Io, wwworker in cammino

Da dipendente pubblico a guida escursionistica. Luca Gianotti è un esempio di wwworkers, cioè uno di quei lavoratori che hanno scelto di “fare rete” e abbracciare le nuove tecnologie per raggiungere nuovi clienti. Il loro primo meeting si svolgerà a Bologna, mercoledì 8 e giovedì 9 maggio (www.wwworkers.it), quando si terranno seminari, workshop e bar-camp con le storie di successo: non sarà una semplice vetrina, ma un’occasione di crescita professionale e formazione per dimostrare l’enorme potenziale rappresentato dal digitale come occasione per trovare, inventare o consolidare un lavoro. Luca era funzionario di un comune in provincia di Reggio Emilia prima di diventare guida escursionistica, accompagnatore di media montagna e fondatore di www.compagniadeicammini.it e www.lucagianotti.it.

Quando hai iniziato il tuo percorso da wwworker?
Nel 1993. Dopo la laurea in filosofia, avevo vinto un concorso nel settore della pubblica amministrazione ed ero stato assunto come addetto ai beni culturali dal comune di Scandiano, in provincia di Reggio Emilia. Seduto alla scrivania, mi rendevo sempre più conto di quanto fossero importanti per me l’ambiente, il camminare e il legame autentico con la natura, per cui ho iniziato a riflettere su come essere “auto-imprenditoriale” e mettere in piedi una piccola attività in quel settore. All’epoca, nemmeno troppo distante nel tempo, la promozione passava attraverso volantini e ciclostilati, fino a quando si è diffuso l’utilizzo di Internet permettendo una diffusione su ampia scala.

È stato un salto di qualità?
Assolutamente sì, perché la grande rete ha concesso una vetrina a tutti, anche a chi non aveva a disposizione grossi mezzi economici. Dedicando una fetta del proprio tempo e della propria energia alla comunicazione, le nuove tecnologie consentono di raggiungere il pubblico e dialogare con una vasta community di appassionati

Perché hai scelto il cammino?
Camminare è salvifico, terapeutico, capace di migliorare la qualità della vita. Personalmente, mi sono accorto fin da giovanissimo di avere una capacità speciale di “trovarmi in mezzo” alla natura, grazie a una spiccata dote di orientamento. Se gli strumenti moderni come mappe, Gps o bussole hanno gradualmente diminuito la nostra naturale capacità di muoverci sul territorio, io ho sempre sentito naturalezza nei miei spostamenti. Stare in mezzo alla natura mi fa sentire così bene che, ad un certo punto, è stato automatico domandarmi come poterlo trasformare in un lavoro.

Cosa caratterizza il tuo stile di guida?
I miei viaggi durano almeno sette giorni, perché questo è il tempo necessario per consentire una completa e disintossicante immersione nell’ambiente. Il mio obiettivo non è quello di “far vedere” dei luoghi, ma “far vivere” l’esperienza, l’emozione e la sensazione profonda del ritrovare l’abbraccio della natura. Questo implica un discorso molto ampio, che include l’alimentazione sana, il ricorso ai soli rimedi naturali durante il cammino, la riflessione sul significato del procedere a passo lento. Una volta diventati camminatori, lo si rimane per sempre: quando scopriamo la dimensione di essenzialità, la meraviglia della lentezza o dell’accontentarsi delle cose semplici, questi valori rimangono fermi anche nella vita frenetica a cui torniamo.

È questo il Deep Walking che proponete?
La filosofia è la stessa, perché in tutti i miei viaggi metto la stessa attenzione verso la natura e il binomio corpo-spirito, ma nel Deep Walking (www.deepwalking.org) si aggiungono esercizi di meditazione-camminata, di circa un’ora al giorno: si tratta di momenti di cammino fatti in silenzio, con l’attenzione puntata sulla respirazione, sul corpo, sulla consapevolezza del gesto del camminare. In fondo, camminare è viaggiare a ritmi naturali e antichi, come viandanti, come pellegrini; camminare è decrescere; camminare è cercare il proprio lato selvatico, la propria consapevolezza.

Esiste un posto giusto per camminare?
Credo che il territorio mediterraneo sia particolarmente carico di energia positiva: alcune zone della Sardegna, l’isola di Creta o la Corsica offrono la straordinaria possibilità di unire il mare alle montagne selvatiche, poco addomesticate.

Chi parte con voi?
Sia persone alla prima esperienza di trekking sia camminatori esperti. Esistono vari livelli di difficoltà e diversi livelli di comfort, dall’agriturismo biologico all’albergo, dal rifugio al bivacco, dalla tenda al dormire sotto le stelle. Come in tutto, è importante procedere per gradi, aumentando progressivamente il livello di difficoltà, che spesso è più psicologica che fisica: ad esempio, non tutti sono disposti a dormire all’aperto, perché temono gli insetti, gli animali, il freddo, la scomodità o la mancanza di igiene.

Insomma, nessuna esperienza estrema senza la giusta preparazione…
Credo che la ricerca dell’estremo sia uno dei miti creati dalla società moderna, abituata a muoversi sempre velocemente e a dimostrare continuamente la propria forza. Se il confronto con i nostri limiti può accrescere l’autostima, noi proponiamo un approccio graduale e la scoperta dei nostri blocchi mentali, per primi. Spesso la vera sfida non è arrivare in fretta alla montagna, ma arrivarci più lentamente o sapersi fermare.

Oggi puoi dire di essere felice?
La gratificazione più grande è vedere la trasformazione delle persone che si mettono in cammino con noi, l’espressione che si rasserena, il sorriso e il benessere ritrovati.

Quanti viaggi fai ogni anno?
Nel 2013, la Compagnia dei Cammini propone 110 viaggi, per i quali ogni guida mette a disposizione il proprio stile. Personalmente, ne conduco una decina e partecipo ad alcune sessioni di Deep Walking. Nel frattempo, curo diverse attività sempre legate al tema del viaggio: dopo il mio libro L’arte del camminare (Ediciclo Editore), ne sto preparando un altro e, insieme, sto scrivendo la sceneggiatura di uno spettacolo teatrale-musicale dedicato al cammino.

Lavoro a parte, viaggi anche per te stesso?
Sì, con la mia compagna Fabiana e nostro figlio Giacomo di tre anni e mezzo. Le nostre vacanze sono sempre “camminate” e ci consentono ogni volta di conoscere meglio il mondo.

E il bagaglio giusto? Come si prepara?
Tutte le persone che camminano a piedi scoprono in fretta quanto poco occorra e, viaggio dopo viaggio, alleggeriscono il loro zaino. Questo permette anche una rilettura di quello che possediamo, del superfluo che spesso accumuliamo in una società sempre più consumistica. Non a caso, in percorsi molto battuti come il cammino di Santiago de Compostela, nei centri di accoglienza per i pellegrini esistono zone in cui lasciare le proprie cose “di troppo” o scambiarle con altre. Se il viaggio è organizzato con tappe serali in strutture di appoggio, serve davvero poco: qualche ricambio di abbigliamento, il necessario per l’igiene personale e un paio di ciabatte per la sera, quando si tolgono gli scarponi. Le esperienze più “selvagge” invece richiedono anche un sacco a pelo, ma in compenso offrono una straordinaria libertà, perché si possono stabilire i propri orari senza alcuna rigidità.

Paola Rinaldi

 

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