Io, la mia bici e la fede

Ciascuno di noi ha un nome, una storia, una dignità. Eppure tanti, troppi rimangono “nessuno”. Uomini e donne senza un pasto caldo né un tetto sulla testa, che trascorrono la loro esistenza cercando semplicemente di viverla. Senza pretese, senza comodità, senza un sorriso. La torinese Sara Rubatto ha deciso di usare il viaggio per aiutare i “nessuno” della sua città, sfidando il suo cuore e abbracciando la fede. Dopo un periodo particolarmente buio, ha capito che “non tutto viene per nuocere” e che Qualcuno voleva dare un senso alle sue giornate.

Quando è cambiata la tua vita?
Intorno ai 18 anni, circa sedici anni fa. Mi sentivo una ragazza felice, fortunata, appagata. Avevo una famiglia felice, due genitori fantastici e una carriera nel nuoto agonistico. Poi, all’improvviso, è crollato tutto: ho perso mio padre, che adoravo infinitamente, e poco dopo mi è stata diagnosticata una grave patologia cardiaca, che sembrava avere come unica soluzione un trapianto. Ero all’apice dei miei successi sportivi, quando i medici hanno stroncato ogni sogno, pezzo dopo pezzo. Ero arrabbiata con il mondo e, per circa sei anni, ho avuto paura di fare qualsiasi cosa: raggiungevo le fermate del pullman in anticipo per evitare di correre, stavo male per colpa delle aritmie e mi sottoponevo a continui controlli. Poi, ad un certo punto, ho sentito qualcosa dentro.

Una sensazione?
È difficile da spiegare. Per me era la voce dell’anima, che mi diceva di intraprendere il Cammino di Santiago, seppure sapessi bene che i medici me lo avrebbero sconsigliato. Con tutte le paure, le raccomandazioni e i limiti, ho preso le scarpe, ho indossato lo zaino e sono partita. Arrivavo da un lungo periodo di buio interiore, di giornate interminabili in cui nulla sembrava avere più senso né direzione, di lotte continue con me stessa, di sofferenza difficile da spiegare a chi mi stava accanto. Quando si vive nello sconforto, le parole degli altri servono a poco, seppure siano dettate da tanto amore.

Come è andato quel viaggio?
All’inizio è stata una grande sfida, anche perché si trattava di 1200 chilometri da percorrere a piedi. Il cuore non sempre si comportava a dovere, le paure mi aiutavano a non strafare e la speranza di poter guarire era sempre nel mio animo. In quell’occasione, ho iniziato a capire che il limite che avevo davanti, quei venti metri che mi erano stati vietati dai medici, potevano essere superati. Per affrontare quella sfida, ho cambiato alimentazione e soprattutto modo di pensare.

In che senso?
Ho smesso di guardare la vita con pessimismo, di maledirla perché ero cardiopatica, ma al contrario ho imparato ad apprezzarla nonostante le limitazioni, gli obblighi e le rinunce. Ringrazio ogni giorno per quello che ho ricevuto negli anni e per aver evitato il trapianto, seppure il mio cuore resti ancora malato. Passo dopo passo, ho ritrovato la fede che avevo perduto e ho iniziato a sperimentarla a contatto con i poveri del mondo, partecipando a missioni umanitarie in Africa e India. Durante quelle esperienze, ho capito come l’amore verso il prossimo possa tirarti fuori da tante cose, anche da un trapianto.

Poi, è stata la volta di Lourdes…
Sì, dopo Santiago ho sentito che era venuto il momento di togliere le scarpe da cammino e infilare quelle da bicicletta per toccare i principali luoghi di fede e ringraziare la vita. Da Torino, ho raggiunto Santiago, Fatima, Lourdes e ritorno: 5080 chilometri in solitaria, circa 120 al giorno, senza mai avere alcun problema cardiaco. Il mio cuore, a livello spirituale, era guarito e ho capito che, nel silenzio, Qualcosa o Qualcuno ci parla se stiamo ad ascoltarlo.

