Verso il traguardo di Auburn

Cento miglia. Quasi 161 chilometri, attraverso le foreste pedemontane dell’Est della California. Caldo torrido a riempirne l’aria, orsi, leoni di montagna e serpenti a sonagli ad abitarne i sentieri. Alle 5 del mattino (ora della California, in Italia saranno le 14) di sabato 29 giugno, prenderà il via dalla stazione sciistica di Squaw Valley la Western States 100-Mile Endurance Run, l’ultramaratona più antica e famosa al mondo.
Tra i concorrenti che intraprenderanno il viaggio verso il traguardo di Auburn, anche un italiano: il fiorentino Alberto Lazzerini. Nella sua valigia, pensieri, aspettative e soprattutto un paio di scarpe da corsa!

2010 - 100 km della Namibia
2010 – 100 km della Namibia

Alberto, ormai è tempo di fare la valigia, destinazione California. Come stai trascorrendo questo avvicinamento alla partenza?
Sto sistemando le ultime cose prima del grande giorno.
Alberghi e voli sono già fissati e prenotati. La logistica è sotto controllo, sono ancora solo un po’ incerto sulla scelta dell’attrezzatura che utilizzerò in gara: zaino, scarpe, scorte alimentari.
Possono sembrare particolari da poco, ma quando devi poi percorrere 100 miglia, il materiale che porti con te deve essere a prova… di tutto.
Comunque dai, mi sento pronto.
Non vedo l’ora di decollare alla volta di San Francisco e dopo la gara, passare un paio di settimane di vacanza negli States con la famiglia.

Ultramaratona è anzitutto un’esperienza di uomini. Chi è l’uomo Alberto Lazzerini?
Citando Pirandello, vorrei quasi risponderti “Uno, nessuno e centomila”.
Uno, perché nel mondo dell’ultramaratona e in generale degli sport caratterizzati da una forte componente individuale, noi praticanti siamo innanzitutto molto “soli”: con noi stessi, con i nostri pensieri, con i nostri obbiettivi; e anche con i nostri limiti, per esplorare i quali forse abbiamo scelto proprio questa vita.
Nessuno, perché in un’ultramaratona, è tale il percorso di apprendimento, di evoluzione, di cammino che compiamo nel nostro io, che quando giungiamo al traguardo, quando finalmente abbiamo conquistato il titolo di finisher, non siamo più di certo la stessa persona. Ma credo che questo continuo fluire della nostra corsa e di ciò che accade intorno a noi, sia uno dei segreti che ci porta ad amare questa disciplina.
Centomila, perché appunto tante sarebbero le emozioni che si provano, le cose da dire insomma, che è davvero impossibile trovare una linea guida a tutto questo pensiero.

2010 - 100 km della NamibiaSulla Crazy Dune
2010 – 100 km della Namibia
Sulla Crazy Dune con la bandiera
della Fondazione Niccolò Galli

Questo è ciò che sta dentro Alberto Lazzerini. Se dovessi raccontarmi invece come uomo: beh, sono una persona assolutamente “normale”.  Ho 42 anni, sono marito e padre e ovviamente anche lavoratore. I miei inizi nella corsa si perdono negli anni della gioventù, fino a un brutto incidente che, occorsomi a metà degli anni ’90, mi ha fatto praticamente smettere e, mi piace pensare, che con quell’evento si sia chiusa definitivamente una pagina della mia vita, non solo sportiva.
Da qualche anno a questa parte però, anche grazie al sostegno della mia famiglia, di chi mi è sempre stato vicino e alla mia testa dura (quella sì che non mi ha mai abbandonato), ho ritrovato entusiasmo e amore per la corsa. O meglio, per il gusto di allenarmi, di mettermi in gioco.
Ho ricominciato così a frequentare l’ambiente delle ultramaratone, a gettarmi nella mischia e ho scoperto che mi piaceva ancora. Nel 2010 mi sono così cimentato in alcune manifestazioni di trail-running (la corsa su sentiero, ndr) e insieme all’entusiasmo sono tornati anche i risultati. Con la maturità, anzi con l’età, impari ad apprezzare altro dall’aspetto eminentemente agonistico: la compagnia, l’amicizia, la solidarietà di gruppo. E da lì nasce la mia seconda vita, la mia evoluzione dentro di essa, proseguita fino a portarmi qui oggi, a pochi giorni dal via di una gara magnifica. Certo, mi sono allenato duramente per correre su quei sentieri, ma andrà bene comunque, qualunque sia il risultato o il tempo finale.

