Amo la Terra e la racconto a colori

Luca Bracali

138 paesi visitati, 8 libri scritti e 8 premi ricevuti in concorsi internazionali. Il fotografo, documentarista e regista RAI Luca Bracali è un entusiasta, una di quelle “anime belle” che incontri e ti fa subito domandare perché non riesci a guardare il mondo esattamente come lui, in tutto il suo incanto e non solo nelle problematicità. L’amore per il viaggio lo ha portato a girare in lungo e in largo per il pianeta, raccogliendo scatti esposti poi in musei e gallerie di Roma, Sofia, Kiev, Copenaghen, Montreal e New York. Ora, da qualche anno, condivide le sue avventure con chiunque voglia seguirlo in workshop itineranti, dove è possibile immergersi nella cultura della Birmania, perdersi tra le nevi della Norvegia o fare trekking estremo in Buthan, tanto per fare qualche esempio. Ovviamente, sempre pronti a scattare e cogliere l’attimo che fugge.

Viaggiare significa scoperta: qual è la differenza tra il fotografare il “nuovo” e un luogo che invece ti appartiene o conosci da sempre?
Si tratta di due mondi completamente differenti. Il mio primo libro si intitolava “Storia illustrata di Pistoia” e rappresentava un omaggio alla mia città, dove sono nato e cresciuto. Comporlo è stata una magnifica esperienza, ma del tutto diversa da quelle che ho affrontato negli anni successivi, quando ho viaggiato per il mondo. Per certi versi, la fotografia “funziona” meglio nei luoghi che non conosci, perché sei impreparato e non hai filtri mentali. È un po’ come quando rivedi un amico dopo tanti anni e, d’impatto, lo trovi invecchiato o cambiato: è la prima impressione quella che conta, perché dopo pochi minuti l’effetto è svanito e non riesci più ad essere obiettivo.

Luca Bracali

Questa regola vale anche per i luoghi?
Sì, perché di fronte all’ignoto sei sbalordito, affascinato, attratto e riesci a filtrare ogni cosa attraverso la tua anima, senza altri condizionamenti. A quel punto, la curiosità ti incoraggia a cercare scorci inusuali e a frugare fra le varie grinze della società o del paesaggio.
Detto ciò, anche tornare negli stessi luoghi ha il suo fascino: ad esempio, mi è capitato di visitare sei volte l’Islanda e mi sono accorto che dei medesimi posti si può avere una percezione totalmente diversa. Dal punto di vista fotografico nasce una sfida, perché devi fare e cogliere qualcosa di differente rispetto a prima: c’è sempre un altro punto di vista con cui osservare il mondo, che spesso dipende dalla luce, dalla stagione, dalle condizioni meteo o dal tuo stesso stato d’animo.

Di recente, tu cosa hai scoperto di nuovo?
La fotografia con il drone. Nella vita, mi è capitato di volare con qualsiasi cosa: aerei, deltaplani, ultraleggeri, idrovolanti, elicotteri. Il fatto è che non si può avere a disposizione un mezzo “volante” ovunque ci si trova e il drone rappresenta il giusto compromesso, una vera rivoluzione, che consente di avere prospettive nuove e affascinanti restando a terra.

Luca Bracali

Cosa rende una serie di fotografie un reportage e non semplici “ricordi di una vacanza”?
In testa bisogna avere una storia e un progetto: non si può raccontare un intero Paese, ma bisogna sceglierne un aspetto, una caratteristica, una peculiarità.
Due settimane fa, ad esempio, in Mongolia mi sono concentrato sui cacciatori con le aquile, ma ogni zona del mondo ha singolarità di cui parlare: può essere un tessuto, un prodotto tipico, un popolo o una tradizione millenaria. Ci si deve concentrare su quell’aspetto e lasciare fuori tutto il resto.

Una volta scelto il soggetto, qual è l’aspetto tecnico a cui prestare maggiore attenzione?
La scelta della luce. Non a caso, io non ho un fotografo di riferimento e ispirazione, ma ho studiato pittura: fra gli artisti che ho maggiormente approfondito ci sono il fiammingo Jan van Eyck e il nostro Caravaggio, perché di entrambi mi ha sempre affascinato l’uso della luce, che anche in fotografia va catturata nella sua fugacità e bellezza.

Luca Bracali

Sei amante del fotoritocco o preferisci raccontare la verità?
Soprattutto sui social network, viviamo in un’epoca che ama le fotografie perfette dal punto di vista tecnico, edulcorate, dove cielo e mare appaiono sempre pettinati, in cui la realtà viene storpiata per apparire priva di imperfezioni. Io preferisco la verità.

