Uomini e miniere

“Condividere la provenienza serve a comprendere le persone del luogo in cui si vive, al fine di rafforzare il legame che ognuno ha con la propria terra”. È il motto dell’associazione culturale Centro Studi “La Casa Sicilia” che, dal 24 al 26 gennaio, propone la dodicesima edizione della mostra fotografica “Uomini e miniere”. Ospitata presso il Parco Culturale “Le Serre” di Grugliasco, l’esposizione ripercorre momenti di vita e lavoro nelle miniere di zolfo siciliane dagli inizi del Novecento fino alla loro chiusura negli anni Settanta: oltre a oggetti, minerali e plastici, l’occasione sarà arricchita da sculture, dipinti e opere di artisti che si sono ispirati al mondo minerario, ma anche da audiovisivi tematici che verranno proiettati nel corso delle tre giornate. “Ancora una volta, il nostro compito è quello di portare alla luce i problemi e le lacune della realtà in cui viviamo attraverso l’esame del passato”, commenta la presidente dell’associazione, Silvana Bonfiglio. “Non dimenticare quanto è avvenuto serve a non sbagliare più”.

Presidente Bonfiglio, la mostra è incentrata sul mondo minerario: quando e perché avete inserito il filone delle miniere fra gli interessi della vostra associazione?
Si tratta di un tema che abbiamo introdotto sin dall’inizio della nostra attività, avviata nel maggio del 2009, con l’intento di fare emergere un mondo sommerso di disperazione, coraggio e povertà. Oggi, “uomini e miniere” rappresenta il perno del nostro sodalizio, anche perché si tratta di un problema che non appartiene solamente al passato: questo lavoro difficoltoso, mal pagato e privo di sicurezza è ancora una realtà in molti Paesi, come il Perù, il Cile e soprattutto il continente africano. A pagarne maggiormente il prezzo continuano ad essere i bambini, che – in Congo come in altre zone – vengono sfruttati per l’estrazione di alcuni minerali come avveniva per i nostri “carusi”, un termine siciliano che indicava i bambini di giovanissima età che venivano ceduti dalla famiglia ai picconieri delle miniere. Per la loro esilità, erano impiegati per scendere nei cantieri a diverse centinaia di metri sotto terra e trasportare poi all’esterno il materiale estratto attraverso cunicoli impervi e a temperature impressionanti.

Tutto questo per pochi soldi…
Sì, i bambini venivano trattati come merce di scambio con un sistema detto “soccorso morto”, che consisteva nell’anticipare una somma esigua alla famiglia (ma molto più spesso un po’ di pane e di olio) in cambio dell’uso dei loro figli. Ci è capitato di raccontare questa storia in numerose scuole della prima cintura torinese e abbiamo notato un’incredibile attenzione da parte dei ragazzi, in modo particolare della prima media. Sono temi che non possono lasciare indifferenti e il nostro impegno è proprio quello di portarlo alla luce in qualsiasi occasione ci venga offerta.

Eppure le miniere, in particolare quelle in Belgio e Francia, hanno rappresentato uno dei primi sbocchi europei per gli italiani dell’immediato dopoguerra: con quali sentimenti e speranze partivano questi emigranti?
Questo tema è ben rappresentato nel documentario “Dallo zolfo al carbone” del regista nisseno Luca Vullo – il trailer al piede dell’articolo – che ha descritto l’esperienza di vita dei minatori siciliani emigrati in Belgio. Questa pellicola, girata attraverso le viscere della terra, ricostruisce il Patto Italo-Belga del 1946, quando gli italiani venivano venduti dal proprio Paese per un sacco di carbone e diventavano prigionieri nell’inferno delle miniere. All’epoca, la conoscenza del mondo circostante era molto esigua e questi viaggi, con le loro insidie, erano vere e proprie avventure.