Hai avuto una figura di riferimento?
Madre Teresa di Calcutta, grazie alla quale ho ritrovato l’amore per Dio nei tanti Gesù sparsi nel mondo sotto le spoglie dei poveri e degli emarginati. Durante un ricovero in ospedale, avevo seguito un reportage su di lei, in cui mi avevano colpito le sue parole: “Essere rifiutati è la peggiore malattia che un essere umano possa provare”. In quel particolare momento della mia vita, quella frase mi ha fatto riflettere profondamente: anch’io mi sentivo abbandonata, perché per quanto le persone possano starti vicino ti senti solo quando devi affrontare una montagna che appare insormontabile.

I suoi insegnamenti ti hanno aiutata a superare la sofferenza?
Moltissimo. Dopo Lourdes, ho preso nuovamente la bicicletta e sono andata a Gerusalemme percorrendo 6602 chilometri in silenzio e preghiera, attraversando il deserto del Sinai e sempre con Madre Teresa nel cuore. Siccome la guerra in Siria rendeva difficile il mio percorso, ho chiesto a lei la forza di proseguire e di raggiungere Gerusalemme, facendo il voto di recarmi a Calcutta in cambio della sua protezione. Detto, fatto. A dicembre dello stesso anno, mi sono imbarcata su un aereo e sono volata in India, dove per tre mesi sono stata a contatto con una sofferenza difficile da raccontare per quanto è grande. Esperienze come quelle ti feriscono il cuore, ma ti fanno aprire gli occhi alla vita. Calcutta ti permette di regalare gratuitamente il tuo amore e, a fine serata, l’ultimo ringraziamento va ai malati, ai poveri di strada, agli orfani, ai lebbrosi, a tutte quelle vite che ti hanno insegnato cos’è la vita. Calcutta è un controsenso: la ami e, al tempo stesso, la odi.

È stato quello l’apice del tuo cambiamento…
Sì, ho avuto una conversione e ho capito che Calcutta è in tutto il mondo, anche sotto casa o nei luoghi che frequentiamo ogni giorno. Se prima riservavo solo qualche ora al volontariato, ora – compatibilmente con il mio lavoro di fisioterapista – dedico tutto il mio tempo libero, tutte le mattine e le sere ai poveri di Torino. Quest’anno, poi, sempre con la mia fedele bicicletta sono partita per Capo Nord: 48 giorni e 8.000 chilometri in silenzio assoluto con 75 euro.

Un viaggio davvero low-cost: come ci sei riuscita?
Dormivo in tenda e ho ricevuto un’enorme gentilezza da parte delle persone che incontravo. Senza chiedere nulla, ho avuto cibo e aiuto.

Come vivi le tue avventure per il mondo?
Sicuramente sono viaggi impegnativi in luoghi altrettanto impegnativi, ma soprattutto sono percorsi di vita per imparare a comprendere il vero valore di questo grande dono. Da cardiopatica, ho imparato che quando si arriva ad accettare una problematica o un limite, qualcosa cambia e il muro che avevi davanti crolla. Cerco di rendere vive nella mia vita le parole del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupery: “Fa’ della tua vita un sogno, e da un sogno fanne una realtà”.

Il tuo viaggio non è ancora finito…
No. Il mio più grande desiderio è regalare ai meno fortunati della mia città un luogo in cui possano trascorrere le giornate, accolti da tante persone che sappiano mettersi al loro servizio. Un luogo dove possano ritrovare la gioia di vivere, la speranza in un futuro migliore e i sorrisi dimenticati. Un luogo multietnico che non chiuda la porta a nessuno, ma dove tutti vengano accettati, rispettati per quello che sono e soprattutto amati. Mi sono chiesta come realizzarlo e ho deciso di sfruttarlo con i mezzi che il Signore mi ha dato: una bicicletta e la Fede.

Cosa farai concretamente?
Per il prossimo anno sto progettando un giro del mondo in solitaria, che vuole essere un messaggio di speranza per tutti coloro che soffrono per malattie o problematiche psicofisiche. Sarà un viaggio che proporrà la bicicletta come mezzo di unione e solidarietà e che raccoglierà fondi da destinare interamente a quella casa della gioia che ho in mente.

Paola Rinaldi

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