Arte africana e viaggi

Maternità Yoruba

Viaggi e arte: due campi che apparentemente sembrano appartenere a mondi diversi. Il viaggio evoca prospettive dinamiche, movimenti più o meno ampi nello spazio geografico e processi cognitivi non ortodossi, quasi casuali.
L’arte, al contrario è, o dovrebbe essere, fuori dal tempo, il prodotto di una riflessione estetica e creativa che si svolge principalmente nella mente dell’artista. Ne siamo sicuri? Per saperne di più siamo andati a intervistare Bruno Albertino, medico torinese e attento viaggiatore, che ha maturato durante i suoi viaggi una passione per le arti primitive, con particolare riguardo all’arte africana, di cui è collezionista e fine conoscitore.

Che cosa s’intende per “arte africana”?

Maternità Yoruba
Maternità Yoruba

Il termine è sicuramente riduttivo, poiché si riferisce a un quadro di grande complessità: sarebbe come parlare di arte europea, comprendendo nel novero le sculture di Michelangelo, i dipinti degli Impressionisti  e gli studi spaziali di Fontana. Tuttavia, in questo contesto, per arte africana si considera sostanzialmente la produzione plastica e scultorea dell’Africa situata a sud del Sahara e realizzata per scopi religiosi e cerimoniali. In pratica, si tratta di maschere, figure, oggetti d’uso, bronzi e terrecotte. Oggetti di grande valore estetico, che hanno influenzato artisti e movimenti del primo Novecento (Cubismo, Surrealismo, Fauvismo). Basti ricordare nomi come Henri Matisse, André Derain, Pablo Picasso, Franz Marc, August Mecke, Emil Nolde e altri, che furono intensamente ispirati dalla cosiddetta art nègre. Grande importanza, per la conoscenza in occidente della materia, ebbe il mercato, con i leggendari galleristi della Parigi di inizio secolo: basti ricordare Charles Ratton, Joseph Brummer, Paul Guillaume ed Emile Heymann, proprietario della boutique “Au Vieux Rouet”, frequentata da molti artisti dell’epoca.

Quali sono le caratteristiche dell’opera d’arte africana?

Maternità Luba
Maternità Luba

In Africa non esiste l’arte per l’arte. Vi è stretta connessione tra forma, funzione pragmatica degli oggetti, uso rituale, politico e sociale. Inoltre, il concetto “one tribe one style” (una tribù uno stile), non è sempre aderente alla realtà, in quanto l’identità di alcuni gruppi etnici fu creata in epoca coloniale, per motivi politici e amministrativi. Sono inoltre molto diffusi gli stili misti poiché fabbri, fonditori e scultori erano spesso itineranti. Infine, dobbiamo considerare che anche nell’arte africana esistono grandi Maestri accanto ad artisti mediocri, capolavori accanto ad opere poco più che artigianali. Purtroppo, l’assenza di scrittura e il mito dell’anonimato dell’artista, sostenuto in epoca coloniale, non hanno tramandato con sicurezza notizie riguardo agli autori delle opere. È solo negli ultimi anni che gli studi in materia si sono focalizzati sulle attribuzioni, collegando alcune opere di particolare bellezza con personaggi reali, come il Maestro di Buli, il Maestro di Bouaflé, il Maestro delle capigliature a cascata ed altri ancora.

Arte africana e viaggio. Quali rapporti?

Coppia di Ibeji con vestitino di cauri
Coppia di Ibeji con vestitino di cauri

Rapporti cruciali. È infatti grazie ai primi viaggiatori ed esploratori che l’arte africana, se pur confinata nelle collezioni etnologiche dei grandi musei d’Europa, è stata conosciuta in occidente. Picasso rimase folgorato dall’arte dei Grebo e dei Mahongwe, esposta al Musée d’Ethnografie du Trocadero di Parigi. Egli stesso acquistò da un marinaio nel porto di Marsiglia una maschera Punu per la sua collezione. Il viaggio e l’interesse etnografico sono tuttora un potente catalizzatore per lo sviluppo della passione per le arti primitive. O almeno lo è stato (e lo è) per me, che viaggio in Africa con mia moglie Anna da circa trent’anni, ricavandone ogni volta nuovi stimoli e conoscenze. Una delle prime acquisizioni della nostra collezione avvenne proprio durante un viaggio in Mali, sulla Falesia di Bandiagara alla fine degli anni Ottanta: una piccola statuetta Dogon che custodiamo ancor oggi con affetto.

