Cieli blu a tutti!

Pensieri all’aria e piedi sospesi nel vuoto. Il fotografo Giorgio Sandrone, 35 anni di Carmagnola, ha viaggiato sul Po (dal Monviso al Delta) a bordo del suo parapendio a motore. Decollato domenica 14 aprile da Envie, in provincia di Cuneo, ha battezzato la prima tappa del suo progetto “Cieli d’Italia”, un modo diverso di viaggiare e fotografare dall’alto gli scenari più belli della penisola (www.giorgiosandrone.com). Per sei giorni, Giorgio ha seguito il sentiero tortuoso del Po, ma la sua avventura con la testa tra le nuvole è solo all’inizio.

Sul tuo blog, hai titolato un post: “Il viaggio è il mezzo e non il fine. Ma il mezzo è importante…”. Perché hai scelto un mezzo avventuroso come il parapendio a motore?
È stata una scoperta casuale, avvenuta qualche anno fa. Stavo cercando un modo per scattare alcune fotografie aeree senza dover ricorrere all’elicottero, che ha costi davvero sostenuti, intorno ai 10-15 euro al minuto. In quel periodo, ho sentito parlare del parapendio a motore, che gli appassionati chiamano lo “scooter dell’aria” e consente di volare a costi contenuti regalando insieme un’esperienza personale di indubbio fascino. Oltre ad essere facile da trasportare, è l’unico mezzo aereo che ti consente letteralmente di partire e atterrare con i tuoi piedi, senza carrello né ruote.

Un modo “slow” di spostarsi che si sposava perfettamente con il tuo progetto fotografico…
Assolutamente sì, anche perché il parapendio a motore si basa su un principio di volo che consente di lasciare i comandi. Il funzionamento è simile a un’altalena, che a un certo punto si ferma, e a quel punto puoi “mollare” la presa.

Hai seguito un corso?
Sì, mi sono mosso per gradi. Il primo era imparare a volare. Ho conseguito il brevetto dopo aver frequentato un’apposita scuola, prima a Brescia, poi a Novara, dove ho studiato non solo la parte pratica, ma anche l’aerodinamica e tutti i principi del volo. Quando comprendi tutti i fondamenti, smetti anche di avere paura.

A quel punto, hai iniziato a esercitarti?
Ho compiuto i miei primi voli sul Roero piemontese, un territorio che amo moltissimo. Poi, lo scorso anno, sono andato in vacanza in Costa Verde con la mia fidanzata e, sul portabici del camper, ho appeso il parapendio. In quella splendida località a sud di Oristano, ho avuto occasione di compiere qualche giro sulla zona, continuando a prepararmi.

Quali sono i momenti della giornata più adatti per volare?
L’alba e il tramonto, quando il sole scalda meno, propizi anche per fotografare il territorio. Dalle 6 alle 9 e dalle 17 alle 20.

Perché hai scelto il Po?
Da quando ho iniziato a volare con il parapendio a motore, ho sempre pensato che prima o poi lo avrei sorvolato. Era uno di quei desideri con cui vai a dormire molte notti e continui a cullare finché arriva il giorno giusto per realizzarlo. Dal punto di vista affettivo, la riva del Po ha rappresentato il mio primo contatto con la natura e la libertà: sono nipote di un nonno pescatore e ho passato intere giornate a tirare sassi nell’acqua di questo fiume, a improvvisarmi esploratore, a pescare temoli, trote e cavedani. Ma considero il Po anche un termometro della nostra esistenza, perché ha dato vita a una delle pianure più fertili del mondo.

Come si pianifica un viaggio in parapendio?
Nel mio caso, ho lasciato largo spazio all’improvvisazione. Pochi giorni prima della partenza, è uscito un articolo sulla Stampa che ha fatto molto rumore e sono entrato in contatto con la Fly Products di Grottammare, specializzata in progettazione e costruzione di paramotori per il volo con parapendio (www.flyproducts.it). Da loro ho avuto una vela nuova, con cui ho sostituito quella dei miei esordi, insieme al motore e a un paracadute di emergenza. Tutti i calcoli che avevo fatto sino a quel momento sono stati stravolti dal cambio di attrezzatura, perché ogni vela consente una velocità diversa che varia a seconda della configurazione scelta.

