In moto come Willy Fog

Foto ® Roberto Piolini

Se Jules Verne li avesse conosciuti, si sarebbe ispirato a loro per creare il suo Phileas Fogg. Lorenzo Piolini e Alberto Porro, due giovani centauri milanesi di 23 anni, hanno compiuto un giro del mondo in ottanta giorni a bordo della loro moto. Spremendo il pianeta come un limone, hanno assaporato un concentrato di paesaggi, gente, culture, usi e tradizioni, rombando dall’Europa al Giappone, fino agli U.S.A. e ritorno. Battezzata “Project 80”, l’idea frullava da tempo nella testa di Lorenzo (www.lorenzopiolini.it), studente universitario di design e grande amante delle sfide, che è riuscito a contagiare di entusiasmo il suo amico Alberto fino a strappargli un “Okay, partiamo insieme”.

Lorenzo, fare il giro del mondo era un sogno che cullavi sin da piccolo…
Sì, ho sempre avuto il pallino di andare oltre le strade e i confini che mi circondavano e, da bambino, sognavo di tirare sempre dritto fino a percorrere l’intera circonferenza del pianeta e ritrovarmi al punto di partenza. All’inizio non immaginavo di farlo in moto, perché ad allettarmi era soprattutto l’idea di viaggiare con lo zaino in spalla e tuffarmi nel mondo alla scoperta dei luoghi. Probabilmente, ho ereditato questa passione dai miei genitori, a loro volta viaggiatori, che mi hanno sempre portato a spasso per il pianeta, almeno da quando ho tre anni.

Foto ® Lorenzo Piolini

Quando si è aggiunta la moto?
L’interesse per i motori è nato gradualmente, intorno ai dodici anni. Quando ho realizzato che la moto rappresentava l’altra grande passione della mia vita, insieme ai viaggi, ho pensato di unire le due cose e tre anni fa ho iniziato a girovagare in sella. Il primo viaggio è stato quello in Cambogia e Vietnam, dove ho trovato tutto quello che cercavo da un’esperienza del genere. La moto ti permette di vivere tutto in un’ottica unica e diversa rispetto a qualsiasi altro mezzo di trasporto: se andare in macchina è come guardare la tv, perché le immagini scorrono nella cornice del finestrino e tu sei un semplice spettatore, in sella ti ritrovi direttamente dentro la scena. L’asfalto scorre a dieci centimetri dai tuoi piedi, senti l’odore di un fuoco acceso o magari un suono a cui non sei abituato. Soprattutto in Asia e nelle terre lontane dalla nostra quotidianità, anche i rumori e i profumi sono importanti e ti rimangono impressi nella mente come un ricordo indelebile.

Foto ® Lorenzo Piolini

Avevi solo vent’anni e poca esperienza: come hai organizzato quel viaggio in Vietnam?
Prima di partire, avevo contattato via e-mail i gestori di un negozio di moto per chiedere la possibilità di avere a disposizione un mezzo per muovermi al mio arrivo. Con circa 300 euro ho noleggiato una moto (forse non la più accessoriata e adeguata del mondo…) per tre settimane.

Poi ci hai preso gusto e sei ripartito ancora…
Nel 2012, con il mio amico Alberto, lo stesso che poi mi ha accompagnato nel giro del mondo dello scorso anno, siamo stati quindici giorni in Nepal dove abbiano noleggiato due moto enduro 150 cc taiwanesi a Pokhara. Grazie a un ragazzo conosciuto sul posto, Sureck (Screck per gli amici), abbiamo vissuto un’esperienza assolutamente diversa dal classico turismo: siamo stati dai suoi nonni, in un minuscolo e sperduto villaggio a circa 270 chilometri dalla prima strada asfaltata. Arrivati a notte fonda, siamo stati accolti con tutti gli onori di casa, visto che è stato ucciso uno dei pochi polli in nostro onore. In un clima quasi surreale di pace e tranquillità, ci siamo ritrovati immersi nella vita rurale: c’era chi spennava il pollo, chi ne estraeva le interiora, chi accendeva il fuoco…

Foto ® Lorenzo Piolini

Fino a quando da Kathmandu avete preso un aereo per Delhi.
Esatto. Dopo il Nepal, siamo volati in India e qui abbiamo acquistato le moto da due turisti israeliani che stavano per rimpatriare e le hanno cedute a un prezzo interessante. Il nostro obiettivo era percorrere la mitica rotta Manali-Leh, un’impresa meravigliosa ed epica allo stesso tempo perché – soprattutto sull’Himalaya – le strade sono cedevoli, fangose e poco agevoli. In compenso, il paesaggio è mozzafiato e i colori davvero incredibili. Durante il percorso e tutte le vicissitudini, abbiamo assaggiato la vera cultura indiana e siamo stati inghiottiti in un clima di rilassatezza e meditazione a cui noi occidentali non siamo più abituati. L’India è stata una nuova conferma della mia passione per il viaggio e così, appena rientrato, mi sono subito messo al lavoro per organizzare il giro del mondo.

