa, ad esempio, in una giornata a 48 gradi ho avuto problemi di disidratazione, con crampi in tutto il corpo.

Sei mai stato costretto a fare soste prolungate o variazioni di percorso?
Spesso mi sono fermato per diverso tempo in alcune città, quasi sempre perché dovevo ricevere dei pacchi dall’Italia, mentre una volta sono rimasto fermo 25 giorni in una città colombiana (Popayan) per aspettare novità dalla polizia, dopo essere stato rapinato con coltello. Le uniche variazioni che ha subito il mio viaggio sono state del percorso e delle tempistiche: dopo quasi 20 mesi avrei dovuto raggiungere il Messico, mentre mi trovo ancora in Colombia.

Perché hai scelto la bicicletta?
Perché è un mezzo economico, pulito e permette di conoscere i luoghi a passo lento, osservando bene quello che ti sta attorno. In più, consente di raggiungere dei luoghi che altrimenti sarebbero inaccessibili alla motocicletta, per esempio dei sentieri di montagna. Le persone ti guardano con un altro occhio quando viaggi in bicicletta ed è bello interagire con loro.

Come ti sei preparato a questa impresa?
In termini fisici, ho lasciato l’auto in garage e per tre anni ho raggiunto ogni giorno il lavoro in bicicletta: 40 chilometri per andata e ritorno. Oltre a risparmiare molti soldi, mi sono anche allenato. Poi, nel 2008, mi sono trasferito da Buenos Aires all’Italia per lavorare e mettere da parte la cifra necessaria per stare via tre anni. Per risparmiare tanto in poco tempo, avendo un lavoro normale (sono web designer e programmatore, creo siti web), vivevo a casa di mia mamma per accantonare i soldi che sarebbero andati in affitto e spese varie.

La Quiaca – © recondoontheroad

Ti capita mai di sentire la solitudine?
Nei primi mesi di viaggio mi è successo, perché lasciare la caotica Italia del nord per raggiungere le distese immense delle steppe della Patagonia è stato un cambiamento difficile. Spesso trascorrevo giorni interi senza incontrare nessuno, perché alcuni tratti nel sud dell’Argentina richiedono di attraversare 200-300 chilometri di deserto prima di raggiungere un villaggio.

C’è un insegnamento o una “grande verità” che hai imparato strada facendo… magari da un episodio che hai vissuto, una persona che hai incontrato, una cosa che hai visto?
Viaggiando in questi luoghi si può apprendere molto, ma “cosa” dipende da persona a persona. Io ho capito che in questo mondo c’è ancora la possibilità di godere di paesaggi quasi incontaminati e vivere una vita semplice in mezzo alla natura, senza lo stress della vita moderna. Tuttavia, la modernità arriva con i suoi pregi e i suoi difetti. Anche in luoghi remoti del sud della Bolivia, a 4500 metri s.l.m., si vedono pali della corrente che portano l’elettricità ai villaggi isolati, fatti spesso da 10-20 case di adobe, cioè mattoni di fango e paglia cotti al sole. In quei posti, i pochi giovani hanno il cellulare e desiderano trasferirsi nelle grandi città per vivere la vita moderna, che però significa vivere bene se hai i soldi. Qui non esiste classe media e i lussi di cui godiamo nella nostra società, e che spesso non apprezziamo, sono una chimera: ad esempio, lo Stato spesso non ti supporta in nessun modo se perdi o non hai lavoro e il servizio sanitario non è semi-gratuito come in Italia.

Esistono regole per un buon viaggio in bicicletta?
No, se non quelle del buon senso. C’è chi viaggia in gruppo e chi viaggia in solitaria, chi viaggia con pochi chilogrammi di peso e chi con mezza casa. Alcune persone prendono la strada principale e volano diretti verso la loro meta, volendo percorrere più strada possibile, ma a mio avviso vedendo ben poco di quello che attraversano, mentre altre fanno meno chilometri e impiegano più tempo, ma si fermano a conoscere le persone. Per me, l’unica regola del viaggio è fare quello che ti piace, senza pensare a cosa dicono gli altri.

Entrata del Parque Nacional Monte Lèon – © recondoontheroad

Pensi che viaggiando si cresca di più, o comunque diversamente, rispetto a chi sta fermo nella propria quotidianità?
Crescere di più dipende dalla persona. C’è chi apprende molto viaggiando e chi non apprende niente. Si cresce sicuramente in modo differente, perché ormai i canoni di chi sta fermo nella propria vita quotidiana è cercare di arrivare a fine mese con il proprio stipendio e pensare a come sarà il proprio futuro. In generale, le vite sono tutte molto simili: andare al lavoro, uscire a prendere un aperitivo con gli amici, pensare se si hanno abbastanza soldi per andare in vacanza una volta all’anno per due settimane, pensare al mutuo della casa, alla pensione…

Cambia anche il concetto del tempo?
Dipende. Se viaggi senza una data di ritorno, non pensi al tempo. Io spesso dimentico che giorno è. Se invece viaggi con un tempo limitato, pensi a come ottimizzare il tempo per vedere il più possibile, ma alla fine è quasi come andare in vacanza per due settimane.

Hai mai incontrato difficoltà con la cucina o l’accoglienza di un Paese?
Ogni paese è differente. Riguardo alla cucina, escludendo l’Argentina che è molto europea, gli altri Paesi che ho attraversato – come Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia e Cile – hanno una cucina molto simile, quella andina, dove in tutti i piatti trovi sempre riso, patate e carne. Mangiano pochissima verdura e con poca varietà. Lo stesso vale per la pasta, che viene mangiata poche volte e scotta. A loro vantaggio c’è l’assortimento della frutta, davvero incredibile. Ho mangiato delle varietà che non avevo mai sentito nominare, come la guanábana, il lulo, la granadilla, la linasa, il borojó, la chirimoya, il babaco e molti altri. Riguardo all’accoglienza, ho notato che in Argentina o in Cile la gente è molto accogliente e ti aiuta spesso senza nessun ritorno economico. Entrando in Bolivia o Perù, essendo Paesi con maggioranza indigena (Quechua, Aymara, ecc.), le persone ti chiamano “gringo” (che sarebbe un’offesa, ma per loro spesso vuol dire straniero) e spesso ti aiutano se hanno un ritorno economico. Per loro, anche se non per tutti, lo straniero è sempre ricco e quindi un turista da sfruttare.

Accampamento nel Salar de Uyuni – © recondoontheroad

Quando è previsto il tuo ritorno?
Dipende tutto dai soldi. Ho avuto qualche aiuto con l’equipaggio, ma non ho sponsor che sostengono il mio viaggio. Sto finendo i soldi risparmiati e, se non riesco a trovare qualche altra soluzione, nel giro di 5 o 6 mesi dovrò tornare a casa: in ogni caso, sarebbero comunque più di due anni di viaggio. In questo momento, sto cercando di collaborare in remoto con una mia vecchia società, facendo siti web… ma, a causa della crisi economica, i soldi offerti sono davvero pochi.

Qual è la prima cosa che farai una volta a casa?
Soffrirò per parecchi mesi di depressione post viaggio!

 

Paola Rinaldi

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