Io e la mia moto

Quattro continenti, trentuno Paesi, un faccia-a-faccia con un orso canadese, un tentativo di rapina lungo la Transiberiana, otto cambi dell’olio motore… e una voglia matta di ripartire. Da poche settimane, Davide Biga è rientrato a Mondovì dal suo giro del mondo in solitaria. Dopo un anno di viaggio in sella alla sua Yahama XT1200Z Super Ténéré, questo trentasettenne è la dimostrazione che quando stai bene con te stesso, non sei solo in nessun luogo del mondo. Lasciata l’Italia per dirigersi verso Capo Nord, Davide ha proseguito fino a Mosca per poi raggiungere Vladivostok lungo la via Transiberiana. Da qui si è imbarcato per il Giappone, dove ha visitato la sede della Yamaha a Iwata, e poi si è imbarcato su un aereo diretto in Alaska. Ha attraversato gli Stati Uniti, il Sud America, la Patagonia e il Cile. È volato a Dakar, in Senegal, e ha ripreso il suo viaggio verso l’Africa nord-occidentale, la Spagna, il Portogallo… e la strada di casa. 94 mila chilometri in totale, raccontati per foto e immagini all’indirizzo www.sempreinmoto.it/girodelmondo/.

«Fin da bambino, coltivo una grande passione per le due ruote», ammette Davide. Da quando ha 16 anni, ha cavalcato nell’ordine due Cagiva Mito, una Yamaha XT600, una Honda Dominator, un’Africa Twin, una Ducati 996, una KTM 950 ADV e una BMW R 1150 GS. Con queste compagne d’acciaio, si era già avventurato in numerosi viaggi: Marocco nel 2003 e 2005, Tunisia e Malta nel 2006 e 2012, Islanda nel 2007, Balcani, Turchia e Iran nel 2008. Poi, nel 2010, è stato scelto dalla Yamaha per “testare” l’ultima nata, la XT 1200 Z Super Ténéré, nel “Ride for Life” in Marocco.

A livello personale, cosa insegnano questi lunghi viaggi in zone del pianeta così diverse dallo stile di vita occidentale?
Si tratta di una grande sfida, perché – soprattutto all’inizio – non è facile confrontarsi con lingue e culture diverse. Fisicamente ti prepari, ma dal punto di vista psicologico devi adattarti “sul campo” a quello che incontri. Nei primi chilometri, mi sono trovato a pensare che nella migliore delle ipotesi avrei rivisto i miei amici dopo un anno. Con il passare dei giorni, quella malinconia è svanita perché ho conosciuto persone fantastiche e, soprattutto, avevo una data di arrivo da rispettare. Concentrarsi su un obiettivo aiuta a essere forti.

Perché un giro del mondo?
Avevo letto molti libri di viaggio ed ero rimasto affascinato dalla Transiberiana, da Capo Nord, da Ushuaia. Ho iniziato a fantasticare su quelle letture, pianificando il mio tour a seconda delle stagioni che avrei incontrato: dovevo raggiungere l’Alaska a luglio e Ushuaia a dicembre. Quando si vuole compiere un viaggio lungo un anno, bisogna organizzare con attenzione l’itinerario per arrivare nel posto giusto al momento giusto.

Quale preparazione hai dedicato alla tua impresa?
L’allenamento fisico è fondamentale quando si trascorre in moto gran parte del tempo, spesso anche per mille chilometri al giorno. Per un anno e mezzo, sono stato seguito da un personal trainer che mi ha fatto seguire un programma personalizzato.

Ricordi la sera prima della partenza?
Ho festeggiato insieme ai miei amici. Tutti dicevano che quella notte non avrei dormito, mentre ho riposato perfettamente. Forse, solamente adesso che sono tornato mi rendo davvero conto di quello che ho fatto e vissuto. In avventure come questa, bisogna partire con grande serenità e affrontare strada facendo quello che succede.

Qual è stato il momento più difficile?
Oltre alla tentata rapina lungo la Transiberiana, che per fortuna sono riuscito a scampare, ho vissuto un momento di grande difficoltà quando sono caduto nel Salar de Uyuni, in Bolivia, dove mi sono rotto il polso e ho distrutto parte della moto. È stata l’unica occasione in cui mi sono perso d’animo e ho davvero pensato che non sarei riuscito a continuare. Poi, però, ho ricevuto tanti messaggi di incoraggiamento e la mattina dopo sono ripartito per il Cile, dove sapevo che ad attendermi avrei trovato alcuni italiani pronti ad aiutarmi. Guidare la moto in quelle condizioni, per 3000 chilometri, ha rappresentato la prova più dura della mia vita.

Con il polso rotto?
Sì. Sono andato in un ospedale in Bolivia, ma in quel Paese la sanità è molto precaria. Mi hanno fatto un bendaggio strettissimo, che alla fine ho dovuto togliere, e sono ripartito con calma, cercando di muovere il polso il meno possibile.

Hai già in mente qualche nuova avventura?
La voglia di rimettermi in viaggio è tanta, ma prima voglio scrivere un libro dedicato a questo giro del mondo. Ho trovato il coraggio di partire grazie alla letteratura di viaggio e ora voglio mettere la mia esperienza a disposizione di altre persone che hanno lo stesso pallino. Mi piacerebbe anche trasformare questa passione in un vero e proprio lavoro per arricchire il mio bagaglio in questo settore. Per il resto, si vedrà: a dirla tutta, nel mio cuore non sono ancora tornato.

Quante persone ricordi?
Tantissime, soprattutto del Sud America, dove ho ricevuto un’accoglienza straordinaria. Anche in Senegal, dove ho sostato qualche giorno in attesa della moto dopo il volo dal Cile, ho incontrato un popolo molto diverso culturalmente, ma con un cuore grandissimo. Non c’è un luogo del mondo dove non tornerei: forse non attraverserei più da solo la Siberia per paura dei banditi. Ma anche quella è una minima parte della popolazione, per il resto le persone sono state straordinarie.

Com’è vista l’Italia nel resto del mondo?
Con grande rispetto. Essere italiano mi ha sicuramente aiutato: quando scoprivano la mia provenienza, le persone mi sorridevano e mi accoglievano con calore. Quello italiano è considerato un popolo operoso, serio e molto ricco dal punto di vista culturale. Anche i nostri connazionali che si sono trasferiti all’estero hanno contribuito a costruire questa immagine positiva.

A te cosa è mancato dell’Italia?
Sicuramente la cucina, per quanto non abbia avuto problemi ad adattarmi alle varie culture. Molte persone che ho incontrato mi hanno portato nei ristoranti italiani come una sorta di “omaggio” alle mie radici. Per il resto, mi piaceva assaggiare anche con il palato i Paesi che attraversavo.

Un consiglio finale a chi vuole partire?
Avere un grande spirito di adattamento e tanta determinazione, perché è impossibile non incontrare qualche problema lungo il tragitto. Tutto può essere affrontato con la giusta dose di prontezza. Basta avere voglia di mettersi in gioco.

 

Paola Rinaldi

Clicca qui per leggere altri articoli della sezione Personaggi

SHARE
Articolo precedenteCortona On The Move
Articolo successivoParole in viaggio