E il bagaglio?
Sotto la sella sportiva, alcuni amici mi hanno aiutato a realizzare una piccola bagagliera di lamiera, dove ho inserito il sacco a pelo, un minimo di ricambio per l’abbigliamento e la bottiglia dell’olio per la miscela. Nelle tasche del giubbotto, invece, avevo l’attrezzatura fotografica, un carica batterie e una batteria di ricambio.

Cosa si prova a “volare” ad alta quota?
Hai l’impressione di ammirare una fotografia in movimento e senti davvero di appartenere a questo mondo, quando lo osservi in solitudine e da un punto di vista privilegiato. Ne sei distante fisicamente, ma lo vivi pienamente. Quando voliamo, possiamo solamente imitare la natura, copiando gabbiani, cicogne, piccioni, stornelli, aironi, poiane e oche. In cielo siamo sempre degli ospiti, ed è bene ricordarselo. Per certi versi, viaggiare a una velocità media di 30 chilometri orari può essere noioso, ma è proprio questa la sua meraviglia: la lentezza è una qualità, un modo per apprezzare lo spostamento attento e consapevole.

Come sceglievi ogni volta le tappe?
Per atterrare, esistono campi volo ufficiali, ma è sufficiente avere a disposizione una superficie piuttosto in piano e calpestabile, possibilmente distante da elettrodotti o ostacoli aerei, ovviamente con l’assenso del proprietario. L’aspetto positivo dell’atterrare sulle piste ufficiali è la presenza di una manica a vento, che “visualizza” come tira il vento evitando di arrivare a una velocità eccessiva.

A quale altezza si viaggia?
Per legge, a un’altezza massima di 150 metri nei giorni feriali e di 300 metri nei week-end e nelle feste comandate sopra il punto più alto nel raggio di cinque chilometri. Per fotografare, io non supero mai i 200 metri.

Quali sono i parametri da tenere presenti, perché possono influenzare tutto l’andamento del viaggio?
Per prima cosa le condizioni meteorologiche, perché non devono esserci grosse perturbazioni in vista. È importante anche valutare la propria autonomia, che per me si aggirava intorno alle tre ore e mezza, ma varia in base alla configurazione della vela e altri aspetti tecnici. L’autonomia oraria la si può conoscere, quella di percorrenza chilometrica varia in funzione del vento prevalente.

La cosa più bella vista dall’alto?
Il Delta del Po, di una bellezza commovente. Appare come un impasto di terra e di acqua, avvolto in un velo di nebbia ovattata, da cui spuntano le case, gli alberi, i campanili.

Oltre al viaggio con i piedi sospesi, hai avuto tempo per quello “terrestre”?
Sì, infatti il mio blog lozenelartedelvoloinparamotore.com racconta proprio questo aspetto parallelo e inaspettato. A terra, ho avuto modo di conoscere persone straordinarie, che mi hanno aiutato con i rifornimenti, il soggiorno, il riposo. Grazie allo smartphone, riuscivo quasi in diretta ad aggiornare il mio blog, ma anche a condividere le immagini e i racconti di viaggio attraverso i social network.

E adesso?
Questa è stata la prima tappa di un progetto intitolato “Cieli d’Italia”, che ha l’obiettivo di raccontare l’Italia dal cielo. Ho tre mesi di tempo per raccogliere i fondi, convincere di nuovo gli sponsor, tranquillizzare mamma e fidanzata, cercare le piste, trovare i distributori. Tutto il resto verrà come dovrà venire, così come scorrono le nuvole. Ho aderito a un progetto di crowdfunding grazie al quale ognuno può decidere se appoggiare o meno questa iniziativa con un contributo (www.indiegogo.com). Il viaggio sarà raccontato “in diretta” dal 25 agosto: come lungo il Po, ogni giorno il blog sarà aggiornato con testi e fotografie del Diario di Bordo di giornata. È un periodo in cui vogliamo lasciare l’Italia, abbandonarla, fuggire, andare all’estero. Io non ho mai amato tanto l’Italia e gli italiani come nell’ultimo viaggio. Voglio ripeterlo, e questa volta lungo tutta la penisola, e coinvolgere per quanto possibile ogni persona a terra che sia disponibile e interessata a farlo.

Paola Rinaldi

 

 

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