Pantelleria, dove sono me stesso

Stefano D’Orazio - Pantelleria, dove sono me stesso

Stefano D’Orazio - Pantelleria, dove sono me stessoLui la chiama “isola delle meraviglie”, e non soltanto per le sue acque cristalline e i profumi avvolgenti: Pantelleria è l’unico luogo al mondo in cui Stefano D’Orazio smette di essere “quello dei Pooh” e torna ad essere semplicemente se stesso. Dopo aver condiviso il palco per quasi quarant’anni con uno dei gruppi più famosi e longevi d’Italia, nel 2009 il batterista ha messo la parola “fine” a quella sua esperienza, senza dimenticare i concerti sempre affollati, i dischi multi-premiati, le iniziative umanitarie. Da allora, scrive favole che poi trasforma in musical, come “Aladin”, “W Zorro” e “Cercasi Cenerentola”. Per trovare ispirazione, ma anche solamente un rifugio, Stefano lascia Roma e raggiunge Pantelleria appena può, in quella casa desiderata sin dal primo incontro con l’isola, quando l’artista si è promesso: “Un giorno, vivrò qui”.

Stefano, ciascuno di noi ha un luogo del cuore che, in qualche modo, gli ha cambiato la vita. Qual è il tuo il rifugio?
L’isola di Pantelleria, anche se non sono stato io a scegliere lei, ma l’esatto contrario. Era il 1997, al termine di una tournée piuttosto faticosa, quando mi sono diretto all’aeroporto di Linate, senza valigie, senza niente, con il solo obiettivo di salire sul primo volo disponibile e riprendere fiato. Con le mani in tasca, ho guardato il tabellone delle partenze, ho letto “Pantelleria” e ho comprato il biglietto. Sarà perché non l’avevo mai studiata a scuola, ma quando sono atterrato ero convinto di trovarmi a Lampedusa.

Stefano D’Orazio - Pantelleria, dove sono me stessoCome te ne sei accorto?
Fuori dall’aeroporto, ho incontrato un signore che si improvvisava taxista e gli ho chiesto di accompagnarmi sulla spiaggia di sabbia bianca e finissima dove le tartarughe “Caretta Caretta” depositano ogni anno le loro uova, famosa perché ospitava la villa di Domenico Modugno. Lui mi ha guardato, continuando a fumare serenamente, e mi ha detto: “Hai sbagliato isola”.

Non hai fatto marcia indietro?
No, ormai ero arrivato e non volevo rimettermi in viaggio. Così ho preso una macchina in affitto e, per quindici giorni, ho girato quei luoghi in lungo e in largo. Non soltanto ne sono rimasto folgorato, ma mi sono ripromesso che un giorno avrei acquistato una casa proprio in quella terra.

Cosa ti ha fatto innamorare così tanto?
Non è stato qualcosa, ma tutto. A Pantelleria, dietro ogni curva, si svela un elemento sorprendente, un tratto unico, uno scorcio magico.
Mi affascinano le rocce che quasi difendono l’isola dal mare, che resta tutto intorno ma lontano, come un mondo a se stante. Amo lo Specchio di Venere, un lago dal colore turchese di una bellezza così straordinaria che ogni volta sembra quasi restituirmi il giusto ritmo del respiro, Stefano D’Orazio - Confesso che ho stonato. Kowalskisuperando ogni affanno, ogni problema che io possa essermi portato appresso. E poi mi piace la possibilità di cambiare completamente vegetazione, salendo un po’ di quota, passando improvvisamente dal clima marino a un regno fatto di funghi, abeti e pini. In quell’isola, basta muoversi per ricevere un regalo dalla natura e sono certo che esistono altri anfratti nascosti, pronti a stupirmi ancora.

Quale parola associ a Pantelleria: ispirazione o rifugio?
Entrambe. Quell’isola ha visto nascere molti dei miei ultimi progetti, tra cui l’autobiografia dal titolo “Confesso che ho stonato” o il più recente musical “Cercasi Cenerentola”, di cui si è da poco conclusa la seconda stagione teatrale. E poi è l’unico luogo al mondo in cui non sono “quello dei Pooh” ma divento un uomo normale, che va a fare la spesa con il carrello e nei piccoli supermarket ascolta i consigli delle massaie su cosa acquistare fra gli scaffali.

A cosa è dovuta questa semplicità?
Nel corso della storia, il popolo di Pantelleria ha vissuto occupazioni e frequentazioni molteplici, dai Sesioti ai Romani, dai Bizantini agli Arabi, dai Normanni ai Borboni. Nonostante ciò, non ha mai perso la propria dimensione e ha conservato i “connotati” originari, fra cui la lentezza e la genuinità. Penso che questa continua lotta per l’identità abbia forgiato in qualche modo la gente: dopo un’iniziale diffidenza, ti accoglie come se fossi uno di famiglia. Quando ti domandano “Come stai?”, puoi stare certo che non si tratta della classica domanda di circostanza, ma di un interesse vero.

Pensi che questi sentimenti siano stati trasmessi anche alle nuove generazioni?
Sì, anche se per loro la situazione è più complicata. Pur essendo circondata dal mare, Pantelleria non ha un popolo di pescatori, ma di contadini, che d’inverno resta ad attendere il ritorno della primavera e nel frattempo consuma il passito che si trova nelle cisterne, in modo da fare spazio a quello della vendemmia successiva. Ultimamente, molti ragazzi sentono andare stretta questa realtà, anche perché Internet Stefano D’Orazio - Pantelleria, dove sono me stessoracconta loro altre cose, altre possibilità e situazioni. E così molti di loro si allontanano, magari per studiare, e in alcuni casi non fanno ritorno.

