Se non vedo, non credo

Da Torino è partito due volte in bicicletta: nel 2011 per l’Islanda, nel 2012 per il deserto del Sahara. Prima aveva già attraversato la Spagna a piedi lungo il Cammino di Santiago e adesso continua a girare il mondo sia per lavoro sia per passione. Classe 1990, film-maker e originario della Sicilia, Gabriele Saluci è un “viaggiatore per caso”: le sue avventure non finiscono mai con i fuochi d’artificio, ma con tutta la meravigliosa normalità di chi torna a casa con una storia nuova in tasca e mille ricordi nella mente. In questi giorni, è reduce dal Cammino di San Tommaso, un nuovo percorso inaugurato attraverso l’Italia centrale, da Ortona a Roma, di cui ha girato un video di presentazione fresco, ironico e scoppiettante come un popcorn. Proprio come è lui.

Nel suo libro “La filosofia va in bicicletta”, il docente Walter Bernardi sostiene che “i ciclisti sono filosofi e non lo sanno”, perché pedalare significa pensare. Sei d’accordo con questa ciclo-filosofia?
Assolutamente sì. Ho provato sulla mia pelle che rimanere in sella per dieci ore al giorno, ma anche meno, ti fa pensare. Puoi smentire quello che hai rimuginato il giorno prima, puoi confermare un ragionamento oppure stravolgere le tue certezze. Detto questo, una riflessione profonda può avvenire anche in treno, in aereo oppure mentre cammini a piedi. Forse la bici aggiunge quella fatica che fa bene, quell’aspetto sportivo all’aria aperta che aiuta a mettersi in contatto con la propria interiorità.

Tu che viaggiatore sei?
Io mi ritengo “libero”, nel senso che non ho problemi a spostarmi con un mezzo piuttosto che l’altro. Per me, l’importante non è come raggiungo un luogo, ma come riesco a viverlo, quanto riesco a conoscerlo, le persone che incontro. Ad esempio, sogno da sempre un viaggio in Vietnam con il motorino: nel sud-est asiatico, è piuttosto tradizionale vedere famiglie intere spostarsi su un unico veicolo. Insomma, non mi precludo nessuna possibilità e mi piace adattarmi alle usanze locali.

Le tue sono fughe da qualcosa o ricerche di qualcosa?
In linea generale, non sono d’accordo con chi utilizza il viaggio per fuggire dai problemi oppure come mezzo di protesta verso una società che non funziona. Sicuramente quando si è inseriti in una routine, fatta di impegni e complicazioni, non abbiamo spesso il tempo di staccare la spina o comprendere cosa ci renda davvero felici, ma sarebbe un’utopia pensare di poter viaggiare ogni volta che qualcosa non va. Mi capita spesso di citare il film “Into the Wild”, che racconta la storia di un giovane benestante che rinuncia a tutte le sue sicurezze materiali per immergersi nella natura selvaggia: si tratta di una pellicola avvincente, ma credo che accentui in maniera esagerata il potere terapeutico del viaggio. Sì, viaggiare fa bene, permette di conoscere meglio se stessi, sfidare i propri limiti, imparare a guardare le cose da un altro punto di vista, ma non è lasciando tutto che possiamo far funzionare le cose. Serve il giusto compromesso tra andare e restare.

Come hai trovato il tuo equilibrio?
Sono abituato a viaggiare sin da piccolo, perché i miei genitori avevano un camper e ogni anno, per tutta l’estate, andavamo in giro per l’Europa e anche oltre: siamo stati a Capo Nord, in Russia e in località piuttosto insolite per una famiglia. Dormivamo nelle aree di servizio delle autostrade e poi, di giorno, visitavamo le città. Appena ho avuto la possibilità di viaggiare da solo, ho iniziato ad avventurarmi per il mondo in autostop, a piedi, in bici e con qualunque mezzo avessi a disposizione. Da qualche anno, i miei viaggi hanno assunto un certo spessore e si sono trasformati in veri e propri progetti con patrocini importanti. Dopo aver affrontato il Cammino di Santiago nel 2010, ho sentito il bisogno di spingermi oltre, di osare di più. Così, l’anno successivo, sono partito in bicicletta per l’Islanda.

