Il pianeta in due scarpe

Il Barcellona-Milano è stato l’ultimo bus, quello che ha riportato Juri Scandolara nella sua Dervio, sulla sponda orientale del Lago di Como, dopo 563 giorni di marcia tra i cinque continenti. Alle sue spalle ci sono sessantamila chilometri su strada e trentamila per mari e oceani, oltre centocinquanta ostelli e altrettanti autobus, treni, auto e navi. Juri era partito il 9 aprile 2012 per intraprendere un giro del mondo senza aerei, viaggiando solamente su strada, ferrovia e mare. Sotto i suoi piedi, sono passati asfalto e terra di Paesi lontani soprattutto dal punto di vista culturale: Bosnia, Turchia, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Cina, India, Nepal, Tibet, Laos, Thailandia, Malesia, Indonesia, Australia, Colombia, Equador, Perù, Bolivia, Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Senegal, Mali, Mauritania, Marocco, Spagna. Un anello grande quanto il pianeta che si è chiuso lo scorso 24 ottobre, quando Juri è tornato a casa e ha scritto la parola “(lieto) fine” al suo progetto Sloway (www.sloway.it).

Juri, è più difficile tornare o partire?
Entrambe le cose richiedono impegno. Quando rientri da un viaggio come il mio, dove eri abituato a cambiare ogni giorno prospettiva e conoscenze, devi imparare nuovamente a inserirti nel solito tran-tran. Quando parti, invece, devi trovare il coraggio di comprare il primo biglietto, perché è in quel momento che i tuoi progetti diventano reali e capisci di fare sul serio. In un tragitto di quasi centomila chilometri, dove puoi contare solamente su te stesso, è normale incontrare imprevisti, ma nessuna montagna è davvero insormontabile.

Questo viaggio è arrivato dopo anni di avventure indipendenti e disorganizzate…
Sì, avevo già visitato l’America, l’Africa, l’Europa e l’Asia, ma cullavo da tempo il sogno di accantonare per un anno il lavoro e partire per un giro del mondo. A dirla tutta, anche questa è stata un’avventura disorganizzata, perché l’unica cosa che ho prenotato sono stati i passaggi in nave. Eccetto il tragitto dal Sud America all’Africa, dove le opportunità di partenza si presentano ogni dieci o quindici giorni, in altri punti del globo non sono così frequenti, per cui è necessario pianificare l’imbarco.

Per il resto, è stato tutto improvvisato?
Prima di partire, avevo tracciato solamente una linea guida del mio viaggio, scegliendo diciotto località tra cui Sarajevo, Istanbul, Teheran, Samarcanda, Singapore, Darwin, Lima, La Paz, Rio de Janeiro, Marrakech e Madrid. Ad esse ho legato il mio progetto “Gift by the road”: in sostanza, a ogni sindaco o rappresentante della città portavo una lettera e un dono simbolico ricevuti dal sindaco che avevo incontrato nella tappa precedente. L’idea era quella di dimostrare che il mondo è grande, ricco di culture, pensieri e costumi diversi, ma alla fine le persone non sono così distanti come immaginiamo.

Hai sempre trovato disponibilità?
In alcune località, l’approccio è stato più difficoltoso. A Samarcanda, la burocrazia è piuttosto lenta e macchinosa: non è stato facile trovare l’ufficio giusto a cui rivolgermi, né il funzionario che potesse aiutarmi. Anche a Singapore le difficoltà non sono mancate e sono stato costretto a rivolgermi all’Ambasciata italiana per effettuare lo scambio.

Alcuni sostengono che l’aereo consente di prendere delle scorciatoie, ma fa “saltare dei pezzi” di mondo. Per questo hai scelto di non volare?
Girare il mondo con gli aerei è un’impresa alla portata di tutti, che si può fare comodamente in tre o quattro mesi. Io volevo realizzare qualcosa di meno semplice, meno convenzionale: l’idea di partire senza un ritorno stabilito rappresentava già l’abbattimento di un limite, ma a questo ho voluto aggiungere un modo di spostarmi diverso dal più tradizionale. Questo mi ha permesso di avvicinarmi alle persone che incontravo in maniera più naturale, rapida e genuina, anche perché mi servivo regolarmente dei mezzi di trasporto locali per contenere la spesa. Da uno sguardo a una bella chiacchierata il passo è breve.

Questo rapporto umano ti ha permesso di risparmiare sull’alloggio?
Ho ricevuto molte offerte di ospitalità, ma francamente ho sempre scelto di alloggiare in luoghi che mi permettessero di mantenere una completa libertà. Essere ospitati in abitazioni private in qualche modo ti vincola, tanto che non ho mai usufruito del servizio di CouchSurfing a cui mi ero iscritto all’inizio del viaggio. Il contatto con le persone non mi è mai mancato, per strada, sui mezzi pubblici, ai mercati locali, e forse questo ha fatto nascere in me l’esigenza di ritagliare uno spazio solo per me.

Quindi, hai scelto gli ostelli?
Per la maggior parte, sì. Il grosso vantaggio di queste strutture è la possibilità di incontrare persone che stanno compiendo viaggi simili al tuo, ma che magari provengono da direzioni differenti. Gli ostelli sono una fucina di informazioni utili e pratiche che nessuna guida turistica potrebbe mai darti.

