Tra culture, sapori e musica

Ha fatto trekking sull’Himalaya, ha ammirato l’alba dal tempio di Borobudur, ha bevuto sakè con i giapponesi, ha masticato noci di Betel, ha liberato lanterne rosse nel cielo di Taiwan e ha festeggiato un Capodanno con dodici vietnamiti. Milanese, classe 1975, Marco Eclettico è un viaggiatore con la tripla V, perché nei suoi giri intorno al mondo ha vagabondato, visto, vissuto. Le sue avventure iniziano sempre allo stesso modo: zaino in spalla, biglietto aereo in mano, macchina fotografica e taccuino per gli appunti al seguito. Il resto viene strada facendo. Nel suo blog www.marcoeclettico.com, sono raccolti mille ricordi tra cui prendono forma i monti del Pamir, le sabbie del Sahara, le empanadas consumate mentre Santiago del Cile veniva allagata dalle piogge torrenziali. “Avrei potuto rinunciare a tutto questo, ma per cosa? Per guidare un’Audi nuova invece che una Lupo usata? Per preoccuparmi di polizze furto, incendio e atti vandalici? Per farmi bello con vicini che non conosco e colleghi che non frequento? No, posso pensare a mille giustificazioni, ma nessuna che mi possa minimamente convincere. Anzi, al solo pensarci ho deciso: non sostituisco il faro rotto, ma ho già un nuovo biglietto aereo in mano”.

Sembra che la tua filosofia non sia aprire una guida turistica e andare a vedere le classiche mete consigliate, ma cercare il sapore autentico di un territorio. È corretto?
Sì, anche se una cosa non esclude l’altra. Non si può andare in Cambogia senza vedere i templi di Angkor, per esempio, ma ovviamente ciascuno deve trovare la propria dimensione personale, una sfumatura individuale che colora ogni esperienza. Nel mio caso, viaggiare mi fa sentire libero e mi cambia la testa, nel senso che modifica il mio modo di ragionare e vivere i problemi.

Racconti i tuoi viaggi nel blog. Come è nata l’idea di mettere nero su bianco le tue impressioni in giro per il mondo?
Ho voluto rendere pubbliche le mie esperienze sia per condividerle con gli altri, sia per tentare di trasformare il viaggio in un’opportunità professionale vera e propria. Anziché tenerle chiuse nel mio cassetto, ho messo on-line le mie avventure nella speranza di poter aprire qualche porta: sono arrivati così l’invito a una fiera di viaggiatori, una serie di interviste e l’idea di un libro che adesso spero di pubblicare.

Un libro di viaggio?
Di uno in particolare, quello che ho compiuto fra Tajikistan e Kirghizistan, scelto perché si tratta di una delle zone del mondo più strane che io abbia mai visitato e che mi ha dato modo di raccontare una lunga serie di aneddoti e storie suggestive. Si tratta di un territorio aspro, difficile da attraversare e da vivere, in ogni senso.

Nella tua presentazione si legge: “Sono stato in mezzo a cristiani, musulmani, buddisti, induisti, animisti”. È difficile rapportarsi con culture, tradizioni e religioni diverse?
Per assurdo, sono stato trattato con più delicatezza e attenzione dalle culture opposte alla nostra. Moltissime religioni mettono al loro centro l’ospitalità verso lo straniero e le persone di altra fede, che devono essere trattati con rispetto e uguaglianza. Il Corano chiede ai musulmani di accogliere e proteggere gli ospiti, così come nel buddhismo il concetto di “karuna” richiama la tolleranza, la non discriminazione, l’inclusione. Probabilmente, la vera differenza è fatta dall’economia: nei Paesi poveri, la gente non teme per i suoi averi e di conseguenza condivide più facilmente con chi viaggia il poco che possiede.

Quali sono i Paesi in cui ti sei sentito più accolto?
Il Pakistan e la Turchia. La meraviglia del viaggio è proprio la sua capacità di stravolgere tutte le tue certezze, perché ti ritrovi a cambiare idea su cose che avevi sentito in televisione o di cui avevi letto sul giornale. I popoli di cui ti eri fatto un’idea negativa possono diventare i più ospitali o viceversa. Ad esempio, immaginavo i giapponesi molto timidi e riservati, mentre ho bevuto sakè e sochu con loro fino alle quattro del mattino.

L’avventura più strana che ti è capitata?
Quest’estate, sono stato morso da una scimmia in Tanzania. Un incontro ravvicinato che non scorderò molto facilmente e che non avevo assolutamente messo in preventivo.

Molte persone non viaggiano da sole perché non parlano le lingue straniere. Per te è mai stato un problema?
Io conosco bene l’inglese, ma sono stato in Paesi dove non ne parlavano una sola parola. A quel punto, ho preso carta e penna: disegnando, la comunicazione è sempre possibile.

Qual è il mezzo migliore per viaggiare?
Dipende dal Paese. Personalmente, mi è capitato di spostarmi in autobus, in macchina, in jeep, su treni, motorini, tuk-tuk, a bordo di traghetti e canoe, in sella a biciclette e a cammelli, in autostop o a piedi. Se vuoi compiere un percorso naturalistico puoi noleggiare una macchina per raggiungere luoghi che altrimenti sarebbero inaccessibili, mentre se vuoi stare in mezzo alla gente è preferibile un mezzo pubblico.

C’è un Paese di cui ti sei innamorato a tal punto che potresti anche trasferirti e smettere di viaggiare?
Per qualche tempo ho valutato il Giappone, dove sono stato tre volte in un anno. Mi affascina soprattutto la gente, molto cordiale, garbata e all’avanguardia.

Sei “eclettico” di nome e di fatto, visto che sei appassionato anche di musica e fotografia…
Marco Eclettico è il nome d’arte che utilizzo sul web, perché sono geloso della mia identità e desidero tenerla riservata soprattutto per motivi professionali. In ogni caso, sì. Mi piace la musica e la pratico. Dai miei diversi viaggi nelle lande verdi dell’Irlanda, dopo innumerevoli serate nei pub, è nato un progetto folk. Ricordo ancora l’incontro con un rinomato violinista quasi ottantenne e del suo amico fisarmonicista ottantacinquenne, insieme all’indimenticabile “session” con loro nel pub in un piccolo paesino sperduto nella campagna intorno a Cork.

E le foto?
Per diversi anni, ho viaggiato senza farne nemmeno una. Poi ho cambiato idea e, poco per volta, la macchina fotografica è diventata un oggetto essenziale nella mia valigia. Detto questo, le mie foto non vogliono essere una cronaca del viaggio, ma catturano particolari che mi hanno incuriosito e che spero possano essere d’ispirazione per chi deciderà di andare di persona a scoprire quei luoghi.

A tuo parere, il vero viaggiatore ha un animo inquieto e quindi non riesce mai a stare fermo… oppure al contrario è lo specchio della calma, perché sa trovare il suo spazio in punta di piedi nei territori che attraversa?
Può essere entrambe le cose, dipende dallo stimolo che lo accende e lo convince a viaggiare. Personalmente non mi sento né calmo né irrequieto; semplicemente, ho maturato la voglia di visitare il mondo. Da piccolo, lo vedevo nei documentari, adesso ho la fortuna di poterlo andare a scoprire davvero. In viaggio, si ha l’impressione di “vivere di più”, come se il tempo si dilatasse: tutto appare nuovo ai nostri occhi rispetto ai soliti percorsi (casa, ufficio, amici) e lo stesso arco temporale ci sembra intenso almeno il doppio. Con lo zaino in spalla, le emozioni sono infinite.

Paola Rinaldi

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