Quanto tempo hai impiegato?
A grandi linee, da ottobre 2012 fino a luglio dello scorso anno. Siccome viaggi come questo richiedono comunque un discreto budget a disposizione, ho pensato che riproporre la sfida ottocentesca del giro del mondo in ottanta giorni potesse sollevare interesse e attirare qualche sponsor. Così sono partite le ricerche su Internet…

Foto ® Lorenzo Piolini

Mentre pianificavi tutto, in testa avevi un’impresa sportiva con la tua moto oppure un’esperienza di vita a contatto con le culture del mondo?
Ovviamente partire in moto per un’avventura come questa richiede una forte passione per il mezzo che ti accompagnerà, ma il nostro vero scopo era il viaggio. Dal 23 luglio al 10 ottobre, abbiamo percorso 26 mila chilometri con una media giornaliera difficile da calcolare, perché in zone come l’Europa dell’Est o la Siberia riuscivamo a coprirne anche ottocento o mille, mentre in Kazakistan ci è capitato di non superare i 150 chilometri al giorno. Tutto variava in base alle condizioni delle strade.

Il fazzoletto di mondo che ti ha colpito di più?
La Mongolia, anche se sono innamorato di tutta l’Asia. Quello che mi ha colpito è soprattutto l’aspetto spirituale: da sempre, loro lavorano su questo sviluppo anziché su quello tecnologico o economico. La loro vita è più interiore che esteriore e questo si riflette in ogni aspetto: basti pensare che nel tratto dal Kazakistan in poi, siamo stati ospitati per la notte e i pasti almeno per la metà dei giorni. L’accoglienza è molto più genuina, forse perché in un contesto dove la vita è così difficile vengono privilegiati i rapporti umani e l’aiuto vicendevole.

Foto ® Lorenzo Piolini

Un aspetto che forse noi abbiamo perduto…
Sì. A Vladivostok, mi è capitato di incontrare un ragazzo polacco che stava compiendo il giro del mondo in autostop e mi ha raccontato che gli unici soldi spesi erano quelli in Italia, dove era stato costretto a prendere il treno perché nessuno si era fermato. La grande lezione che ho riportato a casa da questo viaggio è che, nel mondo, chi non ha nulla divide a metà il poco che ha, mentre chi possiede tanto è quasi sempre inavvicinabile.

Sul tuo sito, prima di partire, avevi scritto una simpatica ricetta per un giro del mondo in ottanta giorni, che andava dalla pianificazione dell’itinerario a un pizzico di follia: adesso che sei tornato, qual è l’ingrediente più importante di tutti?
Quello che non avevo scritto: l’energia positiva. Strada facendo, ho avuto la sensazione che sia stata la nostra positività ad aprire le porte giuste, a permetterci di superare i problemi e di realizzare gli incontri casuali che poi ci hanno fatto vivere situazioni incredibili.

Foto ® Lorenzo Piolini

Essere italiano ti ha aiutato oppure no?
Enormemente. Devo ammettere che sono partito un po’ sfiduciato nel mio Paese, con l’intento di vedere quali possibilità esistessero nel resto del mondo, e sono tornato pieno di orgoglio verso la mia terra. Ogni volta che dicevo a qualcuno di essere italiano, era una vera festa. Addirittura, alla frontiera tra Georgia e Russia, la nostra provenienza ci ha permesso di superare in pochi minuti un posto di blocco dove tutti gli altri venivano controllati per ore. Un’esperienza incredibile. Probabilmente, se non fossimo stati italiani, in molte occasioni avremmo avuto molte più difficoltà e avremmo riscosso meno simpatia. La nazionalità è stato il nostro passepartout!

Frequenti l’Istituto Europeo di Design di Milano: hai una “deformazione professionale” che ti fa vivere il viaggio in una certa ottica?
Sicuramente ho il pallino delle impalcature, che nel mondo si trovano in bamboo e in altre centinaia di tipologie, però quello che sto progettando sul serio è organizzare un viaggio dove fare design di innovazione là dove questo potrebbe cambiare la vita delle persone. Non so ancora bene cosa farò: potrebbe essere la costruzione di un acquedotto o qualsiasi altra cosa. Per adesso, l’idea è prendermi un anno sabbatico dopo la tesi e partire da Ushuaia per arrivare all’Alaska, mettendo in pratica i miei studi.

Foto ® Lorenzo Piolini

Dover contenere tutto entro ottanta giorni, non è stato un limite?
Ho pensato che lo fosse fino a poco tempo fa, ma adesso ti rispondo “no” perché un’impresa come questa permette qualcosa di molto raro, cioè avere una visuale completa di tutte le culture, di tutte le tradizioni, di tutti i modi di affrontare la giornata o di svegliarsi la mattina … in un unico spazio temporale. Quando lo si vive, quegli ottanta giorni sembrano un’eternità, perché condensano le esperienze che altre persone non affrontano in tutta la vita. Considero questo viaggio la mia guida per il futuro, fatta di minuti intensi vissuti qua e là, di brevi e fugaci incontri che mi hanno insegnato cos’è davvero il mondo.

Paola Rinaldi

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