Nell’intervista che avevamo realizzato durante il viaggio, ci avevi raccontato del tuo cellulare… regalato al porto di Ancona. Come hai gestito la lontananza dai tuoi affetti?
All’estero è piuttosto facile trovare una connessione Wi-Fi, che io sfruttavo regolarmente per aggiornare il mio sito web ma anche per controllare la posta elettronica. In più, ogni venti giorni circa, telefonavo a casa per assicurarmi che andasse tutto bene. Il cellulare non è mai stata una presenza fissa nei miei viaggi: non puoi essere intento ad ammirare il tramonto ad Ayers Rock, in Australia, e sentire una vibrazione in tasca. Ci sono momenti in cui è necessario staccare completamente la spina e vivere solamente quel singolo istante.

Qual è la lezione più importante che hai ricevuto da questo viaggio?
In Marocco dicono che il viaggio brucia, nel senso che toglie energia ma nello stesso tempo incenerisce tutto il superfluo e tutta la negatività che ti travolgono nel quotidiano. In un certo senso, ti riappropri della lentezza e smetti di essere divorato dalla fretta. Viaggiare per il mondo ti insegna a prendere le cose con una nuova filosofia, più alla giornata, soprattutto dopo aver visto tante persone che oggi hanno un pezzo di pane ma non sanno se potrà averlo anche domani.

Per un’avventura come questa, servono soprattutto curiosità e apertura mentale. Cos’altro ti sei portato in valigia?
L’apertura mentale è indispensabile già prima della partenza e, almeno in parte, si può acquisire leggendo qualche buon libro scritto da viaggiatori che hanno compiuto esperienze simili a quella che si ha per la testa. Dopo di che, bisogna avere la giusta dose di coraggio che permette di chiudere la porta sulla quotidianità per scoprire cosa c’è fuori e tanto spirito di adattamento per accettare tutto quello che verrà.

Come ti sei trovato con le cucine del mondo?
Assaggiare le varie specialità locali è uno degli aspetti più affascinanti del viaggio. Non sono mancate le esperienze “difficili”, come la prima volta che mi sono trovato di fronte a un piatto di cavallette fritte. A parte le riserve mentali, il gusto è molto simile alle alborelle fritte che ho consumato mille volte sul mio lago. L’unico scoglio che non sono riuscito a superare sono stati gli scarafaggi: su quelli, non sono riuscito a cedere!

Una piacevole scoperta?
Il filetto di canguro, che in Australia è molto diffuso ed è una prelibatezza.

Nessun problema, quindi…
L’unico è avvenuto in Pakistan, dove sono stato ricoverato, molto probabilmente dopo aver bevuto dell’acqua non filtrata.

Prima di partire avevi fissato una data di rientro in Italia?
Più che una data, avevo calcolato di viaggiare approssimativamente per un anno o poco più. In realtà, sono stato costretto a una sosta forzata di cinque mesi in Australia, aspettando la nave cargo che mi avrebbe portato in Sud America.

Questa sosta ha rovinato i tuoi piani?
Assolutamente no. Sono arrivato in Australia alle quattro del pomeriggio e due ore dopo avevo già trovato un lavoretto come lavapiatti, pagato venti dollari australiani. Poi, grazie a mio cugino Omar, un altro viaggiatore di famiglia che da qualche anno vive in quel Paese, ho trovato lavoro a Swan Hill, una cittadina lungo il fiume Murray, dove non mancano le mansioni in fattoria nel campo della coltivazione: ho raccolto arance, pesche, uva, mele, pere. Una volta che ti inserisci nell’ingranaggio lavorativo, le occupazioni arrivano a ruota. Sicuramente non è stato facile, anche perché a dicembre ho trovato il pieno dell’estate e le temperature arrivano a 46 gradi nel primo pomeriggio.

In effetti, i cambiamenti climatici sono una delle componenti da mettere in conto viaggiando per il mondo…
Certo, anche perché viaggiando con uno zaino non hai la possibilità di provvedere a qualunque escursione termica. Per il caldo, mi organizzavo con magliette e pantaloncini leggeri, mentre il freddo è stato duro soprattutto sull’altopiano boliviano, in Sud America, dove viaggi sopra i quattromila metri a climi molto rigidi. In quel caso, ho acquistato qualche capo in lana.

Quante paia di scarpe hai cambiato?
Calcolando che ho viaggiato per la maggior parte in primavera ed estate, ho usato quattro paia di infradito e due paia di scarpe chiuse. Con sei suole si può fare il giro del mondo!

La prima cosa che visitavi di un luogo?
Sicuramente il mercato locale.

Fra le terre che hai attraversato quale ti ha colpito di più e perché?
Ho scoperto un Iran molto ospitale e diverso da come viene dipinto. Se fai l’autostop, trovi un passaggio quasi immediatamente e respiri un senso di accoglienza che qui da noi si è appannato per colpa della troppa diffidenza. Mi è piaciuta molto anche la Colombia, molto differente da quell’immagine di violenza e narcotraffico a cui purtroppo è ancora legata per la sua storia di vent’anni fa: in realtà, si tratta di un Paese meraviglioso, dove trovi tutto. C’è allegria, bella gente, natura, mare, deserto, montagne. Senza andare troppo lontano, anche la Turchia ti offre questa varietà di offerte.

Dopo un viaggio come questo, c’è voglia di fermarsi per un po’ oppure di ripartire?
Il mio proposito è quello di lavorare per qualche mese e poi rimettermi in viaggio, questa volta su due ruote, in moto oppure in scooter. Per mettere in piedi una bella avventura, basta compiere qualche sacrificio, magari rinunciare al cellulare nuovo o alla cena fuori casa. Molte persone spendono per una vacanza ad agosto la stessa cifra che basterebbe per rimanere due mesi in Asia: ingegnandosi e pianificando bene ogni passo, si può partire per davvero e riempirsi gli occhi di mondo. Quello vero.

Paola Rinaldi

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