Il mio ritorno alla Terra

Esistono limiti, ma non confini: il fotografo Matteo Di Giovanni, classe 1980, ha voluto provarlo sulla sua pelle con un viaggio in auto dall’Italia a Capo Nord, affrontato insieme all’amico videomaker Lucas Pernin.
Da ottobre a novembre, i due artisti hanno sfidato la strada con il progetto Reaching the cape, sostenuto da una precedente campagna di crowdfunding e che per Matteo ha assunto un sapore speciale, quasi di ritorno alla Terra, dopo l’incidente che lo ha coinvolto nel 2011 in Bosnia Erzegovina e gli è costato l’amputazione della gamba sinistra.
Strada facendo, ha scoperto che esistono limiti umani, sì, ma nessun confine per i paesaggi così come per le passioni: la sua ad esempio – smisurata – per la fotografia.

Matteo, perché Capo Nord?
Era un viaggio che sognavo da molto tempo, almeno quindici anni, ma che per vari motivi ho continuato a rimandare.
Devo confessare che l’attesa è stata ampiamente ripagata, perché la bellezza dei paesaggi ha superato ogni aspettativa: il fatto poi di aver scelto una stagione come quella dei primi freddi, per certi aspetti meno agevole, ci ha regalato scenari meravigliosi e lontani dal classico turismo, che hanno coronato un’avventura magica.

Immagine di Matteo Di Giovanni, con Lucas Pernin a Capo Nord per Reaching the capeMeglio fotografare un luogo o una persona?
Dipende. Amo entrambe le cose, perché ciascuna può trasmettere emozioni differenti. In questo viaggio mi interessava soprattutto il paesaggio, vissuto come una personale riappropriazione dello spazio, che per cinque anni – dall’incidente del 2011 alla successiva convalescenza – non sentivo più mio.
Quando non era ancora certo il mio grado di recupero, la domanda che mi girava per la testa era sempre la stessa: “Cosa potrò ancora fare e dove potrò ancora andare?”.

Anche perché hai sempre viaggiato tanto…
Sì, e proprio per questo motivo desideravo affrontare una “sfida”, mettendomi alla prova sui nuovi limiti e capendo al contrario quali erano le nuove possibilità.
Fra i limiti che sentivo più forti c’era proprio il rapporto con lo spazio: anche per questo motivo ho scelto un luogo del mondo dove le aree densamente popolate cedevano gradualmente il passo a quelle più isolate.

Immagine di Matteo Di Giovanni, con Lucas Pernin a Capo Nord per Reaching the capeNel tuo stile fotografico, conta più l’improvvisazione o lo studio dell’immagine?
Di solito, studio maggiormente l’inquadratura nei luoghi che conosco bene, mentre nel viaggio a Capo Nord ho mandato tutto all’aria, spogliandomi delle convinzioni fotografiche e lasciando che le cose accadessero da sole.
Scattavo quando vedevo qualcosa di interessante, non tornavo sul posto per sfruttare una condizione di luce migliore, mi lasciavo conquistare a prima vista senza pianificare nulla.
Spesso, io e Lucas venivamo guidati dalle indicazioni delle persone del posto, incontrate per caso, che ci davano appuntamento in un luogo a loro particolarmente caro per mostrarcelo: solo in quel modo si può andare oltre le mappe ed essere folgorati da ciò che non ti aspetti…

Un incontro speciale fra tutti?
In Norvegia, mentre io e Lucas stavamo consultando una mappa, siamo stati avvicinati da un musicista locale che voleva offrirci aiuto: abbiamo passato la sera a bere come vecchi amici, siamo stati ospiti a casa sua per qualche notte e abbiamo condiviso le sue passioni, ovvero la musica e il restauro delle auto antiche.
Sin dall’inizio, anche lui si è sentito parte di questo progetto, ne ha capito lo scopo e ci ha offerto la possibilità di incontrare altre persone lungo la strada, oltre a suggerirci un meraviglioso itinerario su un ghiacciaio.

Immagine di Matteo Di Giovanni, con Lucas Pernin a Capo Nord per Reaching the capePerché ricordi questa conoscenza fra tutte le altre?
Quando si affronta una difficoltà come la mia, le persone care ovviamente ti incoraggiano, dicendoti che ce la farai, che tutto passerà, che riuscirai nelle tue piccole e grandi sfide.
Se però il “tifo” arriva da uno sconosciuto, che non ti deve nulla e quindi non è di parte, le sue parole assumono un significato più forte. È avvenuto questo con lui.

Adesso come sfrutterai il materiale che hai raccolto per il progetto “Reaching the cape”?
L’idea principale è organizzare una mostra itinerante in cui affrontare il potere della fotografia non soltanto dal punto di vista espressivo, ma anche come stile di vita, da portare in giro per i principali festival a tema d’Italia e d’Europa.
Personalmente, ho trovato proprio in questa professione la via d’uscita per la situazione in cui mi trovavo: è stata la mia terapia, perché nella sua pratica ho trovato una grande forza, maggiore rispetto a qualsiasi psicanalisi.

Immagine di Matteo Di Giovanni, con Lucas Pernin a Capo Nord per Reaching the capeNell’era del digitale, hai scelto la fotografia analogica: perché?
Dopo l’incidente, ho avuto molto tempo a disposizione.
E il tempo è proprio quello che occorre per la fotografia analogica, per cui mi sono riavvicinato a questa pratica, anch’essa caratterizzata dalla lentezza e dall’attesa, lontano dall’immediatezza del risultato: c’è una sorta di similitudine fra il processo di creazione e quello di adattamento del corpo a una protesi.
E poi mi piace stare in camera oscura, stampare e seguire la nascita di uno scatto dall’inizio alla fine.

E si sposa bene con il viaggio?
Sì, perché ricorda il classico diario, che non si rilegge tutti i giorni, ma quando si ritorna.
Allo stesso modo, riguardare tutti i provini consente di ripercorrere e rielaborare nuovamente le emozioni provate per strada, senza bruciare tutto all’istante. Anche noi abbiamo condiviso parte del lavoro durante il viaggio, soprattutto per tenere aggiornate le persone che hanno sostenuto il progetto grazie alla campagna di crowdfunding, ma si è trattata di una piccola “vetrina” rispetto al complesso del lavoro, che oggi stiamo scoprendo ancora lentamente.

Quale tema sociale vorresti raccontare per immagini?
Forse vorrei sfatare una frase che non condivido: “Il limite non è fisico, ma solo mentale”.
In realtà, le persone che vivono un disagio nel corpo vivono limiti reali, per quanto la mente possa aiutarle a spingersi oltre.
Anche nel mio ultimo viaggio, ho cercato spesso di inserire negli scatti il tema dell’accessibilità, che non è così scontata negli spazi chiusi come in quelli aperti.
Che siano limiti concreti o meno, vale comunque la pena tentare di superarli: se non ci proviamo, non sapremo mai di cosa siamo capaci e di quanto siamo in grado di dare.

Paola Rinaldi