Come si riesce a trasmettere un messaggio usando la fotografia?
Rispettando alcune regole di composizione, che tutti possono imparare. La più nota è la cosiddetta “regola dei terzi”, che in sostanza consiste nel dividere idealmente il fotogramma in terzi verticali e orizzontali per individuare dei punti fissi all’interno dell’immagine dove preferibilmente bisogna posizionare i soggetti principali della foto, che non devono mai apparire al centro. Bisogna poi dare profondità all’immagine giocando sulla luce oppure con il “quinto elemento”, ovvero un elemento magari sfocato che aiuta a convogliare lo sguardo là dove vogliamo. Oppure, ancora, si può adottare la tecnica del panning, che permette di mostrare un soggetto in movimento ben definito, mentre lo sfondo è mosso. Insomma, per trasmettere un messaggio, è fondamentale adottare tutte quelle regole che possono metterlo in risalto e renderlo eterno.

Luca Bracali

Tutto questo lo insegni all’interno dei tuoi workshop?
Sì, dal 2001 avevo il desiderio di creare una scuola di fotografia itinerante e sono riuscito a metterla in pratica con una serie di viaggi che consentono di visitare luoghi dal forte impatto naturalistico e storico per imparare a “catturarli” in immagine. Ogni sera, i partecipanti devono propormi cinque fotografie per mostrarmi la storia che hanno scelto, in modo da imparare a ragionare in quella direzione e fare esperienza di editing: fra loro si crea una competizione positiva, che diverte e fa crescere giorno dopo giorno.

Bisogna avere un minimo di dimestichezza fotografica per partecipare?
Assolutamente no, anzi. Io preferisco lavorare con le persone inesperte, che non hanno retaggi da modificare o abitudini da disapprendere. È più facile insegnare a chi parte da zero ed è una “lavagna bianca” rispetto a chi sa già qualcosa e deve cambiare ottica.
Ho avuto allievi dai 17 ai 79 anni, molto spesso donne, perché negli ultimi anni c’è un forte interesse femminile verso la fotografia.

Viaggio o fotografia: qual è la forza trainante che ti spinge a girare il mondo?
Io nasco come viaggiatore e la fotografia è lo strumento di espressione che uso per raccontare luoghi, emozioni, sensazioni. L’ho scelta perché si tratta del linguaggio più universale al mondo, ancora più della musica, che può essere coinvolgente ma anche difficile da interpretare. Un’immagine invece è lì, tutti possono vederla e trarne un’emozione.

Luca Bracali

Come scegli i punti di maggiore interesse in una terra che non conosci?
I soggetti che prediligo sono il paesaggio, i popoli e gli animali. Per me è essenziale la Terra, quella che abbiamo ereditato dai nostri padri e che con tutta probabilità non riusciremo a restituire ai nostri figli a causa dell’inquinamento e dei tanti scempi di cui ci siamo macchiati. Sono poi attratto dalle popolazioni più antiche, quelle di cui perderemo le tracce e sono custodi di antiche tradizioni, mentre sono innamorato degli animali, in particolare dei grandi felini, degli orsi polari e delle aquile.

Un messaggio sociale.
Esatto. Non a caso, sono uno dei sette autori – fra cui Melissa Farlow e Timothy Allen – che esporranno una personale in occasione del Siena International Photography Awards (Sipa Contest), che si svolgerà a Siena dal 29 ottobre. In quell’occasione, porterò la mostra “Pianeta Terra. Un mondo da salvare” presso l’Istituto d’Arte Duccio Buoninsegna, perché voglio dialogare con i più giovani.
Si tratta di immagini raccolte attraverso tutti i continenti, spaziando fra paesaggi esotici, vette innevate, aurore boreali e distese infinite di ghiaccio, la cui bellezza fa riflettere sulla salvaguardia del pianeta e del suo fragile ecosistema attraverso un consumo responsabile e sostenibile delle risorse.

Luca Bracali

C’è qualcosa che al contrario non fotograferesti mai?
Le brutture, le immagini negative. Qualche anno fa, ho scritto un libro intitolato “I colori del viaggio”, che mostra come il mondo sia un incredibile caleidoscopio di emozioni, odori, sapori, rumori e colori, appunto: arancio come il sole che si specchia sull’Okavango, blu come il ghiaccio dell’Antartide, giallo come quello riflesso nei muscoli tesi di un giaguaro prima dell’attacco, rosso come le vesti delle donne da un capo all’altro dell’Oriente, verde come le piantagioni del the in India, viola come l’eleganza del fenicottero.
A mio parere, il colore è fonte di benessere. Lo dimostra la cromoterapia. Anche viaggiare ti fa stare bene, può essere terapeutico e, per questo, strada facendo bisogna fotografare solamente ciò che è bello, per poterlo poi riguardare e rivivere la magia.

Dunque, anche la fotografia è fonte di benessere…
Certamente. Una foto deve passare prima attraverso gli occhi, poi nel cervello, per raggiungere infine il cuore e l’anima. Solo quando riesce a compiere questo percorso diventa un grande e memorabile scatto.

Paola Rinaldi

Luca Bracaliwww.lucabracali.it