Nella memoria collettiva è ancora vivo il disastro di Marcinelle, ma la storia degli italiani che lavoravano in miniera è costellata di infortuni, malattie respiratorie, mutilazioni. Nonostante tutto, si partiva. Possiamo dire che i nostri connazionali compivano i “viaggi della speranza” che oggi vengono intrapresi dalle altre nazioni?
Sicuramente la nostra esperienza di emigranti non è molto diversa da quella delle altre comunità che oggi cercano altrove una prospettiva di vita. Alla base di una nuova opportunità ci sono sempre dei rischi anche se oggi, rispetto ad allora, ne siamo più consapevoli. Passato e presente sono accomunati da questi viaggi della speranza e, anche per questo, ricordare è molto importante. Siamo convinti che solamente con l’informazione e le denunce si possa cambiare e migliorare la storia.

Il viaggio è il primo grande evento con cui si scontrava l’emigrante, che veniva vissuto come un vero e proprio rito di passaggio: il fatto di trovarsi non troppo lontani dall’Italia, al contrario di chi invece era emigrato in America o Australia, rende diversa l’esperienza dei nostri connazionali in Europa?
No, perché la maggior parte delle volte quello dell’emigrante era un viaggio di sola andata e non erano previsti ritorni. Proprio su questo argomento, una nostra associata – la sociologa Emanuela Ferro – ha svolto la propria tesi di laurea, che abbiamo presentato presso il comune di Grugliasco nel corso di un convegno sul tema dell’emigrazione.

Quali sono le novità di questa mostra rispetto alle edizioni precedenti?
Quest’anno, abbiamo voluto arricchirla con opere d’arte di numerosi pittori e scultori che si sono ispirati proprio al mondo minerario. All’ingresso, sarà posizionata anche una locomotiva di ferro battuto che rappresenta il viaggio della speranza e sulla quale stanno lavorando i nostri coreografi per renderla “reale”, con la classica fuoriuscita di fumo. Ma la grande novità è soprattutto il convegno in programma per domenica 26 gennaio, alle ore 17.15, presso l’Auditorium “Carlo Levi” di Viale Radach 4, sul tema scottante delle scorie nucleari radioattive che sono state immesse nelle nostre miniere dopo la loro chiusura. Denunceremo il silenzio dello Stato e approfondiremo il tema dei rifiuti, che in molte regioni italiane sono pura merce di scambio e materia di monopolio per la mafia che ne detiene il commercio in esclusiva.

Saranno proiettati anche audiovisivi sul mondo minerario…
In particolare, mostreremo alcuni contributi che trattano il Novecento siciliano nelle miniere e l’emigrazione italo-belga. Presenteremo anche la pellicola “Surfarara” del regista Vittorio De Seta, recentemente scomparso, dove la macchina da presa segue i minatori avviarsi all’alba verso i pozzi e attendere che i compagni del turno di notte risalgano in superficie dopo otto ore di lavoro.

In definitiva, cosa ci insegna il passato?
Guardando al mondo dei minatori, pericoloso e precario, si può parlare di un ennesimo errore della storia. Non si possono e non si devono dimenticare i propri errori, ma al contrario continuare a parlarne può offrire nuovi spunti per non ripeterli più. È quello che tenta di fare la nostra associazione: ogni anno, a maggio, dedichiamo un convegno a Borsellino e Falcone, ma trattiamo anche le lotte contadine, la riforma agraria, la condizione femminile nel mercato del lavoro e numerosi altri argomenti che vanno al di là del folclore della nostra regione. È stata la nostra associazione a sollecitare il comune di Grugliasco a dedicare la rotonda di raccordo tra corso Martin Luther King e via Galimberti alla memoria di Pompeo Colajanni, un partigiano e un politico italiano che si è battuto fino alla fine per la libertà e per l’affermazione del diritto di esprimere il proprio pensiero. Soprattutto i più giovani devono crescere con una maggiore conoscenza della storia, perché oggi siamo quello che altri ci hanno permesso di essere.

Riepilogo della mostra
Dove:
Parco Culturale “Le Serre” di Grugliasco (www.leserre.org)
Quando:
24-25-26 gennaio 2014
Orari:
dalle 10 alle 12.30 – dalle 15 alle 19

Paola Rinaldi

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