A spasso per l’Asia

Una bussola, un altimetro e una cartina in scala 1:500.000. Con questi compagni di viaggio, l’esploratore solitario Roberto Regini ha affrontato una lunga traversata a piedi lungo l’Asia centrale partendo dalla città di Dushanbe, la capitale del Tajikistan, e approdando nella regione cinese del Xinjiang. Ancora una volta, il viaggiatore originario di Empoli (www.robyexplorer.net) ha sfidato alcune tra le zone più “aspre e selvagge” del pianeta per cercare un contatto con la natura profondo, reale, senza barriere né filtri. “Sono partito a fine luglio e sono rientrato da un decina di giorni. Spesa complessiva: 2380 euro, tutto compreso”.

Quale tragitto hai seguito?
Una volta raggiunta la cittadina di Khorog, dopo quattordici lunghe ore in jeep dalla capitale Dushanbe, ho sostato per tre o quattro giorni sia per acclimatarmi sia per rifornirmi al bazar locale di tutto l’occorrente necessario per la mia traversata a piedi. Poi, per tre settimane, ho affrontato l’altopiano semidesertico del Pamir, concentrandomi sulle porzioni che si sviluppano nello stato del Tajikistan, del Kirghizistan e della regione del Sinkiang, in Cina. In questa mia risalita da sud a nord-est, sono stato per la maggior parte del tempo in completo isolamento, fatta eccezione per alcuni pastori.

Nomadi anche loro?
Sì, ogni villaggio kirghiso possiede dei responsabili che si occupano di portare il bestiame a pascolare in alta quota nei quattro mesi estivi, vivendo in tende o piccole costruzioni di terra. Capita di incontrarli, ma si tratta di occasioni sporadiche. Caso a parte è la valle di Bartang, dove ho attraversato una serie di piccolissimi villaggi a una distanza di quindici-venti chilometri l’uno dall’altro e ne ho apprezzato l’ospitalità straordinaria. Ricevevo continuamente inviti per un tè, un pasto o l’alloggio per la notte.

Un’ospitalità assolutamente gratuita e spontanea, che dicono essere tipica dell’Asia centrale…
Esattamente. All’inizio della traversata mi è capitato di stare male e di fermarmi per due o tre giorni presso una famiglia. Prima di ripartire, ho offerto loro una piccola mancia, due banconote nella loro moneta locale, e una mi è stata restituita con le parole: “Accetto qualcosa, ma questo è sufficiente”. Fatta eccezione per le città più grandi, non esistono molte possibilità di alloggio, ma basta chiedere in giro per trovare una famiglia disposta ad accoglierti. Spesso, la loro ricompensa più grande è qualche scatto fotografico, in modo da potersi rivedere nel piccolo schermo.

Hai avuto difficoltà con l’alimentazione?
Probabilmente i problemi di stomaco che mi hanno accompagnato per quasi tutto il primo mese erano dovuti proprio al cibo, che mi è stato offerto con estrema gentilezza ma è molto diverso dal nostro stile occidentale. In quei territori, si consumano normalmente montone, formaggi e alimenti molto grassi, che uniti ai classici effetti dell’alta quota mi hanno debilitato.

Come sono i paesaggi di quelle zone?
Il Pamir è un deserto ad alta quota, molto arido ma attraversato da alcuni fiumi che scorrono dai ghiacciai e da cui è possibile attingere l’acqua da purificare con appositi filtri e poi bere. Grazie al “poco” che appare agli occhi in questi territori sterminati, si affina la capacità di osservare e notare anche le minime modifiche del paesaggio. Per quanto mi riguarda, non ho mai avvertito noia o monotonia, perché come al solito il mio obiettivo era restare solo con me stesso e condividere qualche istante meraviglioso insieme alla natura.

Com’è l’impatto con una società molto lontana dalle comodità occidentali?
Si tratta di villaggi dove il tempo sembra essersi fermato, sprovvisti di luce e acqua potabile. La cosa sorprendente, che avevo già notato in un precedente viaggio in Mongolia, è che molte di queste case così povere e disastrate dispongono di un piccolo pannello solare che crea l’energia necessaria per accendere la tv, la radio o una luce. Per assurdo, sono più avanti di noi in questo settore.