Quale itinerario hai seguito?
Ho attraversato le Alpi, l’Austria, la Germania e la Danimarca fino a Copenaghen, da dove è partito l’aereo che mi ha portato in Islanda. Lì, ho percorso il periplo dell’isola: da Keflavik mi sono mosso in senso orario per Reykjavik, Þingvellir, Geyser e Dettifoss, poi su per la pista di Kjolur e Akureyri, Myvatn e finalmente a sud a Jokulsarlon, Kirkjubaerjarklaustur e nuovamente Reykjavik. Circa 1100 chilometri in paesaggi strepitosi.

Nel 2012, invece, hai pedalato fino al deserto del Sahara…
Sì, con il patrocinio della Provincia e della Città di Torino, ho attraversato Europa e Nord Africa per un totale di quasi 4000 chilometri. A Tangeri sono stato accolto dal Console Onorario italiano, il Cavaliere Gianfranco Ginelli, che mi ha mostrato alcune bellezze nascoste della città e mi ha dato preziosi suggerimenti sulla terra marocchina.

Due esperienze completamente diverse, soprattutto per il clima.
Quello in Islanda è stato il primo vero viaggio che ho realizzato. Ero davvero entusiasta dell’idea e ho passato i mesi da gennaio (quando ho deciso di partire) a luglio (quando sono partito) a pensare a quel Paese, a cosa avrei visto, a cosa avrei comprato: in realtà, sul posto, ho scoperto che l’Islanda era molto diversa da come la immaginavo. Questo mi ha insegnato che tutto può essere stravolto in viaggio e le pianificazioni servono fino ad un certo punto: ciascuno deve cercare sul posto quello che fa al caso suo, che è più affine alla sua personalità e allo stato d’animo di quel momento. Al contrario, concordo con chi sostiene che la felicità vada condivisa. Quando sono in viaggio, mi piace scattare fotografie e girare video da postare sul mio portale http://www.gabrielesaluci.com/. È bello sapere che le persone possono “vedere” quello che vivo e provo io.

Preferisci fotografare o realizzare un video?
Sono due linguaggi molto diversi. Credo sia molto più difficile scattare una fotografia suggestiva, perché dura la frazione di un secondo e devi essere in grado di cogliere qualcosa che va al di là di quell’istante. Un video invece può servirsi di elementi come il montaggio, la musica o le parole, che contribuiscono ad emozionare.

Il luogo che porti nel cuore?
Sicuramente l’Islanda: nel raggio di pochi chilometri, si assiste a un’incredibile varietà di paesaggi. Anche se studio antropologia, sono interessato soprattutto agli aspetti naturalistici di un luogo. Ma ho voluto anche mettermi alla prova in prima persona, scegliendo questo luogo freddo, dove le temperature scendevano sotto lo zero durante la notte, e successivamente il suo opposto con il Marocco, in cui non è raro toccare i 45°-46°.

È vero che con il tuo amico Lorenzo Fracastoro hai costruito Postiki, un catamarano fatto di bottiglie di plastica e materiale da riciclo per navigare sul Po?
Sì, con circa 700 bottiglie di plastica abbiamo costruito Postiki: il nome rende omaggio al Kon-tiki, un’imbarcazione svedese costruita con materiali “primitivi” che ha attraversato il Pacifico per dimostrare che la Polinesia poteva essere colonizzata in epoche precolombiane da popolazioni del Sud America. Noi abbiamo variato leggermente la prima parte del nome, da Po (il fiume) e S, estrapolata dalla parola plaStica. Sicuramente, il primo motivo per cui abbiamo ideato questo progetto è stato il divertimento: caratterialmente, ho bisogno di stimoli continui e mi piace sperimentare anche queste esperienze. Ma abbiamo anche voluto mettere l’accento sui rifiuti, riflettendo sul fatto che solamente 180.000 tonnellate di plastica sulle 450.000 immesse ogni anno sul mercato vengono avviate al riciclo.

Nella vita, ti occupi di video, dirigendo e ideando campagne d’informazione e pubblicitarie. Come coniughi il tuo mestiere con la passione per i viaggi?
Per fortuna, la mia occupazione mi permette di lavorare senza vincoli geografici, per cui posso venire in Italia a girare un video e poi occuparmi altrove della fase di post-produzione. Ad esempio, ho appena finito di girare la presentazione del Cammino di San Tommaso (ilcamminodisantommaso.wordpress.com), la versione italiana del più noto pellegrinaggio di Santiago che va da Ortona a Roma. L’importante è non restare mai fermi perché viaggiare non è sempre facile, ma stare a casa è molto più difficile.

Paola Rinaldi

 

 

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