Si desume che l’ultramaratona sia entrata in modo profondo nella tua vita…
L’ultramaratona per me è il simbolo del non arrendersi mai, la traduzione pratica, e sudata, del sapersi rialzare ad ogni caduta. Quando prima parlavo del sentiero di un’ultramaratona quale palestra di cambiamento interiore, mi riferivo proprio a questo: su una pista battuta, in mezzo ai ghiacci, tra le dune di un deserto oppure abbracciato da una splendida cornice alpina, sai comunque che ogni passo non è mai uguale all’altro. Ti aspettano insidie di ogni tipo, dal bastoncino di legno alla pozza di fango, fino alle rocce instabili. Può capitarti di inciampare, eppure da ogni caduta ho trovato spesso ancora più forza per ripartire verso il traguardo. E queste sono le insidie che provengono dal terreno, dall’ambiente circostante: elementi esterni a te stesso insomma. Di tutto ciò bisogna avere un sacro rispetto, ma non per questo possiamo esserne sopraffatti. Poi però, vi sono anche le variabili che hanno origine dentro noi stessi. E saper essere flessibili a questi mutamenti meccanici, chimici e fisici, è secondo me una chiave per il successo in un’ultramaratona, inteso come raggiungimento della linea d’arrivo.

2012 - Courmayeur-Champex-Chamonix
2012 – Courmayeur-Champex-Chamonix

Per spiegarmi meglio prendo spunto da un concetto della cultura giapponese. Nel codice dei Samurai, non esiste il termine “ritirata”. I generali giapponesi, in questo caso comandano di “Girarsi e Avanzare”. Se dovessi racchiudere la mia idea di ultramaratona in una frase, penso proprio che “Girarsi e Avanzare” calzerebbe a pennello.

Quando hai deciso di avvicinarti al mondo dell’ultramaratona?
Non c’è stato un momento in particolare. Forse il fatto di ricominciare ad allenarmi e a competere dopo tanti anni di stop, con la conseguente trasformazione psicofisica che ne era derivata, ha avuto una sua influenza. Però sai, credo di essermi sempre sentito ultramaratoneta, quantomeno nella testa. Ricordo ancora di quando ero poco più che un ragazzo, e il mio allenatore storico Giovanni Fraghì era solito definirmi “un mulo” perché se mi dava quale compito del giorno una trentina di ripetute, poteva capitare che ne facessi anche trentadue. Questo intendevo con “testa dura” e a distanza di anni sento di ritrovarmi in quell’appellativo e penso anche di andarne fiero.

2012 - 100 km del Passatore - Alberto è seguito da Piero Sisti, capitano del Karhu Ultra Trail Team, e "pacer" per l'occasione
2012 – 100 km del Passatore
Alberto Lazzerini è seguito da Piero Sisti,
capitano del Karhu Ultra Trail Team
e “pacer” per l’occasione

