Monto la bici e poi parto

Lui va “a passione”, non a benzina. Alessandro Zeggio, 39 anni, meccanico dell’Azienda Mobilità e Trasporti (Amt) di Genova, ha sposato un modo nuovo per muoversi in città, la bicicletta pieghevole, da cui non si separa mai come se fosse un cellulare o qualsiasi altro accessorio da zainetto. “La uso per le mie faccende quotidiane, come raggiungere il lavoro, fare la spesa o incontrare gli amici per un aperitivo”. Il suo amore per le due ruote portatili lo ha convinto a organizzare un viaggio insolito: duecento chilometri in sella da Voltri a Moncalieri, percorsi da sabato 29 giugno a martedì 2 luglio, sulla rotta del capitano Enrico D’Albertis.

Sei partito dalla sua casa natale. Chi era costui?
Qui a Genova è un personaggio storico piuttosto famoso, noto soprattutto per i suoi viaggi avventurosi. Di famiglia benestante, tra Ottocento e Novecento, il capitano Enrico D’Albertis ha navigato in lungo e in largo per il pianeta: dopo aver compiuto tre giri del mondo e il periplo dell’Africa, utilizzando i più svariati mezzi di trasporto, dalla nave al cavallo, dal treno al cammello, dalle barche a vela agli idrovolanti, ha ripercorso la rotta di Cristoforo Colombo fino a San Salvador utilizzando gli strumenti nautici in uso nel XV secolo, da lui stesso ricostruiti.

Qual è il suo legame con la bicicletta?
Nell’atrio del Museo delle Culture del Mondo di Genova, sorto proprio nella splendida dimora del Capitano D’Albertis, è esposto il velocipede con cui lui, nel 1872, ha raggiunto per scommessa il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, dove aveva studiato da adolescente e che all’epoca rappresentava l’Oxford del Regno sabaudo (www.realcollegio.carloalberto.org). Si sa poco di questa impresa, ma quel velocipede insieme alla personalità itinerante di Enrico D’Albertis mi ha messo in testa l’idea di ripercorrere il suo tragitto verso Moncalieri.

Con lui condividi la passione per il viaggio?
Assolutamente sì. Seppure non abbia viaggiato molto, mi piace l’idea di scoprire il mondo come se sfogliassi le pagine di un libro, ricco di storie, cultura, paesaggi e persone.

Perché in bicicletta?
Si tratta di una passione molto recente. Ho rispolverato le due ruote l’estate scorsa, quando la benzina ha superato i 2 euro al litro. Arrabbiato per l’andamento economico, ho riportato alla luce la mia vecchia bicicletta sepolta in cantina e ho iniziato a pedalare. Poi, un giorno, sono sfrecciati davanti a me due turisti a bordo delle loro Brompton (www.brompton.co.uk) ed è stato amore a prima vista. Non sapevo dell’esistenza di queste bici pieghevoli, ma quando ho visto come funzionavano ho capito che un modello come quello doveva essere mio e ho iniziato la ricerca.

Quali sono i vantaggi di una bicicletta pieghevole?
Sicuramente il trasporto, perché si monta e si ripiega in poche mosse. Pesa solo dieci chili, non ingombra e può essere comodamente portata in autobus, sul treno, al supermercato, in ufficio, nelle camere d’albergo. Ho letteralmente l’idea di avere le ali sotto i piedi, perché quando esco di casa posso organizzare qualsiasi cosa, anche all’ultimo minuto, senza dovermi preoccupare del mezzo di trasporto. La bicicletta portatile è il mio sinonimo di libertà e, in più, non devo preoccuparmi del parcheggio: mica male, no?

Un bel regalo anche all’ambiente…
Sì, soprattutto per chi come me ama camminare in montagna e nutre un profondo rispetto per il pianeta, la terra, gli animali. In un certo senso, la bicicletta è stata un’aggiunta a uno stile di vita che avevo già adottato su altri aspetti.

Qualche pecca?
Forse il fatto che, a parità di sforzo sui pedali, va più lenta rispetto alla bici tradizionale. L’importante è non utilizzarla per mettersi in competizione o realizzare imprese agonistiche, ma sempre e solo per godersi la strada e il viaggio senza bruciare benzina.

Sei partito da solo per Moncalieri?
L’idea originaria prevedeva un viaggio in solitaria, in cui dovevo semplicemente affrontare questa avventura, scattare qualche foto da postare su Facebook e raccontare tutto agli amici al ritorno. Poi, però, la voce ha iniziato a circolare e ho ottenuto il supporto del Circolo Amici della Bicicletta di Genova (www.adbgenova.it), che mi ha aiutato ad avere il patrocinio del Comune di Genova, a cui si sono aggiunti quello del Museo delle Culture del Mondo, del Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri e della Federazione Italiana Amici della Bicicletta (fiab-onlus.it/bici). Con me, per l’intero tragitto, ha pedalato un ragazzo torinese, Gianluigi Ariano, che mi ha raggiunto in treno. Nei giorni successivi, invece, si sono aggiunti altri ciclisti nelle tappe intermedie a Ovada, Alessandria e Asti, da cui siamo partiti per fare un pezzo di strada insieme.

Pura passione o anche un pizzico di agonismo?
Sin dall’inizio, ho detto chiaramente che non mi interessava l’aspetto sportivo: Genova-Torino in quattro giorni non è un’impresa memorabile dal punto di vista agonistico, ma sicuramento lo è sul piano umano. Trattandosi di una bicicletta urbana, ho voluto sostare nelle città principali per la notte, percorrendo una cinquantina di chilometri al giorno e dedicando il resto del tempo a visitare i luoghi, parlare con la gente, scattare foto. La filosofia opposta è stata adottata da un ragazzo genovese, Maurizio Bruschi, che ci ha raggiunti in un solo giorno ad Asti e ha proseguito con noi fino a Moncalieri: grazie a lui, abbiamo aggiunto una spolverata di agonismo all’avventura.

Cosa ti è rimasto impresso nella mente?
Per prima cosa, le persone: soprattutto i bambini sono incuriositi da queste biciclette portatili, perché sono affascinati da un adulto che viaggia su due ruote così piccole. Ma sono rimasto colpito anche dalla bellezza di questa zona d’Italia, che so di avere a portata di mano ma non avevo mai scoperto nei minimi particolari attraversandola in auto. Basta allontanarsi di pochi chilometri dall’autostrada per scoprire paesi meravigliosi, che sfrecciando ad alta velocità passano inosservati. In fondo, non serve andare lontano per scoprire quanto è bello il mondo.

Sei tornato a casa, ma il gran finale ti aspetta giovedì 11 luglio…
Sì, in occasione della manifestazione “Pedali nella Notte”, la fortunata serie di pedalate notturne proposte ogni giovedì dalla Fiab, è prevista una pedalata da Piazza de Ferrari al Castello d’Albertis, dove scatteremo alcune foto accanto al famoso velocipede e avremo l’onore di ospitare la pro-nipote del capitano Enrico D’Albertis, la signora Anna.

In definitiva, cosa conta per te in un viaggio?
Smettere di contare i chilometri, perché un viaggio non può essere ridotto alla distanza tra due punti geografici. Le vere unità di misura sono le persone incontrate lungo la strada, la possibilità di fermarsi senza ansia né fretta, la tranquillità dello spirito e un programma rilassato. Uscire di casa e iniziare a pedalare è già un’avventura.

Paola Rinaldi

 

Clicca per leggere altri articoli della sezione Personaggi

 

 

SHARE
Articolo precedenteIl ghepardo
Articolo successivoEco di viaggio