In bici sulle Ande

Sono tornati. Dopo tre mesi trascorsi pedalando su asfalto e sterrato, sotto il sole e la pioggia, in mezzo a imprevisti ed emozioni, Marco Martinelli e Margherita Gasperini – due fisioterapisti bolognesi – hanno terminato il loro viaggio in bicicletta sulla Cordigliera delle Ande. Partiti da Lima, hanno attraversato Perù, Ecuador, Colombia e Venezuela con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione in cui versa la popolazione Saharawi, che dal 1974 – per sfuggire all’occupazione marocchina del Sahara Occidentale – vive nei campi profughi (wilaya) situati nel sud dell’Algeria, vicino alla città di Tindouf. In particolare, Marco e Margherita collaborano con il progetto Fisioterapia dell’associazione Rio de Oro (http://www.riodeoro.it/), che punta a formare fisioterapisti e realizzare ambulatori di fisioterapia in tutte le wilaya.

Avete battezzato la vostra avventura “Ciclandina”: come la riassumete in poche righe?
Siamo partiti lo scorso 27 giugno da Bologna, caricando bici ed equipaggiamento sull’aereo, e siamo atterrati a Lima. Abbiamo rispettato la nostra idea di percorrere tutte le Ande e, nel tragitto, abbiamo visitato diversi progetti di cooperazione sanitari o educativi: il primo proprio a Lima, il giorno del nostro arrivo. Ogni giorno, ci spostavamo in base alle caratteristiche del territorio, pianura o montagna, e agli eventuali imprevisti, come vento contrario, pioggia o stato di salute, percorrendo in media tra i 70 e i 100 chilometri. La sera cercavamo un alloggio o un posto dove accamparci, muniti di un fornello a benzina e un pentolino, con cui ogni tanto ci preparavamo qualcosa da mangiare. È stata un’esperienza meravigliosa, terminata il 2 ottobre.

Qual era l’obiettivo del vostro viaggio?
Principalmente, godere della bellezza di un viaggio in bici e della scoperta quotidiana dei paesaggi. Nello stesso tempo, però, volevamo visitare progetti sanitari o di riabilitazione su base comunitaria per conoscerli e valutare eventuali necessità di tipo fisioterapico. Una volta tornati, vogliamo diffonderli all’interno del gruppo dei Fisioterapisti Senza Frontiere (http://www.fisioterapistisenzafrontiere.org/), a cui aderiscono circa un migliaio di fisioterapisti italiani interessati al tema del volontariato internazionale. Il secondo traguardo era divulgare la conoscenza del popolo Saharawi attraverso interviste con radio, tv e giornali nei Paesi che abbiamo toccato.

Perché avete scelto proprio la bici?
Perché è un mezzo di libertà. Ti mette in contatto diretto con tutte le persone che incontri strada facendo, ti permette di entrare e fermarti in paesini piccolissimi dove nessun turista sosta mai. Ti ritrovi a parlare e ascoltare le opinioni della gente del posto e poi ritorni a essere in balia del clima, patendo freddo in montagna e caldo a bassa quota. A casa o dentro una macchina, si perde questo contatto con la natura: se fa caldo c’è l’aria condizionata, se fa freddo parte il riscaldamento. In bicicletta, invece, tutto viene vissuto secondo i ritmi della natura.

È il vostro primo viaggio per il popolo Saharawi?
Per Margherita si, per me (Marco) è il secondo. Il primo risale a circa due anni fa, da ottobre 2010 a febbraio 2011: ero partito da Lima e avevo terminato a Ushuaia, alla “fin del mundo”, passando attraverso Perù, Bolivia, Cile e Argentina. In quell’occasione, grazie a numerose interviste, si era acceso l’interesse verso la storia del popolo Saharawi. Visto il buon riscontro, abbiamo deciso di completare il continente sudamericano percorrendone la parte settentrionale, sempre parlando di Sahara Occidentale.

Avete mai incontrato momenti di difficoltà in cui avete pensato di fermarvi e rinunciare?
Di difficoltà, in verità, non ce ne sono state tante. Certo, pedalare in un giorno per 2000 metri in salita è stato duro, così come altre volte la pioggia ad alta quota ci ha fatto tremare dal freddo. Ma nessuna di queste difficoltà è stata capace di farci balenare l’idea di rinunciare. Forse, viaggi come questo vanno anche inconsciamente alla ricerca della difficoltà, del mettersi alla prova.

