Io e la mia bicicletta

Obes Grandini e la sua bicicletta

Nei suoi occhi, c’è tutta la profondità dei deserti e di quegli spazi aperti che ha cercato tante volte nella sua vita per ritemprarsi, ricaricarsi, trovare se stesso. Classe 1952, originario di Medelana di Ferrara, Obes Grandini ha pedalato in Africa, Tibet, America Latina, Canada, Alaska: lui e la sua fedelissima compagna di viaggio a due ruote hanno affrontato il pianeta con garbo e devozione, quasi con la paura di disturbare o lasciare un’impronta troppo profonda del loro passaggio. Oltre al passaporto e ai visti, Obes non dedica troppo tempo a pianificare l’itinerario: per lui, un uomo dalla voce calma e i modi delicati, l’importante è salire in sella e partire come un gabbiano solitario, che segue il vento, l’istinto, la libertà.

Obes, fin da giovanissimo hai manifestato il desiderio di conoscere culture diverse, genti nuove ed entrare in sintonia con la natura… Possiamo dire che il viaggio è la tua seconda pelle?
Sì, viaggiare è una passione con radici molto profonde nella mia vita, anche se da giovani lo si fa quasi in maniera inconsapevole, spesso per moda. Negli anni Settanta, tutti i ragazzi amavano viaggiare: la differenza stava nel fatto che, mentre gli altri smettevano, io provavo sempre maggiore desiderio di muovermi e conoscere. Così, dopo il primo lungo viaggio in India tra il 1972 e il 1973, ho continuato ad assecondare questo interesse, spostandomi in treno, in corriera e con qualsiasi mezzo mi permettesse di inseguire una scintilla. A farmi partire poteva essere la musica, così come la ricerca di nuove religioni e atmosfere.

Quando è entrata in scena la bicicletta?
Nel 1980, quasi per esigenza. Ho sempre avuto una fortissima attrazione per la natura e mi sono accorto che viaggiare con gli altri mezzi mi impediva di vivere pienamente i luoghi che attraversavo, dal bosco al deserto, così come le temperature o i profumi. La bicicletta mi ha permesso di trovare quell’immersione totale nella natura che cercavo, e da allora non l’ho più lasciata. Se dovessi tornare indietro, comunque, probabilmente sceglierei di camminare a piedi, individuando dei circuiti più brevi e specifici lungo le terre attraversate.

Il primo viaggio importante “in sella” è stato quello compiuto sulle strade d’Europa, fino a raggiungere Capo Nord. Ricordi ancora quell’avventura?
Certamente. Quello è stato un viaggio nato per caso. Volevo raggiungere l’Irlanda per la mia passione per la musica, visto che d’estate il Paese si anima di festival e manifestazioni lungo le strade, e avevo deciso di partire con una vecchia bicicletta per poi rientrare in treno. In realtà, pedalare mi è piaciuto così tanto da convincermi a spendere i soldi che mi ritrovavo in tasca per cambiare la bicicletta strada facendo e proseguire per Capo Nord. Sono stato via quindici mesi. Quell’esperienza ha inaugurato il mio stile di vita, ovvero un lavoro di operaio agricolo inframezzato dai viaggi che potevo permettermi non appena mettevo da parte una piccola somma.

Sei figlio di agricoltori e operaio agricolo: le tue radici e il tuo lavoro hanno mai inciso sul modo di viaggiare, magari nell’osservare tradizioni particolari dei paesi attraversati?
Diciamo che, soprattutto nei Paesi più poveri dove il sostentamento si basa prevalentemente sull’agricoltura, il fatto di lavorare la terra mi ha aiutato moltissimo nell’approccio alle persone. In Sud Africa, parlando con un uomo, mi è addirittura capitato di mostrargli un errore che compiva nella potatura di un albero da frutto. In più, i ritmi tipici della campagna a cui sono abituato mi hanno permesso anche di sopportare meglio la pioggia, il caldo e gli agenti atmosferici.

Fra le tue imprese più importanti c’è l’ultima, quella del 2010, quando hai percorso 20.450 chilometri da Città del Capo a Medelana di Ferrara…
Non amo il termine “importante”, perché ogni viaggio ha il suo valore e il suo posto speciale tra i miei ricordi. Forse, quello del 2010 è stato l’itinerario che ho rimandato più a lungo, perché già nel 1983 – quando sono stato nel deserto del Sahara – avevo avuto la possibilità di accodarmi a cinque ragazzi tedeschi che stavano tentando la traversata dell’Africa. In quel momento, la loro proposta mi era apparsa come un’impresa impossibile, soprattutto con le biciclette che all’epoca erano meno robuste e strutturate di quelle attuali. In compenso, l’idea ha iniziato a girarmi per la testa come un tarlo, ma ho continuato a rimandare la partenza per le guerre, le epidemie e tutti gli eventi che ogni anno sembrano frapporsi fra me e la sua realizzazione. Poi, nel 2010, mi sono messo in sella.

In un’occasione, hai detto: “Dovessi ritrovarmi a mia insaputa bendato in Africa, sono sicuro che saprei riconoscerla dagli odori, dai rumori, dal suo tocco sulla pelle”. È davvero così? In cosa si distingue l’Africa dal resto del mondo?
Forse da bendato riconoscerei anche altri luoghi del pianeta, ma l’Africa – pur essendo un continente sterminato – mi ha lasciato qualcosa di indelebile nelle orecchie, nelle narici e sulla pelle, che mi permetterebbe di riconoscerla attraverso i cinque sensi. Gli odori, i sapori, il clima, l’atmosfera e i suoni hanno impregnato la mia anima come uno scroscio di pioggia, che a sua volta è diversa: la pioggia del Rwanda è differente da quella che ho preso in Irlanda o in altri luoghi.

