Sì, cantare

Chi macina chilometri sa bene quanto sia preziosa la compagnia della buona musica, da ascoltare in radio o dall’iPod, seduti in auto, treno, nave, bicicletta, ma anche a piedi. Forse per questo motivo, le canzoni hanno celebrato il viaggio in tutte le sue dimensioni e con ogni voce: da “Sì, viaggiare” di Mogol-Battisti a “Samarcanda” di Roberto Vecchioni. Nei testi, il viaggio può rappresentare una dura necessità, magari per guadagnarsi il pane quotidiano, ma anche un modo per ritrovarsi, lasciarsi alle spalle una delusione, vagabondare con la mente. A raccontare questo fortunato connubio è Giovanni Peli (http://www.giovannipeli.it/), giovane cantautore bresciano che proprio su questo tema ha tenuto un incontro nell’ambito del percorso culturale “Nelle terre dell’Ovest” (http://terredellovest.blogspot.it/), organizzato dal Sistema Bibliotecario Ovest Bresciano, con il supporto dell’Associazione “Il Club” di Palazzolo sull’Oglio e la sponsorizzazione della Cooperativa Zeroventi Onlus.

Giovanni, quali sono i temi più ricorrenti nelle canzoni?
A prescindere dalla nazionalità, credo che il tema più comune nel mondo della musica sia quello amoroso, a cui si affiancano le canzoni di protesta. A queste due grandi tematiche possiamo ricondurre molti altri sotto-temi: la canzone d’amore può allargare il campo ai sentimenti, ai rapporti d’amicizia, alla famiglia, al contrasto, alla solitudine; la canzone di protesta invece si può estendere nelle sue forme satiriche o di critica del costume.

E il viaggio?
È presente in ogni produzione artistica, e dunque anche nella canzone, soprattutto come metafora. Il viaggio inteso come necessità nasce con l’uomo, tanto che già con i poemi omerici ci troviamo di fronte a questa tematica: qualunque sia la sua dimensione – reale, onirica, immaginaria, virtuale – il viaggio è diventato sinonimo di esperienza nel corso dei secoli. Si parla di “percorso” artistico, ad esempio, perché l’atto stesso del narrare e del creare è “intrappolato” in una logica sequenza di questi stati: inizio, svolgimento, fine. Per questo motivo, il viaggio nella canzone viene usato soprattutto come metafora della vita stessa o di una relazione amorosa.

Esistono altri utilizzi?
Certo. Il viaggio è molto ricorrente nelle canzoni d’emigrazione: dalla vecchia “Mamma mia dammi cento lire” a canzoni più attuali come “Amerigo” di Francesco Guccini e “Italiani d’Argentina” di Ivano Fossati. Si può continuare a viaggiare da “L’ombelico del mondo” di Jovanotti a “In qualche parte del mondo” di Luigi Tenco, a “L’illogica allegria” di Gaber, dove troviamo tutti viaggi, veri o virtuali, concreti o allegorici. Forse, i più interessanti sguardi su questo tema sono stati cantati con precisione, creatività e a volte anche ossessione soprattutto da tre cantautori: Paolo Conte, Franco Battiato e Ivano Fossati.

Possiamo fare qualche esempio?
In Paolo Conte, è ricorrente una sorta di “esotizzazione” del quotidiano: da “Boogie” ad “Azzurro”, fino “Alle prese con una verde milonga”, viene descritta una situazione calata nella quotidianità trasferendola progressivamente in un mondo esotico, magico, pieno di avventura e mistero. Nella sua musica, troviamo un’evasione onirica, felliniana, salgariana. In Fossati, invece, la metafora del viaggio si connota da un punto di vista etico: il viaggio è inteso come tensione verso un miglioramento, non solo personale, ma anche collettivo; è una ricerca volta al bene comune, al farsi più “uomini” nel senso più nobile del termine. Penso a “Mio fratello che guardi il mondo”, “Lindbergh”, ma anche alle bellissime metafore amorose come “Naviganti”. In Battiato, il viaggio è spesso utilizzato come metafora di ricerca spirituale, spesso di natura sincretica e coraggiosamente dissonante: qui, l’evasione diventa teologica, filosofica, meta-letteraria o fantascientifica.

Quali sono le suggestioni e le emozioni trasmesse da questo tema?
Il viaggio è talmente radicato nell’uomo che ci si rende subito disponibili a confrontare la propria esperienza con quella che viene proposta, per cui si “attiva” un grado di immedesimazione notevole.

In generale, quale tipologia di musica ha “caro” il tema del viaggio? Molti dicono il jazz, perché è nato da suoni e culture migranti: sei d’accordo?
Sicuramente l’atmosfera acustica “jazzata”, ma soprattutto colorata da ritmi sudamericani o africani, è indicata per ambientare una canzone che parla di viaggio. Ma da appassionato e anche un po’ da cantautore, credo che sia soprattutto un vezzo stilistico, addirittura direi un “pregiudizio”, perché anche certe sonorità paradossali possono calzare bene alla tematica, a meno che il pezzo non voglia essere particolarmente documentaristico, sia nei testi sia nella musica.

Personalmente, hai mai dedicato una canzone a questo tema?
Non essendo un grande viaggiatore, mi è estraneo proporre il resoconto di un viaggio o utilizzare il viaggio come metafora. Tuttavia, sono numerose le mie canzoni che fanno riferimento a spostamenti in una sorta di trappola espressiva, molto logica e consequenziale. I miei paesaggi sono per lo più metropolitani, nevrotici camminamenti su marciapiedi, riflessioni fatte in auto, fiumi visti dal treno, sono come personaggi, piccoli spettri che compaiono di frequente e poi aggiungono dubbi a dubbi, riflessioni a riflessioni. Il mio pezzo che più si addice è “Incrocio”, del mio ultimo disco “Tutto ciò che si poteva cantare”. Si parla di amore, di morte, di velocità, di auto e molto altro.

Paola Rinaldi

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