Africa, dal sogno alla vita

Africa, una parola vasta come un continente. Doveva essere solo un viaggio e invece è diventata la loro vita. Nel 2004, Stefano Pesarelli e la sua compagna Francesca Guazzo organizzano una trans-Africa in solitaria della durata di quattro mesi, percorrendo a bordo di una vecchia Fiat Campagnola 23 mila chilometri da Torino al Mozambico, attraverso i deserti di Libia, Egitto e Sudan fino agli altipiani dell’Etiopia, verso il Kenya e la Tanzania. «Sembra passato tanto tempo, perché sono cambiate le modalità del viaggio», ricorda Francesca. «Nonostante ci fosse il Gps, non eravamo così attrezzati perché le mappe dell’Africa erano poche e costosissime. Allora, c’era la cartina». Quel viaggio è l’inizio di un amore: la voglia di comprendere a fondo le tradizioni, la gente e il territorio africano portano Stefano e Francesca a intraprendere l’avventura di Africa Wild Truck (www.africawildtruck.com), un tour operator con base a Mulanje, in Malawi, che organizza safari a bordo di un camion Fiat Iveco ACM 90 4×4.

Francesca, con quali motivazioni eravate partiti nel 2004 e cosa vi ha convinti a rimanere in quel continente?
Siamo partiti con la scusa della mia tesi di laurea. L’anno prima, avevo letto un articolo dedicato all’Ilha de Moçambique, una piccola isola a nord del Mozambico. Non riuscivo a smettere di pensarci… e, nello stesso tempo, mi serviva un argomento per la tesi. Così, sono partita con Stefano a bordo di una Fiat Campagnola. In quegli anni, Internet aveva una copertura di rete solo nelle città principali e non c’era Google Earth. Parliamo solo del 2004, ma da allora le cose sono completamente cambiate. Si faceva affidamento soprattutto su se stessi, ma anche sul dialogo con le persone. Ogni giorno era una grande avventura.

In quanto tempo vi siete trasferiti?
Non è stata una decisione presa a tavolino. Durante la trans-Africa del 2004, sognavamo di condividere le nostre esperienze con gli amici. Una sera, ci siamo messi a chiacchierare intorno al fuoco, sulle rive dello Zambesi, cullati dalla luce delle stelle e dall’aroma del caffè… e abbiamo iniziato a immaginare il nostro progetto. Piano piano, i sogni si sono concretizzati e abbiamo capito che questa era la vita che desideravamo.

Come avete comunicato la decisione di trasferirvi ai vostri amici e famigliari?
Semplicemente, gli abbiamo raccontato il nostro sogno. Molti di loro sono venuti a trovarci e poi, oggi, esistono molti mezzi per comunicare: Facebook, Skype. La tecnologia accorcia le distanze.

Quale accoglienza avete trovato in Africa?
Siamo stati accolti a braccia aperte. Nel corso dei nostri incontri, abbiamo imparato che qui la divisione tra lavoro, amicizia e vita è piuttosto complicata. In generale, è vero il detto: “Tutto il mondo è paese”. Ci sono persone dai larghi sorrisi, c’è tanta voglia di fare, di cambiare e a Lilongwe convivono 91 differenti nazionalità. Non siamo soli!

Quali sono le differenze tra la vita in Italia e quella in Malawi?
Soprattutto i ritmi. Qui c’è ancora il tempo per godersi le piccole cose, che poi forse sono le più grandi. La luce è diversa… ho visto cieli meravigliosi in questi anni. I sorrisi delle persone, così come le tragedie, si consumano in silenzio, senza tanto clamore. I disastri ambientali in nome del business sono dietro l’angolo. C’è poco controllo per l’ambiente e si insegue il mito dell’Occidente, anche se non credo che quella sia la strada giusta. Ci sono tante differenze, ma anche tanti punti in comune. In fondo, si cercano le stesse cose: felicità e serenità.

Spesso si parla di “mal d’Africa”: cos’è?
Dicono che sia una sorta di nostalgia. Forse l’ho provata quando tornavo in Italia, ma non è facile descriverla. È un desiderio di spazi aperti, di luce, di natura, di vita. Penso che, al suo interno, ci sia un richiamo atavico, come un desiderio di cose già viste, sentite, annusate. Un ritorno al primordiale che c’è in noi.

Tu e Stefano siete appassionati viaggiatori. Scegliere l’Africa non ha significato in qualche modo “fermarsi”?
Fermarsi per ripartire. Posso dire di essermi fermata in questa tipologia di viaggiare: ormai, conosco bene questi luoghi e ogni angolo non mi riserva più la sorpresa del primo incontro. Ma amo questa sensazione di continuo ritorno negli stessi luoghi per assaporarne cambiamenti e dettagli che mi erano sfuggiti. Niente è mai uguale a se stesso.

Ogni tanto rientrate in Italia?
Sì, una volta all’anno. Siamo sempre italiani, non possiamo certo dimenticarlo. Si sente sempre la mancanza di qualcosa. Se potessimo avere qui i nostri affetti, avremmo davvero tutto. Magari con qualche film e… un pezzo di gorgonzola!

Che cosa trovano le persone che scelgono di viaggiare con il vostro tour operator?
Un’esperienza in Africa autentica. Al di là delle bellezze ancora selvagge e soprattutto degli stereotipi, spero che tornino a casa con sentimenti nuovi o ritrovati, magari un po’ cambiati. Questo, almeno, è quello che mi dicono.

In questo periodo, vi state facendo portavoce di un appello per aiutare la scuola primaria di Nanthomba. Qual è il vostro obiettivo?
Questa scuola si trova in una regione remota, nel distretto di Balaka, ed è diventata il punto di riferimento per un’area molto vasta. Basti pensare che gli alunni sono passati da 300 a 1000 in pochissimo tempo. Con l’aiuto dell’ong Help Malawi, questa scuola vorrebbe diventare un modello di auto-sostenibilità grazie ad alcune piccole iniziative, come un orto per i pasti dei ragazzi, i pannelli solari, l’accumulo di acqua piovana. In questo momento, si sta adibendo un’aula a sala computer per supportare diversi training. L’ideale sono computer laptop, che possono essere usati anche senza elettricità per alcune ore, cosa che capita spesso qui in Malawi. Chi vuole contribuire può scriverci all’indirizzo info@africawildtruck.com. Servono ancora cinque computer: chi non ne ha uno usato in casa?

Paola Rinaldi

 

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