Serve un carattere solitario per imprese come queste?
Dipende. Per esempio, nell’itinerario africano avevo inserito anche la Namibia, una terra molto desertica, spopolata e con ampi spazi: provenendo dalla pianura padana popolatissima e inquinata, mi capita di ricercare questi angoli di solitudine per rigenerare me stesso. Uno dei motivi per cui amo viaggiare è il fatto che, in alcuni luoghi, mi sento migliore di quanto non mi senta a casa. D’altra parte, oltre ai lunghi tratti di pedalata solitaria, bisogna anche avere la capacità di relazionarsi con altre persone, che nella maggior parte dei casi hanno usi e costumi diversi dai propri. Sono sempre stato molto timido, ma viaggiare mi ha aiutato ad aprire il mio carattere chiuso, perché ovunque si ha bisogno di acqua, informazioni, alloggio. Un viaggiatore deve avere il giusto compromesso fra socialità e solitudine, considerando entrambe un dono.

Quali emozioni regala viaggiare in bici per le strade del mondo?
È un modo di muoversi completo, che insegna a entrare nei Paesi sconosciuti quasi “ripuliti”, cioè spogliati delle proprie abitudini e disposti ad accoglierne altre. Bisogna viaggiare neutri, privi di giudizi negativi e capaci di non lasciare impronte troppo evidenti del proprio passaggio. È importante ascoltare, guardare e godere delle diversità, che alla fine sono i maggiori stimoli in un viaggio.

Il ricordo più forte?
In Tibet, di fronte a un freddo pungente, ho trovato un’accoglienza straordinaria presso le abitazioni private: le persone mi accettavano con candore, mi ospitavano e condividevano il poco che possedevano per i pasti, senza chiedermi nulla in cambio e senza nessuna lingua che ci permettesse di comunicare, ma semplicemente restando a guardarmi con un sorriso.

Quante biciclette hai cambiato dal 1980 ad oggi?
Dopo quelle che ho cambiato nel corso dello stesso viaggio a Capo Nord, ho usato la bicicletta acquistata in Inghilterra per la successiva avventura in Tunisia, Algeria, Marocco, Spagna e Francia, per poi acquistare nel 1987 una Bianchi di buona qualità che ho sempre usato, eccetto nel viaggio in Canada e Alaska, che ho deciso di intraprendere nell’arco di pochi giorni ma “lei” non era tecnicamente pronta a partire. In quell’occasione, ho comprato una bicicletta in Canada e alla fine l’ho regalata a un ostello in Alaska. Ma la mia fedelissima è la Bianchi, che dopo l’ultimo viaggio africano ha subito una rinfrescata e adesso è pronta a ripartire.

Non hai mai cercato l’aiuto economico o tecnico di qualche sponsor: perché?
Prima di partire per l’Africa, una ditta veneta mi ha proposto una bicicletta nuova che sarebbe stata montata come avrei voluto, con pezzi scelti da me. Ho subito rifiutato, perché non mi sono mai interessate le sponsorizzazioni. La mia regola è una sola: “Se non ho i soldi, non parto; se li ho, mi metto in sella e vado”. In qualche modo, le sponsorizzazioni ti vincolano e sottraggono qualcosa alla totale libertà, fosse anche soltanto per qualche foto con una certa maglietta o un berretto marchiato. Quando viaggio, voglio essere svincolato da qualsiasi obbligo: ce ne sono già tanti a casa, ma per il mondo voglio decidere da solo cosa desidero.

Hai scritto anche dei libri per raccontare i tuoi viaggi: quanto è importante, al ritorno, condividere le emozioni vissute da soli?
La scrittura è nata per caso. Quando sono andato a Capo Nord, per un mese mi ha raggiunto un amico: giorno dopo giorno, mi sono accorto che i nostri ricordi erano diversi e la cosa mi ha fatto riflettere, perché volevo trovare un modo per fissare i miei, senza fare confusione negli anni. Così, ho tenuto un diario giornaliero e ho iniziato a coltivare la passione per la scrittura, che a volte mi permetteva di percepire emozioni che sul momento, quando mi trovavo sul posto, non avevo vissuto appieno. Ripensando agli orsi del Canada, ad esempio, mi è successo di avere più paura a casa che non durante il tragitto… Quando ho terminato il primo manoscritto dedicato al viaggio attraverso il continente sudamericano, da Caracas a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, mi è capitato di farlo leggere a un’insegnante in pensione, la quale mi ha incoraggiato a sottoporlo a una casa editrice. Dopo il primo libro, è seguito quello sul viaggio di sette mesi e oltre undicimila chilometri dalla mia campagna ferrarese all’altopiano tibetano, e poi l’avventura in Canada e Alaska. Oggi vendo i miei libri attraverso il mio internet www.obesgrandini.com oppure nei mercatini locali a cui partecipo.

Prima hai nominato gli orsi…
Sì, quando ho attraversato Canada e Alaska, campeggiando tutte le sere ho dovuto cambiare abitudini in funzione loro: non potevo cucinare in tenda, dovevo allontanare le borse… diciamo che hanno reso la mia vita più avventurosa.

Quindi, nessun episodio spiacevole.
L’unica vera difficoltà è stato il pesante furto di denaro che ho subito a Istanbul e il successivo ricovero in ospedale a causa del narcotico che i rapinatori avevano usato per stordirmi. Mi è successo di avere anche qualche problema in Africa, ma alla fine tutto è andato a posto. Ho notato che, negli ultimi anni, c’è stato un ritorno verso il viaggio inteso non solo come vacanza, ma anche come andare alla ricerca di altri modelli di vita rispetto ai propri: la grande lezione è che “tornare indietro “ non significa necessariamente stare peggio, ma vivere diversamente e forse meglio, in un certo modo.

Paola Rinaldi