E adesso vado in Honduras

In un mondo grigio, lui è una macchia di colore. L’ex finanziere di Agropoli, Angelo De Luca, trabocca di entusiasmo per l’impresa che ha deciso di affrontare: farà visita a un amico lontano, ma anziché mettersi comodo in aereo attraverserà l’oceano a bordo della sua barca a vela e raggiungerà l’Honduras. L’itinerario è già pronto nella sua testa: dal porto salentino, Angelo scenderà verso sud per costeggiare il Nord Africa e raggiungere lo stretto di Gibilterra. Da lì, veleggerà alla volta delle Canarie, dove – a Tenerife – farà un’ultima sosta per effettuare i controlli di rito alla barca e il rifornimento per il tratto finale, quello più delicato. Una volta ripartito per la Martinica, il Mar dei Sargassi sarà una passeggiata per lui: costeggerà la Baia dell’Honduras fino all’isola di Roatan e, proprio di fronte, troverà La Ceiba e il suo amico lontano.

In un viaggio come questo, come si decide la partenza?
Tutto dipende dagli alisei, cioè dai venti di superficie che soffiano in prossimità dell’equatore e che vengono sfruttati nella navigazione oceanica a vela. La loro direzione e l’intensità variano a seconda del periodo dell’anno: quelli di nord-ovest sono prevalenti da ottobre a marzo, mentre quelli di sud-est spirano soprattutto da maggio a settembre. Nel mio caso, è importante che alla partenza gli alisei soffino da est verso ovest, mentre al ritorno dovrò attendere la loro inversione di rotta da ovest verso est. In parole povere, la condizione ideale per un viaggio in barca a vela è che il vento sia sempre dietro.

Dunque, se ne parla il prossimo anno?
Sì, sfrutterò questi mesi per preparare la barca, la mia “Archimede”. Si tratta di un’imbarcazione che ha trent’anni, molto robusta e costruita – su progetto di Aldo Renai – con criteri di lavorazione che oggi non vengono più adottati. Tutti sono convinti che la navigazione sia favorita dalla grandezza della barca: in realtà, l’elemento davvero importante è la sua capacità di affrontare venti particolarmente intensi, che dipende da scotte, cime, drizze e stralli. Ogni parte va rafforzata per evitare le disavventure vissute da chi è partito prima di me.

In effetti, tu non sei il primo cilentano a sfidare l’Oceano in solitaria…
No. Nel 2003, Pino Veneroso è partito da Marina di Pisciotta con la sua barca a vela di nove metri per approdare sulle coste di Montevideo. Lui ha ripercorso la rotta contraria a quella del “Leone di Caprera”, l’imbarcazione che nel 1873 era salpata con tre persone a bordo dal porto sudamericano dopo aver consegnato una sciabola a Giuseppe Garibaldi. Durante il tragitto, non sono mancate le contrarietà per lui: oltre a subire un attacco di pirati, Pino ha dovuto affrontare la collisione notturna con una petroliera che viaggiava a luci spente al largo della costa del Brasile.

Questo dimostra che imprese come la tua non sono per tutti. Occorre una preparazione particolare?
Sono un ex campione mondiale di paracadutismo e, attualmente, sono skipper su imbarcazioni a vela e motore, nonché istruttore subacqueo (http://www.divingagropoli.com/). Negli anni, ho maturato una grande esperienza nel mondo velico.

Perché hai scelto proprio l’Honduras?
Voglio raggiungere un caro amico, Wilfried Dickes, sub di fama internazionale che ha collaborato anche con la produzione dell’Isola dei Famosi, installando dei cavi sottomarini per la Rai.

In totale, quante miglia percorrerai?
Circa 3400, anche se la rotta che ho disegnato sulla carta nautica potrebbe subire qualche variazione a seconda del vento. In gergo tecnico, si parla di Rotta Vera e Prora Vera, che possono differire di alcune miglia. A bordo, ho un sistema di Gps, ma personalmente non abbandono mai le mie carte nautiche: ai miei allievi della subacquea insegno sempre a scoprire le origini degli attuali strumenti a disposizione.

Partirai da solo?
Assolutamente sì, per evitare di dovermi preoccupare della persona che mi accompagna. Da soli, le decisioni vengono prese rapidamente e non occorre spiegare le procedure o le motivazioni di una determinata scelta. In questi viaggi, la velocità di reazione è fondamentale.

Non avendo un cambio, come farai a riposare?
In quelle condizioni, è necessario uscire dai normali schemi di vita e imparare a dormire per pochi minuti. Occorre un allenamento lungo anni per acquisire la capacità di riposare mantenendo al tempo stesso uno stato di vigilanza. In circa dodici giorni di viaggio, se sarò fortunato riuscirò a dormire circa due o tre ore al giorno. Installerò una sedia di fronte al quadro comandi, che deve rimanere sempre acceso, e qui tenterò di riposare.

Quali sono le tue paure?
Le angosce di chi conosce gli oceani sono completamente diverse rispetto a quelle delle persone comuni. Non ho paura degli squali, ma dei container che possono cadere dalle navi: non affondano subito, ma possono rimanere sotto il pelo dell’acqua per settimane intere. Il pericolo è quello di scontrarsi o incagliarsi. L’acqua nasconde minacce difficili da immaginare a terra.

Immagino che presterai attenzione anche all’alimentazione, per evitare malesseri di qualunque tipo…
Certo. Ad esempio, eviterò di consumare pesce: ne esiste una specie, i cosiddetti pesci rondine, che compiono lunghi salti fuori dall’acqua e cadono direttamente sulle barche. Ma non mi lascerò tentare da nessun esemplare e adotterò una dieta tranquilla, ricca di acqua. In pieno oceano, qualunque problema di salute sarebbe amplificato rispetto a casa.

Il segreto del tuo coraggio?
In ognuno di noi c’è la forza di intraprendere qualunque progetto, ma tanti si lasciano fermare dalla paura. Spero che la mia impresa possa restituire un pizzico di speranza alle persone, che sono scoraggiate dal periodo storico che stiamo vivendo. Ogni tanto è bello fantasticare di poter fare qualcosa con entusiasmo: piccolo o grande che sia, poco conta. L’importante è sognare.

 

Paola Rinaldi

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