Qual è la loro ricchezza?
Il tempo. Poter trascorrere la giornata a bere tè o fare qualsiasi altra cosa, o anche nulla, ma senza avere i nostri affanni, è il loro agio più grande. A loro non importa mangiare in maniera monotona, senza il concetto della cultura del cibo che appartiene a noi, né il fatto di non avere tante comodità: ai miei occhi sono apparsi felici, soddisfatti di quel poco che per loro è tutto.

Non ti senti mai solo durante queste traversate?
No, al contrario lo vedo come un tempo prezioso che ho a disposizione per pensare e riflettere sull’immensa fortuna che ho di fare quello che desidero: viaggiare e conoscere il mondo. In questa traversata, mi sono sentito particolarmente sereno e non ho mai avvertito la sensazione di pericolo.

Nemmeno per la presenza di animali pericolosi?
In questo viaggio, no. Ho avvistato solamente una volpe in lontananza e un piccolo branco di yak, oltre ovviamente a pecore, mucche e cavalli selvatici. L’unica zona del mondo in cui sono stato all’erta durante i miei trekking è stato il Nord America, dove vagabondano gli orsi: ho un’incredibile paura di incontrarli, eppure sono i miei animali preferiti. È una vera emozione avvistarli.

Nella seconda parte del viaggio, ti sei spostato verso la Cina…
Esatto. Nella regione del Sinkiang non è facile muoversi per uno straniero, né  trovare un posto dove alloggiare, telefonare all’estero o usare internet. Gli ostacoli della burocrazia sono infiniti. Basti pensare che sono stato bloccato nel mio tentativo di raggiungere il Karakorum e proseguire verso il campo base nord del K2. La polizia militare non me lo ha permesso, perché gli stranieri possono raggiungere la zona solo prendendo parte a un tour organizzato da “agenzie cinesi”.

Dunque, hai cambiato programma…
Sì, sono ritornato sul Pamir, naturalmente sul lato cinese, e ho comunque intrapreso un’altra splendida traversata tra le catene montuose del Kongur (7.716 metri) e del Muztagh-Ata (7.546 metri). Per fortuna, avevo pianificato un trekking di scorta.

Com’è la popolazione di questa regione cinese?
Estremamente onesta. Nei loro mercati, tutti propongono la merce alla stessa cifra, senza tentativi di imbroglio o di lucro. In particolare, nella città di Kashgar, i bazar sono aperti 24 ore su 24 e all’interno si può trovare qualsiasi cosa, prodotta in maniera artigianale. L’idea che mi sono fatto del popolo cinese è che si tratta di gente molto onesta, seria e curiosa di capire quello che avviene all’estero, soprattutto i giovani che arrivano dalle grandi città.

Come ci si muove nell’Asia Centrale?
Eccetto rarissime eccezioni per le grandi città, sia in Tajikistan che in Kirghizistan le strade sono in pessime condizioni e non esistono mezzi di trasporto pubblici se non alcune jeep, che partono dal mercato ma sono prive di orari prestabiliti: si muovono solamente quando sono piene, per cui esiste il rischio di aspettare per ore o addirittura di non partire affatto. Sono jeep da quattro posti, ma vengono attrezzate per trasportare fino a otto o nove persone: una situazione paradossale. Nella regione del Sinkiang, invece, i trasporti esistono e sono puntualissimi. Mi è addirittura capitato di viaggiare a bordo di un autobus molto particolare, che al posto dei sedili aveva dei comodi letti su cui affrontare lunghi tragitti.

Con te, come al solito, hai portato il tuo inseparabile zaino?
Sì, occupato per la maggior parte dalle attrezzature per il campeggio, oltre a qualche cambio di vestiario. In tutto, avevo sedici chili sulle spalle. Ormai, grazie all’esperienza, so calcolare con buona approssimazione su una cartina quanto tempo durerà un singolo trekking e per quanti giorni resterò isolato: su queste basi, regolo anche la quantità di cibo da portare con me.

Di solito, sulla via del ritorno ricevi l’illuminazione per la tua prossima avventura: è successo anche questa volta?
Certamente. Lavoro stagionale permettendo, a gennaio vorrei partire per le isole Falkland, o Malvine per gli spagnoli e gli argentini. Ho scelto questa meta perché, oltre ai paesaggi e alla gente, questa volta vorrei vedere gli animali. La natura mi aspetta.

Paola Rinaldi

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