Sulle strade del Giro d’Italia

Myriam Nordemann - Luomoconlavaligia.it

Fisico, spirituale e letterario, il Giro d’Italia è sempre un viaggio dove, fra sudore e fatica, i corridori trascinano il pubblico lungo le strade del Bel Paese. Parigina di nascita e milanese di adozione, la traduttrice Myriam Nordemann ha seguito per dodici anni questa grande festa rosa in veste di “voce francese ufficiale”, dopo essere stata giornalista, addetta stampa del Team Fassa Bortolo e collaboratrice per Eurosport International. Dopo aver tradotto attacchi e fughe, distacchi e arrivi in salita, Myriam ha messo nero su bianco la sua passione per i pedali nel libro Ciclismo mon amour (Lampi di stampa). Dedicato a chi vuole andare oltre le classifiche, il volume descrive con garbo e delicatezza tutto ciò che sta prima e dopo le corse: storie di uomini veri, non di agonisti, che fanno riconciliare con questo sport o magari innamorare per la prima volta.

Myriam, per chi hai scritto questo libro?
Un po’ per tutti. Non volevo il solito racconto di competizione virile, sguardi rabbiosi e muscoli in tensione per lo sforzo, ma un occhio femminile sulla meravigliosa tribù del ciclismo con tutti i suoi protagonisti raccontati nella loro umanità. Così, è nata una testimonianza che non è adatta solamente a chi condivide con me la passione per questo sport, ma anche a chi ha perso l’interesse dopo gli scandali del doping, a chi non ha mai guardato neppure una tappa del Giro d’Italia o del Tour de France, alle donne che considerano il ciclismo come uno sport “solo per uomini”.

All’inizio, dici di aver frequentato per quindici anni il mondo del ciclismo malgrado una famiglia d’origine completamente indifferente allo sport…
Sì, in effetti la mia passione è misteriosa. Anche se per i francesi il Tour de France non è solamente uno sport ma rappresenta una vera leggenda nazionale, nessuno nella mia famiglia lo ha mai seguito. Eppure, quando avevo solamente tre o quattro anni, trascorrevo le vacanze dai miei nonni in Normandia e chiedevo sempre di poter guardare i ciclisti che passavano davanti a casa. Ricordo anche un’altra vacanza in Bretagna dove, nonostante una forte tempesta, ho voluto raggiungere ad ogni costo l’edicola per acquistare un “ciclistino” di plastica che per me rappresentava Bernard Hinault, uno dei più grandi campioni della storia ma soprattutto un mio idolo.

Quindi, il tuo lavoro ha realizzato un sogno che cullavi sin da piccola…
Assolutamente. Intorno ai quindici anni, ho spedito una serie di lettere ai giornalisti francesi spiegando che mi sarebbe piaciuto lavorare nell’ambito del Tour. Uno di loro mi ha risposto, dicendo di avere dei figli della mia età e che il mio tentativo lo aveva profondamente colpito: mi ha invitata a seguire una corsa con lui e, come al solito, quando si entra in un ambiente è facile stringere nuove conoscenze. Poco per volta, anno dopo anno, mi sono introdotta nel settore, sono stata arruolata da un quotidiano regionale per scrivere degli articoli e ho iniziato a lavorare. Nel frattempo, studiavo italiano all’università e quando ho saputo che si era liberato il posto di interprete per il Giro d’Italia ho mandato una lettera… e voilà.

Tra uomo e donna, cosa cambia nell’approccio allo sport? Ti capitava mai di leggere lo stesso evento diversamente rispetto a un collega?
Credo che il punto di vista femminile sia più interiore. Ad esempio, nel mio libro parlo del velocista Robbie Mc Ewen, che tutti i miei colleghi vedevano soprattutto nei suoi panni di campione, con le sue oltre 150 vittorie dal 1996. Io invece ero stata colpita dalla sua gentilezza, dalla sua voce calma e posata, dal suo passo determinato, dal suo modo di buttare la bottiglia sul tavolo dopo averla finita. Rispetto agli uomini, noi donne cogliamo la personalità di chi abbiamo di fronte e non solamente le prodezze compiute in gara.

È questa umanità ad affascinarti del ciclismo?
Esattamente. Non conosco bene gli altri sport, ma credo che il ciclismo sia popolare, semplice, autentico, allegro. Il fatto di passare di fronte alle nostre case, sulle strade che magari percorriamo ogni giorno, lo rende uno sport vicino alla gente, caratterizzato da un’umanità molto rara. Rispetto ai professionisti di altre discipline, i corridori sono molto accessibili e possono essere avvicinati senza problemi prima della partenza.