Esiste ancora un’arte africana “vivente” in Africa?

Antenato Tabwa
Antenato Tabwa

Se per arte “vivente” s’intende il collegamento di un’opera con il sapere locale, direi di sì, anche se l’avanzare del progresso provoca la scomparsa delle culture tradizionali e dei piccoli gruppi etnici. Ma, per paradosso, i cambiamenti sociali che stanno investendo il continente, con la dissoluzione delle società segrete e degli apparati rituali, hanno determinato l’emergere alla luce di oggetti sacri fino ad ora celati a occhi profani. Detto questo, trovare oggi in Africa oggetti tribali autentici è sempre più difficile. Tuttavia, concentrando l’attenzione sulle caratteristiche stilistiche, le patine e i segni d’uso, forti di un’esperienza non occasionale, è ancora oggi possibile imbattersi in oggetti di notevole valore estetico.

Arte africana e mercato. Come funziona?

Pipa Dogon
Pipa Dogon

Il mercato è sempre stato un importante elemento di diffusione e valorizzazione dell’arte africana. Sicuramente, lo sviluppo del campo delle attribuzioni, con l’individuazione di alcuni grandi Maestri e dei loro capolavori, rappresenta la nuova frontiera della ricerca nel campo dell’arte africana. Il cosiddetto pedigree, cioè l’appartenenza dell’oggetto a collezioni più o meno famose, è senz’altro un fattore importante per determinarne il valore economico. Allo stesso tempo, questa sorta di neo-feticismonon dovrebbe prevaricare il valore estetico e storico dell’opera. Infine, il collezionista è solo un custode temporaneo di beni e culture, una tappa di un percorso che spesso conduce dal privato alle strutture museali. Un iter a volte prestigioso: basta ricordare, ad esempio, la collezione appartenuta al celebre scultore inglese Jakob Epstein (1880-1959), in buona parte acquisita in seguito da Carlo Monzino, quindi venduta al prestigioso Musée Dapper di Parigi ed esposta all’attenzione del pubblico.

E in Italia?

Ezio Bassani e Bruno Albertino
Ezio Bassani e Bruno Albertino

Finalmente anche in Italia, dopo un lungo periodo di indifferenza, da qualche decennio l’arte africana sta guadagnando un posto degno della sua importanza. Ciò grazie soprattutto ad alcuni studiosi e collezionisti, che hanno avuto per primi il merito di capirla e valorizzarla, diffondendone i valori artistici ed estetici. Tra tutti Ezio Bassani, giustamente considerato il più grande esperto italiano vivente e uno dei massimi specialisti mondiali del settore. Bassani ha curato memorabili mostre a Firenze, New York, Parigi, Washinton, Monaco, Torino, collaborando con i principali protagonisti della scena internazionale, come William Fagg e Frank Willet, per citarne alcuni. Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e incontrarlo poche settimane fa.
Il professor Bassani è tuttora animato da una profonda passione per l’arte africana. I temi ricorrenti nei suoi approfonditi studi sono il riconoscimento dei Maestri e dei loro capolavori, l’importanza delle fonti come metodologia di studio, la datazione delle opere. Importantissimo è il suo contributo allo studio degli avori afro-portoghesi. Mi ha molto colpito la sua semplicità e disponibilità, insolita per un personaggio che ha conosciuto, nel corso di quasi un secolo, i più grandi protagonisti dell’arte africana mondiale. È stato per me un grande privilegio poterlo conoscere e sottoporgli le mie idee e suggestioni.

Progetti per il futuro?

Vorrei sviluppare nuovi ambiti di studio nei settori meno esplorati dell’arte africana tradizionale e approfondire lo studio delle sculture di piccole dimensioni (capolavori in miniatura), sviluppando ulteriormente la conoscenza dell’argomento mediante mostre ed esposizioni che mettano in relazione la scultura tribale con l’arte contemporanea, sia occidentale che africana. Un percorso iniziato con l’esperienza di “Essere e apparire. Volti e sculture dell’Africa tribale” (www.africantribalart.it) e che intendo certamente proseguire.

Paolo Novaresio

 

Clicca qui per leggere altri articoli della sezione Personaggi