Prima dicevi che le rocce difendono l’isola dalle acque. Allora, per Pantelleria, non vale la frase “Se vivi su un’isola, fai amicizia con il mare”…
In realtà, penso che un pizzico di distacco renda l’amicizia ancora più profonda. Guardando il mare dall’alto, facendoti raggiungere dagli schizzi di qualche onda arrabbiata, ne capisci la potenza e lo rispetti, forse più di quanto non faresti osservandolo da una spiaggia tranquilla, da cui tutto ti appare innocuo. E poi, vuoi mettere l’incanto di un tramonto su quelle acque? Quando mi raggiungono gli amici, fra noi gira la frase: “Quando comincia?”. E non intendiamo la partita, ma quello spettacolo che lascia a bocca aperta.

Parlando di ispirazione, come un luogo può incidere su di essa?
Si tratta di un meccanismo inspiegabile. Soprattutto d’inverno, quando parto con l’intenzione di scrivere qualcosa, sbarco a Pantelleria e in quindici giorni concludo il mio lavoro. Forse esiste una vibrazione o magari chissà, sotto terra, esiste un vulcano segreto che esala estro e illuminazione… Sta di fatto che le storie si scrivono quasi da sole, mentre a Roma, Milano e altre città il travaglio è molto più lungo e faticoso. Probabilmente, è complice anche la continuità che l’isola ti regala: altrove non riesci a rimanere fermo tutto il giorno davanti al computer o un foglio di carta, perché ricevi telefonate o inviti che interrompono spesso il flusso creativo.
Lì invece l’unica distrazione è una finestra che guarda sul mare, come una tv ferma sullo stesso canale, dove ogni piccolo dettaglio che cambia ti suggerisce ispirazione.

Quale stagione preferisci?
D’estate, Pantelleria è un paradiso di fiori e vegetazione, ma a partire dall’autunno “ritorna tua” e, ripartiti i turisti, torni a riconoscere i volti di chi la abita. Ogni momento dell’anno ha la sua meraviglia.

PoohRacconti spesso che, fra i motivi che ti hanno spinto a cambiare rotta in termini artistici, lasciando i Pooh, c’è il fatto che dopo tanti viaggi ricordavi poco o nulla dei luoghi visitati…
Sì, quella con il gruppo è stata un’esperienza meravigliosa, ma i concerti mi portavano spesso in giro per il mondo e ho iniziato a ripensare alla battuta del mio amico Fiorello: “Dio è dappertutto, ma i Pooh ci sono già stati”. Era vero: avevo viaggiato tanto, eppure ricordavo a malapena le camere degli alberghi, le macchine che venivano a prenderci agli aeroporti, gli stadi in cui suonavamo, forse qualche ristorante. Dopo un vita estremamente fortunata, mi sono chiesto che cosa fosse rimasto di tutta quella frenesia e ho deciso che non volevo più far ruotare la mia vita intorno a un tamburo e a quel progetto musicale, seppure stupendo.

È stato difficile all’inizio?
Certamente, ho vissuto uno smarrimento iniziale. Per un po’ ho riposato proprio nella mia casa di Pantelleria; poi, insieme alla mia compagna, sono andato in Sri Lanka a visitare uno dei centri di sostegno per bambini poveri che, qualche anno prima, avevamo costruito con il gruppo.
È stato commovente vedere che, dalla nostra musica, era scaturito qualcosa di tanto bello. Nel tempo, io e i Pooh abbiamo creato centri analoghi anche nell’ex Jugoslavia, in Madagascar, in Sierra Leone, in Nicaragua e tante altre zone difficili del mondo, per aiutare i bambini meno Immagine di Pantelleriafortunati a imparare un mestiere e inserirsi nella società.

Di quei centri, cosa ti è rimasto impresso nella mente?
Quando sono andato in Madagascar, in un lebbrosario in mezzo alla giungla, avevo visto i bambini – abbandonati dalle famiglie e molti piccoli, anche solo di un anno e mezzo, che si tenevano a malapena in piedi – mettersi in coda la mattina per prendere una tazza di acqua di riso con cui inghiottire le medicine. Era una fila disciplinata, in cui non si sentiva un solo capriccio. Quando sono tornato a casa, facendo scalo a Parigi, ho visto bambini piangere perché il padre non voleva comprare loro una macchinina o un pacchetto di patatine.

Un “gap” non indifferente…
Sì, che si avverte soprattutto al rientro dai luoghi poveri del mondo, perché ti accorgi che da noi il superfluo è diventato essenziale, mentre altrove l’essenziale non c’è. Forse, oggi, chi vuole avere dei figli dovrebbe prima fare un viaggio in quelle zone per capire e riscoprire la semplicità perduta, che ti aiuta a ridimensionare i tuoi capricci e quelli degli altri. Un viaggio può davvero insegnarti un nuovo rispetto, il giusto distacco dalle cose, la perfetta visione della vita. Lo auguro a tutti, per amore nostro e di chi verrà.

Paola Rinaldi

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