Pensi che questa maggiore vicinanza si rifletta anche nella tipologia di tifosi? In un capitolo, definisci i fan del ciclismo come un gruppo di “nomadi, cento per cento puri appassionati, che viaggiano insieme alle corse”…
Siccome i ciclisti sono grandi viaggiatori, perché divorano i chilometri durante le loro imprese, anche i loro tifosi – magari in macchina o in camper – si trasformano in nomadi straordinari, che arrivano dall’Olanda, dalla Spagna, dalla Francia, dalla Polonia, addirittura da Paesi oltreoceano. Al Giro d’Italia ricordo “El diablo”, un cinquantenne tedesco vestito con un body integrale alla Superman di color rosso, una cappa nera e una coda a punta che si sgolava, correva, saltava e si agitava con il suo forcone nero ogni volta che passava la corsa.

Il viaggio fa parte del ciclismo?
Sì. Nel mio libro parlo di due tifosi, Maurizio e Angela, che firmano sempre le loro cartoline “MauAng”. Da quando lei gli ha detto “sì”, sono iniziati i loro viaggi lungo le strade del ciclismo e i sentieri del mondo. Da oltre vent’anni seguono le classiche del nord, il Giro di Svizzera, la Vuelta a España: sempre insieme, come due castori della Walt Disney che passeggiano lungo il fiume mano nella mano, con la macchina fotografica al collo e il capellino delle corse in testa.

Tu sei vegana e macrobiotica. Questo stile alimentare non ti ha mai messa in difficoltà durante questi viaggi?
Stando per un centinaio di giorni all’anno fuori casa, mi spostavo con una valigia-dispensa piena zeppa di cereali integrali, zuppa di miso, semi di sesamo, gallette di riso, tè bancha e tutto ciò che occorreva alla mia dieta. Quando potevo, andavo a caccia dei ristoranti vegetariani nella città dove passavamo la notte e i giorni di riposo: in mio aiuto c’era Tutto Bio, l’annuario del biologico pubblicato da Egaf Edizioni che mi ha aiutata a scovare in giro per l’Italia i locali biologici e vegetariani. A volte, ero io stessa a mandare segnalazioni alla redazione sui ristoranti e i negozi che trovavo nelle mie peregrinazioni lungo lo Stivale.

Essere una donna ti ha facilitata o ti ha messa in difficoltà in un mondo sportivo che per la maggior parte è maschile?
Dipende. Per certi versi, essere una “mosca bianca” mi permetteva di essere notata e ricordata più facilmente; d’altra parte, capitava di dover sopportare le battute maschiliste di chi pensava che una donna ci capisse poco o nulla di sport. Scrivere un libro è stato anche un modo per prendermi una piccola rivincita, visto che nessuno chiedeva mail il mio parere sul Giro d’Italia.

Qual è la stranezza che hai trovato in questo mondo?
Sicuramente la colazione, perché il vero pasto dei ciclisti è quello della mattina, quando tre ore prima della partenza mangiano pasta e prosciutto crudo insieme a pane e marmellata. Diciamo che loro rispettano solamente in parte l’antico proverbio “Al mattino mangia come un re, a pranzo come un principe, la sera come un povero”, perché il pranzo si limita a barrette di cereali, zuccheri o integratori.

Nessun vegetariano?
Al Giro d’Italia del 2000, la formazione inglese Linda McCartney Racing Team – fondata da Paul McCartney in memoria della moglie – aveva stabilito come regola contrattuale per i ciclisti la dieta vegetariana. Li seguiva un cuoco macrobiotico.

Con questa passione nel sangue, sei una ciclista anche tu?
Da bambina era impossibile vedermi senza la mia bicicletta. Poi, nel 1989, mio nonno me ne ha regalata una che ho usato fino a due anni fa, anche con neve, pioggia o vento. Era il mio mezzo per spostarmi in città, che mi ha seguita dalla Francia all’Italia, fino a quando mi è stata rubata e non l’ho mai sostituita per una questione affettiva.

Adesso sei mamma di due bellissimi bambini: immagino che la tua vita sia diventata più stabile…
Necessariamente, anche se nel 2010 ho ancora seguito il Giro del Trentino all’ottavo mese della mia prima gravidanza. Uno degli aspetti che mi manca maggiormente e che ho amato di più è proprio il viaggio che accompagna il ciclismo, fra paesaggi meravigliosi, tradizioni sempre diverse e persone pronte ad accoglierti. Ricordo ancora una signora di Agordo, che ha iniziato a parlare con me, raccontandomi che ogni volta in cui passava il Giro da quelle parti arrivava la pioggia. E poi ricordo le passeggiate serali, le ore a disposizione per visitare le città, la valigia sempre pronta. Sì, per molti anni ho seguito uno sport che io definisco un misto di budino alla fragola, torta ai frutti di bosco, bambini che giocano sulla spiaggia e giostre multicolori. Sono queste le vere radici del ciclismo, una favola che ha i colori sorridenti dell’arcobaleno… e dove “la vie” può essere davvero “en rose”.

Paola Rinaldi

I crediti fotografici sono di Myriam Nordemann, Antonio Pisoni e Makoto Ayano

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