Bhutan, viaggio nel regno della felicità

Il 2015 rimarrà nella storia dello sport in Bhutan: ultimo nella classifica mondiale Fifa delle squadre di calcio, il Bhutan è riuscito a eliminare lo Sri Lanka nel primo turno di qualificazione della Coppa del Mondo che si disputerà in Russia nel 2018.
Un importante traguardo per un piccolo paese che ha come sport nazionale il tiro con l’arco, famoso per avere adottato la felicità come indice di sviluppo umano.
Già solo per quest’ultima peculiarità, merita andare a vedere come stanno veramente le cose.

Bhutan. Monastero di Takstang
Monastero di Takstang

Regno himalayano incuneato tra India e Tibet cinese, aperto al turismo solo da quarant’anni e con permessi contingentati, il Bhutan si auto-definisce la Terra del Drago Tonante, come illustra l’emblema che compare sulla bandiera nazionale: è un paese profondamente impregnato della filosofia del Buddismo Mahayana di scuola tantrica Vairayana, quella del cammino verso l’illuminazione, ma soprattutto lontano un universo dalla nostra mentalità.

Secondo i parametri occidentali basati sul PIL si tratterebbe di una delle nazioni più povere della terra: in realtà qui nessuno muore di fame, non esistono mendicanti, né disoccupati, né criminalità e la grande maggioranza della popolazione ha accesso gratis alla sanità, all’acqua potabile e dispone di un moderno sistema fognario.
Non a caso l’aspettativa di vita negli ultimi quattordici anni in Bhutan è passata dai 47 ai 66 anni.
Parametri da sogno nel continente indiano.

Bhutan. Festival di Paro
Festival di Paro

In Bhutan, terra ricca di spiritualità e misticismo, si ragiona in maniera completamente diversa dal resto del mondo, dando priorità a valori particolari: ad esempio, dal 1971 al famoso PIL è stato affiancato il FIL o indice di Felicità Interna Lorda.
Questa scelta, condivisa e sostenuta anche dal Dalai Lama, pone la persona al centro dello sviluppo, riconoscendo che l’individuo ha sì bisogni materiali, ma prima ancora spirituali ed emozionali; il miglioramento degli standard di vita deve comprendere il benessere interiore, i valori culturali e la protezione dell’ambiente, mentre lo sviluppo deve puntare ad aumentare la felicità delle persone, piuttosto che la crescita economica.
I bhutanesi diffidano della ricchezza perché temono i danni che potrebbero derivare alle loro tradizioni culturali.
Provate a dirlo nel resto del mondo…

Bhutan. Festival di Paro
Festival di Paro

Ma cosa può offrire allo straniero questo paese che pare uscito appena ieri dal feudalesimo medievale?
Un paese in cui fino al 1974 non esistevano strade, auto, elettricità, telefoni, poste  e in cui la televisione è arrivata soltanto nel 1999 e internet un anno dopo (ma oggi anche i pastori nomadi di yak hanno il cellulare)?

Beh, un sacco di cose: prima tra tutte la varietà ambientale e paesaggistica, quindi l’architettura e infine una cultura religiosa originale, che si esprime in modo spesso pittoresco e spettacolare.

Il territorio del Bhutan spazia dalle pianure della valle del Brahmaputra, poco sopra il livello del mare, alle colline e agli altopiani centrali, fino ad estendersi alle cime del versante sud dell’Himalaya, alte fino a 7.500 metri, molte ancora inviolate perché interdette agli alpinisti.
Le incontaminate foreste del Bhutan ospitano elefanti, leopardi, tigri, scimmie, rinoceronti, orsi, panda, cervi, antilopi e una moltitudine di uccelli.
Tra i campioni della biodiversità spicca il takin, un curioso incrocio autoctono tra capra e bue muschiato.

Bhutan. Monastero di Paro
Monastero di Paro

Ovunque il paesaggio risulta dominato dagli dzong (ce ne sono 1.300), imponenti costruzioni situate in punti strategici, che sono allo stesso tempo monasteri, templi, fortezze militari e centri amministrativi, con funzioni di controllo sul territorio.

Esiste poi una quantità incredibile di edifici religiosi: i goemba, monasteri buddisti ubicati spesso in luoghi appartati e di non facile accesso, contenenti uno o più templi con le cappelle di preghiera, gli altari e le statue delle divinità; i chorten, graziosi tempietti e luoghi di preghiera, presenti un po’ ovunque, contenenti reliquie e  offerte.

Dopo la distruzione cinese delle opere d’arte in Tibet, quelle del Bhutan sono rimaste tra le uniche testimonianze della cultura religiosa e artistica del buddismo tibetano.
Molti dzong e monasteri organizzano grandi feste annuali, gli Tsechu, che costituiscono momenti di intensa suggestione scenografica e di aggregazione sociale, con musiche, danze, canti, rappresentazioni teatrali, cerimonie religiose, preghiere e processioni votive, che durano tre giorni dall’alba al pomeriggio, tra suoni di tamburi, gong, trombe e cimbali.

Da non dimenticare. 
Dal 2004 in Bhutan è vietato fumare ovunque, così come masticare, vendere o regalare tabacco.
In teoria si potrebbe fumare a casa propria, ma nessuno riesce a procurarsi sigarette, e ai pochi turisti ammessi sono concesse due stecche a testa, ma gravate da un dazio oneroso.
Questa norma apparentemente autoritaria e illiberale, come tante altre tende in realtà a preservare la salute fisica e mentale degli abitanti.
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Giulio Badini
I Viaggi di Maurizio Levi