Che ti porto?

Classe 1980, psicologa e instancabile viaggiatrice. Francesca Di Pietro è una travel psychologist, una professione assolutamente unica in Italia che studia il comportamento turistico. Si definisce una ragazza con la valigia, perché ogni scusa è buona per prendere un aereo e partire.

Fino ad oggi ha visitato 41 Paesi, di cui racconta nel suo blog personale http://www.chetiporto.it/, e qualche mese fa ha aperto il sito http://www.viaggiaredasoli.net/, dedicato a tutti coloro che amano viaggiare da soli o vorrebbero iniziare a farlo.

Psicoviaggiatrice: di cosa si tratta esattamente?
Sono laureata in psicologia e, per anni, ho lavorato nell’ambito delle risorse umane per conto di numerose società di consulenza e aziende italiane. Ad un certo punto, ho deciso di stravolgere la mia vita e concentrarmi sui viaggi, senza però accantonare la psicologia, ma utilizzandola per indagare non soltanto il lato ludico e culturale di un viaggio, ma anche quello di crescita personale e collettiva.

Un modo originale per osservare se stessi?
Sicuramente. In viaggio, ci si trova ad affrontare situazioni che sfuggono al proprio controllo o che magari non si sceglierebbero nella normale routine. Lontani dal proprio contesto abituale, ciascuno di noi vive un momento di crescita interiore. Prendiamo il mio caso, ad esempio: mi è capitato di trovarmi a Cuba nel periodo dell’uragano Charlie. Sognavo da tutta la vita l’isola di Cayo Largo e, appena arrivata, mi è stato chiesto di evacuare per motivi di sicurezza. Caratterialmente, mi piace avere sempre tutto sotto controllo e quell’imprevisto mi ha fatto cadere nel panico, perché in un istante ho visto sfumare ogni progetto di visita a quelle spiagge cristalline e i bagni con le tartarughe. Ho dovuto lavorare su me stessa per superare la delusione e accettare il cambiamento di programma. Paragonando la “me in viaggio” con la “me a Roma”, mi sono accorta di come spesso gli atteggiamenti e l’approccio alle situazioni siano completamente diversi.

Dunque, viaggiare può essere terapeutico?
Sì, perché al ritorno ti accorgi di avere occhi nuovi sul mondo e di essere in grado di affrontare circostanze che prima apparivano insormontabili. Questo vale sia per gli aspetti psicologici che per quelli pratici: oggi, ad esempio, affronto in maniera diversa il freddo grazie ai due mesi trascorsi sulle Ande, a un’altezza mai inferiore a 2500 metri. Il problema è che non tutti sanno interpretare il cambiamento che ogni viaggio comporta e, per questo, ho deciso di “abbracciare” la professione del travel psychologist, aiutando le persone ad affrontare un viaggio e usarlo per correggere i propri comportamenti.

Il viaggio adatto per un timido?
Un’avventura in solitaria. Viaggiare da soli rafforza l’autostima, stimola il coraggio, aumenta la capacità di problem solving, migliora la flessibilità e permette di scoprire capacità che non si pensava di avere. Quando si può contare solamente sulle proprie forze, si impara ad essere attori della propria vita, a decidere cosa si desidera davvero, a non accontentarsi e a responsabilizzarsi.

Al contrario, il “tutto organizzato” è per gli spavaldi?
In linea generale, è adatto alle persone indipendenti e individualiste che vogliono aumentare la loro flessibilità. Per chi non parla le lingue straniere o ha difficoltà ad approcciare le altre culture, i viaggi organizzati possono anche essere un’ancora di salvezza.

Come scegliere la località?
In base alle esperienze che si vogliono vivere. Ogni luogo può essere più o meno caotico, silenzioso, naturalistico, urbano e richiede determinati atteggiamenti o compromessi.

C’è un luogo del mondo a cui sei maggiormente legata?
Amo moltissimo il Messico, ma la Bolivia mi è entrata nel cuore… forse perché non mi aspettavo di trovare quello che invece ho scoperto. Il primo impatto è stato molto duro, perché si tratta di un Paese estremamente povero e diverso dalla realtà a cui siamo abituati. In un mese di permanenza, ho iniziato a capire le persone e a scoprire molto più del Salar de Uyuni.

So che ogni volta ti piace tornare a casa con un souvenir, un accessorio, un gioiello etnico o artigianale del luogo che hai visitato: perché?
Esiste un motivo se un Paese utilizza un materiale piuttosto che un altro, se l’artigianato locale punta su un determinato prodotto. Con i monili, i gioielli e gli oggetti per la casa, ogni popolo racconta la sua storia e i suoi valori.

Hai anche condotto una ricerca indipendente sulla personalità del viaggiatore. Quali sono i risultati più importanti?
È molto interessante la modalità con cui si organizza un viaggio. Le persone più vulnerabili si affidano preferibilmente a un tour operator, perché cercano sicurezza, accoglienza e un’esperienza che non le allontani dall’area di confort. Chi cerca informazioni sul web, invece, insegue l’esperienza, l’emozione.

Quanti viaggiatori esistono?
Io ne ho individuate quattro categorie. Il primo è il viaggiatore autocentrato in fuga, per il quale la disciplina e l’ordine sono importanti, è pessimista, non prende decisioni autonomamente, è diffidente rispetto alle altre culture e non ama i contesti troppo affollati. Poi, c’è il viaggiatore socio/adrenalinico, socievole e poco complicato, che non ha richieste puntigliose, ama il divertimento, organizza i viaggi in base ai racconti degli amici e ama fare cose nuove. La terza categoria è quella del sognatore/emotivo, che cerca il viaggio “alla Sepulveda”, quello pieno di avventure, senza programmare troppo, da raccontare agli amici al ritorno. Infine, c’è il programmatore/introverso, meticoloso e preciso, che cerca viaggi sicuri, non ama il rischio e ha bisogno di essere rassicurato.

Al di là delle differenza, perché si viaggia?
Per cercare qualcosa o per allontanarsi da qualcosa. Non necessariamente deve essere una problematica o un dramma: si può anche semplicemente andare alla ricerca di un’emozione, una sensazione, l’approfondimento di una cultura, la libertà. Tutti i grandi viaggiatori hanno un obiettivo. Basta scoprire quello da mettere in valigia.

Paola Rinaldi

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