Toy Stories, il mondo è un gioco

Bambole, dinosauri, yo-yo, peluche, supereroi e macchinine. In altre parole, il mondo raccontato attraverso i giocattoli dei bambini. È questo il progetto, intitolato “Toy Stories“, realizzato dal fotografo italiano Gabriele Galimberti (www.gabrielegalimberti.com). Classe 1977 e originario di Arezzo, ha fotografato come giocano i bambini di varie parti del pianeta, entrando in contatto con un pezzo importante della loro cultura. Ma come tutte le grandi idee, anche la sua è nata per caso.

“Nel 2010, avevo deciso di realizzare il giro del mondo in couchsurfing, andando a dormire a casa di sconosciuti contattati su Internet”, racconta Gabriele. “Ho proposto la mia idea a D la Repubblica (d.repubblica.it) e ho ottenuto il contratto per una rubrica settimanale di viaggio”. A quel punto, è partito con il suo zaino pieno di vestiti e attrezzatura fotografica per la sua prima tappa, l’Alaska. “Ho viaggiato per 512 giorni, fino a giugno 2012, visitando 58 Paesi nei cinque continenti, ho preso 108 voli aerei, otto treni, due traghetti, decine di autobus e taxi. Sono stato ospitato da persone di razze, religioni e culture diverse”.

E così hai iniziato a fotografare i giocattoli…
Sì, poco prima di partire avevo scattato alcune foto alla figlia di un mio amico, che amava giocare con gli animali e aiutare il nonno con i lavori della fattoria. La sua foto tra le mucche, a cui lei portava da mangiare con la sua attrezzatura-giocattolo, mi era rimasta particolarmente impressa. Quando ero in giro per il mondo, per D la Repubblica mi sono trovato a realizzare un reportage fatto di immagini e racconti che documentavano il mio modo di viaggiare in couchsurfing. Ricordando le foto scattate per i miei amici, ho deciso di cercare in ogni tappa del mio viaggio un bambino intorno ai 4-5 anni per fotografarlo insieme ai suoi giocattoli preferiti.

Il gioco è uguale in tutto il mondo?
Ogni bambino ha la sua storia, tanto che ciascuna delle mie fotografie è accompagnata da un breve racconto. C’è la piccola Maudy, nata in un piccolo villaggio vicino a Kalulushi, in Zambia, che ha trovato per strada una scatola piena di occhiali da sole e li ha trasformati in un gioco insieme ai suoi amici. C’è Li Yi di Shenyang, in Cina, che adora “sparare” i proiettili di gomma dei suoi cannoni-giocattolo, oppure il texano Noel, che sogna di fare il pilota e si allena giocando con aerei di tutte le dimensioni e un simulatore di volo. In generale, ho notato che i bambini più poveri sono meno possessivi nei confronti dei loro giochi rispetto a quelli ricchi, forse perché hanno un concetto del divertimento molto slegato dal giocattolo e più legato all’aria aperta, alla semplicità.

C’è un’immagine a cui sei particolarmente legato?
Forse quella di Orly, un bambino nato a Browsville da madre messicana e padre americano, che nonostante le origini materne non è mai stato in Messico, a sole due miglia a sud della sua casa. Amante dei draghi, ne ha appesi diversi sopra il suo letto perché lo proteggano dai messicani che vogliono rapirlo. Mi ha fatto sorridere, ma anche riflettere sul concetto dell’immigrazione al confine tra Texas e Messico.

Cosa ti ha lasciato questo viaggio?
Per quanto io possa essere affascinato dai paesaggi, da un deserto o da un ghiacciaio, sono soprattutto le persone quelle che hanno lasciato traccia nei miei ricordi. Mi piace fotografarle e raccontare la loro storia. Ho dormito sui loro divani, a volte nelle loro camere per gli ospiti e altre volte per terra in soggiorno, con il mio sacco a pelo. A volte ho cucinato io, altre volte ho mangiato i loro piatti tipici, spesso molto diversi dal cibo a cui sono abituato. Non è sempre stato facile adattarmi a ogni situazione, ma questa esperienza mi è servita per conoscere meglio me stesso e mettermi alla prova.

Perché ti definisci un fotografo racconta-storie?
Proprio per questa mia passione per i ritratti, che mi piace sempre accompagnare con una piccola storia. I miei lavori non sono mai “istanti rubati”, ma quasi sempre “messe in scena” che rappresentano visivamente il racconto collegato. In pratica, ascolto la storia delle persone e poi costruisco la foto per raccontarla con uno scatto.

Come trovi queste storie?
Il fatto di viaggiare in couchsurfing, anziché rimanere da solo in hotel, è una porta privilegiata per il mio lavoro, perché mi consente di parlare direttamente con le persone, di conoscere la loro vita, gli amici, le abitudini. Dalla normalità di queste esperienze, nasce lo spunto per un nuovo racconto.

Altre partenze in vista?
Sì, la mia agenda è piena di viaggi fino a novembre. Il loro tratto comune è un progetto che sto seguendo per l’azienda Illy (coffeesurfing.illy.com), dove fotograferò chi in giro per il mondo mi offrirà una tazzina di caffè e mi racconterà una storia di felicità. Nel frattempo, stanno prendendo forma alcuni progetti. Nel 2014, le immagini di “Toy Stories” verranno pubblicate negli Stati Uniti, in Brasile, Germania e Inghilterra. Anche la mia avventura in couchsurfing diventerà un libro, che sarà stampato in Inghilterra e probabilmente, a ruota, in altre lingue. In inglese, cinese e tedesco sarà pubblicato anche il mio progetto sulle ricette delle nonne, in cui ho fotografato le donne che mi hanno ospitato insieme alle loro specialità casalinghe. Il viaggio continua!

Paola Rinaldi

 

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