C’è un momento delle ultramaratone che hai corso, che ti piace ricordare?
Una su tutte la Courmayeur-Champex-Chamonix dello scorso anno. 100 km e quasi 6000 metri di dislivello ai piedi del massiccio del Monte Bianco.
La settimana del pregara era trascorsa studiando le previsioni meteo, tutte concordi per il brutto tempo, ma nonostante tutto ero sereno e tranquillo.
È una sensazione di grande gratificazione, che proviene dalla consapevolezza di aver fatto del proprio meglio per essere pronti alla sfida, dalla sicurezza nei propri mezzi e dalla voglia di coronare il proprio sogno.
Carico di questa energia, mi sentivo pronto ad affrontare le difficoltà che avrei incontrato, e sapevo che questo insegnamento sarebbe valso per ogni singola prova avessi affrontato da allora. Inoltre tenevo particolarmente a quella gara, perchè concluderla nel tempo stabilito mi avrebbe dato il diritto di partecipazione al sorteggio per la Western States. Dopo più di 17 ore di pioggia, freddo e neve, la missione era compiuta. Fu davvero una giornata indimenticabile, e se sarò alla partenza di Squaw Valley, lo devo per modo di dire anche al grande padre Monte Bianco.

Quando e come è nata l’idea di partecipare alla Western States?
Lo ammetto: ci pensavo dal 2009, da quando avevo ripreso a correre. Ho sempre amato il Nordamerica, le foreste della Sierra Nevada, la California; correre un giorno su quelle piste e respirare profumi e colori di quella terra, è sempre stato il mio grande sogno. Solo però dal 2011, dopo la Courmayeur-Champex-Chamonix, da quando ho avuto modo di entrare a far parte del Karhu Ultra Trail Team e correre insieme a dei cari amici appassionati e amatori della disciplina, il sogno ha cominciato a vestirsi di realtà, a divenire un’idea concreta, oltre che una missione personale da compiere, anche se gli ultimi mesi sono stati davvero impegnativi. Calcherò le orme di chi ha fatto la storia dell’ultramaratona, nei luoghi dove tutto è cominciato. Non vedo l’ora!

La partenza della WS
La partenza della WS

Sulla carta, della WS conoscerai ormai ogni singolo miglio. Ma quali condizioni ambientali e climatiche ti aspetti in California?
Il tipo di terreno non presenta enormi difficoltà tecniche.
Mi spiego: certo, la curva altimetrica è molto pronunciata, specie nella primissima parte, ma i sentieri americani differiscono molto da quelli che percorriamo sulle nostre Alpi. Questi ultimi sono spesso rocciosi, a gradoni, stretti, molto insidiosi. In America invece, le grandi piste carovaniere sono costruite per essere percorse anche a cavallo, e dunque ci si trova spesso a correre su sentieri battuti e piuttosto larghi. Naturalmente, tutto ciò non significa che “sia più facile”. Correre molte ore è di per sé già un grande sforzo: farlo con quelle condizioni climatiche e ambientali, può divenire veramente un’impresa. Ed è proprio questa la mia principale preoccupazione di questi giorni: passerò dai 30 gradi di temperatura media qui in Italia, ai 38 della California. Ma soprattutto, sarà la temperatura del terreno a costituire l’insidia maggiore. Perché qui da noi ha piovuto parecchio, e i sentieri sono sempre piuttosto umidi e freschi. Laggiù, le temperature del terreno si aggireranno sui 43 gradi, e non c’è nemico peggiore per un ultramaratoneta del calore irradiato da sotto le scarpe: da questo fenomeno si innescano infatti tutti quei processi biochimici che il corpo mette in atto per proteggere la propria idratazione. Insomma, sarà una lunga giornata.

Il traguardo della WS
Il traguardo della WS

In queste notti avrai certamente sognato e visualizzato il traguardo di Auburn.
Come immagini il “tuo” traguardo?
Come immagino il mio traguardo: la pista di atletica di Auburn, qualche tifoso assonnato sulle gradinate, ma soprattutto il mio sorriso. Perché sono sicuro che tutto ciò non potrà che regalarmi gioia. E sono anche felice e orgoglioso di dire che ad accompagnarmi al traguardo avrò la bandiera con i colori della Fondazione Niccolò Galli: una causa che sento molto vicina, molto mia.

 

Emanuele Paolo Valente

 

Si parla di Western States Endurance Run anche in Ultramaratona. L’inizio di un’avventura

 

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