Com’è il mondo visto da angolazioni sempre diverse?
Viaggiare, conoscere culture ed abitudini diverse ti arricchisce della consapevolezza che esistono prospettive diverse dalle quali guardare e guidare la propria vita. In questo viaggio, abbiamo conosciuto tante persone con vite davvero particolari, modi di campare diversi, ritmi di vita e lavoro spesso più umani di quelli italiani. In ogni Paese, la gente si sveglia per andare a lavorare e le dinamiche sono simili alle nostre, ma ci sono anche molte differenze che valgono assolutamente il viaggio per poterle conoscere. Passando all’interno di situazioni di disagio altissime, in zone di conflitto, abbiamo apprezzato la fortuna di essere nati e vissuti in luoghi dove c’è libertà di pensiero e di viaggiare.

Qual è stato il tratto più difficile?
Passando la frontiera Perù-Ecuador a Zumba, bisogna superare tre colline su strada sterrata e con pendenze elevatissime, che ci hanno costretti spesso a spingere a mano. Poi, tra pioggia e lavori in corso, abbiamo dovuto pedalare in mezzo al fango e alla nebbia, a volte letteralmente impantanandoci. Un altro tratto molto duro è stata la salita al Picacho, che si trova in Colombia, vicino al confine con il Venezuela: prima di arrivare alla fine dei 2000 metri di dislivello, quando mancavano 8 chilometri, ha cominciato a piovere a dirotto e la temperatura si è abbassata molto. Siamo arrivati fradici alla fine della salita e per fortuna abbiamo trovato un piccolo e umido ostello che, anche se freddissimo, ha interrotto quella giornata.

Insomma, imprese da ciclisti professionisti e senza carico…
Sì, soprattutto a sessanta chilometri da Caracas. Lì, sorge un paesino turistico di nome Colonia Tovar, fondato dai tedeschi nei primi decenni dell’Ottocento. Ha l’aspetto di una tipica località altoatesina, ma immersa nella rigogliosissima foresta equatoriale anziché nella classica vegetazione montana, con tanto di Oktoberfest che inizierà a fine ottobre. Avevamo deciso di passare per questo paese come alternativa all’autostrada: la salita è stata durissima, con pendenze  difficili anche per un ciclista esperto. Per di più, giusto per benedire quest’ultima salita, si è abbattuto su di noi un forte acquazzone tropicale, che ci ha costretti a cercare un riparo sotto il tetto di una casa isolata.

La cosa più buffa che vi è successa?
A volte, lungo la strada, siamo stati affiancati da auto che ci regalavano banane, mandarini, dolci. Ci è anche capitato di essere intervistati da giornalisti di passaggio. Forse, tra tutte le cose che ancora ci fanno sorridere, c’è un episodio che abbiamo vissuto in Perù: su una strada sterrata privata, di proprietà di un’impresa, avevamo raggiunto l’unico pueblo per chiedere se qualcuno vendesse del pane, con l’idea di andare oltre il paese e accamparci. Seguendo le indicazioni, siamo arrivati in una casa con un forno e alla domanda retorica “Ci sono posti per dormire qui?”, ci sentiamo rispondere dal titolare “Se volete potete dormire là”, indicando il corridoio. “Ma è un ristorante”, abbiamo risposto. E lui: “Sì, ma è aperto solo il fine settimana, quindi oggi è chiuso”. Così, ci siamo trovati a dormire in una sala con tavoli, un bagno per lavarci, la possibilità di cucinare e una tv da 50 pollici.

Avete qualche abitudine curiosa durante il viaggio?
Margherita ogni tanto canta, mentre io non ho abitudini particolari. Diciamo che nei tratti noiosi e fuori dai centri abitati mi piace ascoltare un audiolibro, anche se non sempre è facile concentrarsi su quello che si ascolta mentre si sta pedalando.

Il viaggio è finito, ma la solidarietà continua…
Sì. Chiunque può visitare il sito del nostro viaggio all’indirizzo http://www.ciclandina.it/, guardare le foto e condividere insieme a noi qualche esperienza particolare. Chi è interessato a fare un po’ di volontariato invece può dare un’occhiata al sito dell’associazione Rio de Oro. Ogni aiuto è prezioso. Alla prossima avventura!

 

Paola Rinaldi

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